EUGENIO CURIEL.
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Scritti. 1935-1945.
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Volume  1.
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Parte 1.
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1973. Editori riuniti Istituto Gramsci, ROMA.
A cura di Filippo Frassati.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Descrizione del Fondo Curiel.
Abbreviazioni.
Prologo: La famiglia educatrice.
1. Il fanciullo e l'adolescente.
2. Sindacato dei genitori e corporazione della famiglia.
La filosofia del diritto di Giovanni Gentile.
Politica e filosofia.
Piano dell'introduzione.
Introduzione.
Significato di una storia della scienza.
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Parte prima.
Il "lavoro legale".
Il nostro lavoro economico-sindacale di massa e la lotta popolare per la democrazia.
Bilancio dei Littoriali.
Relazione sull'attivit svolta.
Autarchia dell'intelligenza e classe operaia.
Cosa significa il "largo ai giovani".
Latifondo.
Ancora sul latifondo.
Cina e Giappone.
Giappone popolo eletto del Sol Levante.
Proposte.
Armando Carlini e il concetto di Stato.
Ancora sul problema dei giovani.
I poveri sono matti.
Brevetti esteri.
Letteratura di massa.
Eccessivi e moderati.
Il Risorgimento e il signor Remo Renato Petitto.
Italia e Germania.
I problemi della scuola e la nostra stampa.
Compiti dei sindacati.
Giustizia sociale.
Corporativismo in marcia.
Licenziamento per scarso rendimento.
Colonizzazione corporativa.
Arte di massa.
Gruppi di cultura sindacale.
La conciliazione obbligatoria.
Fine o potenziamento del sindacato?
Passato e avvenire del collocamento.
Ancora sullo "scarso rendimento".
Il problema delle qualifiche.
Sempre sullo "scarso rendimento".
Salario o partecipazione?
Lavoro e autarchia.
Il pericolo: la vita comoda.
Note stonate nella musica italiana.
Politica estera e giustizia sociale.
A Palermo si lavora.
Proposte pei Littoriali: un convegno corporativo.
Dell'Ispettorato corporativo.
Visita alla CFLI.
Sostanza sindacale del corporativismo.
Salario e rimunerazione.
La cantonata di Carabba.
L'organizzazione del lavoro e il contributo della classe operaia.
L'Anschluss.
La Camera dei fasci e delle corporazioni.
Sogno di un pomeriggio di mezzo marzo.
Saluto ai Littoriali.
Le corporazioni e l'accertamento dei costi di produzione.
Strascichi di un articolo.
Futuro di un problema.
Littoriali a porte chiuse.
Mistica dell'esportazione.
Autogoverno delle categorie.
Insopprimibilit del sindacato.
Mezzadria industriale.
La rappresaglia sindacale.
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Fine indice.
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EUGENIO CURIEL. Scritti. 1935-1945. Volume  1.
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Descrizione del Fondo Curiel mantenuto presso l'Archivio storico della resistenza, Istituto Gramsci.
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Sezione 1 1933-1936.
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Cartella 1 - Scritti scientifici (tesi di laurea, testi e schemi di lezioni universitarie, appunti vari).
Cartella 2 - Scritti ed appunti di storia e filosofia.
Cartella 3 - Articoli per la rivista Problemi del lavoro.
Cartella 4 - Documenti universitari.
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Sezione 2 1937-1938.
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Cartella 1 - Centro estero del PCI (relazioni, note e documenti).
Cartella 2 - Scritti per Lo Stato Operaio e La Voce degli italiani.
Cartella 3 - Il B (anni 1937-1938).
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Sezione 3 1938-1939.
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Cartella 1 - Centro estero del PSI (relazioni e corrispondenza).
Cartella 2 - Giustizia e Libert (articolo).
Cartella 3 - Scritti per Corrente.
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Sezione 4 1939-1943.
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Cartella 1 - Fotocopie dei documenti contenuti nel fascicolo intestato a Eugenio Curiel del Casellario politico centrale (Archivio centrale dello Stato).
Cartella 2 - Lettere ai familiari dal carcere di S. Vittore e da Ventotene.
Cartella 3 - Scritti di Ventotene (quaderni originali e trascrizioni di L. Gasparini).
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Sezione 5 1943-1945.
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Cartella 1 - Scritti per l'Unit.
Cartella 2 - Scritti per La nostra lotta.
Cartella 3 - Materiale redazionale vario.
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Sezione 6 1943-1945.
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Cartella 1 - Scritti per il Bollettino del Fronte della giovent.
Cartella 2 - Movimento dei giovani comunisti (rapporti, circolari, corrispondenza).
Cartella 3 - Materiale vario del Fronte della giovent.
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Sezione 7 1945.
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Cartella 1 - Scritti in morte di E. Curiel (anteriori al 25 aprile 1945).
Cartella 2 - Documenti partigiani (riconoscimento qualifica, medaglia d'oro al v.m., ecc.).
Cartella 3 - Documenti personali e corrispondenza.
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Abbreviazioni.
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ACS - Archivio centrale dello Stato
APC - Archivio del Partito comunista italiano
ASR - Archivio storico della resistenza
IF - Istituto Feltrinelli
IG - Istituto Gramsci
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Prologo.
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La famiglia educatrice.
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1. Il fanciullo e l'adolescente(2)
Dando una rapida scorsa a tutte le nazioni civili con riferimento alle opere protettive dei minorenni, noi le troviamo in esse da molto tempo assai sviluppate.
L'origine di esse sta nella maggiore libera valorizzazione dell'uomo e lo spirito informatore  la piet. Per ci che riguarda in special modo la protezione dell'infanzia e dell'adolescenza, prevale il criterio di conservazione della specie e di difesa della societ, giudicando, attraverso la scuola positiva, l'anormale e il malato passibili di miglioramento, di educazione e di cure: dominante su tutto il concetto di uguaglianza davanti a Dio, per la quale uguaglianza il volgersi benefico dei meglio dotati verso i manchevoli, rappresenta come una espressione del culto della divinit.
Si capisce dunque come nello Stato in cui l'uguaglianza non  pi considerata soltanto davanti alla divinit, ma nella sua espressione assoluta di condizione umana in rapporto a tutte le necessit di cui  creditrice la vita, sia superato e cancellato il concetto di beneficenza e di carit e non rimanga che quello di autoconservazione e interdipendenza collettiva della salvezza fisica e spirituale.
Possiamo in certo qual modo avere un'idea di quanto  stato fatto nelle Repubbliche socialiste sovietiche, attraverso i Saggi di legislazione sovietica del magistrato Tommaso Napolitano(3), giudicato "esperto cultore delle leggi sovietiche e studioso dei fenomeni sociali e giuridici del bolscevismo" (Gennaro Marciano)(4).
Dalla concitata domanda di Lenin ai rappresentanti di Jaroslav, che gli presentavano una relazione sulla situazione del paese dopo la caduta dell'armata bianca: "Ed i fanciulli?... Come stanno i fanciulli?", da allora ai nostri giorni si  proceduto cos rapidamente ed alacremente nel campo dei provvedimenti e delle riforme, da ottenere risultati, per cui, dice lo stesso Napolitano: "La risoluzione di certi problemi talvolta di portata universale possono considerarsi effettive conquiste della civilt, e come tali interessare tutti i popoli civilmente progrediti".
Da quando, nel I Congresso panfederale sulla difesa della infanzia (2-8 febbraio 1919), il partito tracci le direttive della lotta "da condursi sistematicamente, col concorso di tutte le organizzazioni proletarie, e non gi per la via della privata beneficienza", lo Stato chiam partecipi alla lotta per la tutela dell'infanzia tutti gli organismi sociali, emanando ordinanze ed istruzioni, fra l'altro, sugli indirizzi della Commissione per gli affari dei minorenni, cio per la difesa dei loro diritti e interessi; le quali commissioni devono essere composte di un maestro, di un medico, di un giudice e dei vari presidenti dei soviet locali e della locale sezione della societ L'amico dei fanciulli, e "non hanno nulla in comune - dice il Napolitano - coi vecchi tribunali zaristi per minorenni e neppure con le nostre "sezioni speciali", poich il nuovo principio  questo: che al di sotto dei sedici anni non esistono "minori delinquenti" ma soltanto "trasgressori del diritto"".
Non attuato un disegno di Lenin concepito nel 1919 per la istruzione di una "Commissione per minorenni traviati" che avrebbe dovuto risultare composta di un maestro, di un medico e di un giurista, venivano invece creati, davanti al fenomeno dei besprizornie(5), cio dell'enorme massa dei fanciulli senza tetto (portato inevitabile della guerra e della rivoluzione) i Consigli per la difesa della infanzia presso ciascun Commissariato del popolo. Notevole il riconoscimento da parte dell'autore di ci che la stampa occidentale non ammetteva assolutamente, e cio che "per tutto il 1920, i Consigli per la difesa dell'infanzia, alla dipendenza dei vari Commissariati del popolo, funzionarono lodevolmente". Ma nel 1921, per la carestia che faceva strage con l'epidemia e la fame, l'attenzione del governo appare distolta dal problema dell'infanzia, per quanto leggi, provvidenze e istituzioni continuino a portare il loro pi valido contributo alla restituzione dei fanciulli al luogo d'origine e ai loro parenti.
Alla morte di Lenin  ordinata la creazione di uno speciale fondo di assistenza di cento milioni di rubli intitolato al di lui nome; cosicch su questa base finanziaria pu essere iniziata la costruzione delle varie case di ricovero dei fanciulli, attrezzate - con riguardo alla speciale conformazione biopsichica dei ricoverati - per fanciulli sani o per deficienti o per refrattari o per ribelli.
Questo concetto di educazione dei fanciulli si allarg poi dai besprizornie a tutti i fanciulli, e in particolar modo a quelli che si trovavano, pur avendo i genitori, privi di vigilanza.
Per il primo "piano quinquennale" anche il fenomeno sociale dell'infanzia venne considerato, e si ebbe nel 1927 la "Ordinanza" che aveva per iscopo di fornire istruzioni ai vari organi interessati.
Usciti dalle Dietdoma(6), ossia dalle prime case di ricovero suaccennate, ai fanciulli venne assicurato il lavoro. A questo scopo una grande azienda collettivizzata  stata da poco fondata a Charkov, tutta con elementi giovanili, ed ha preso il nome di "Piccola guardia". Altre organizzazioni sono sorte accanto a questa, fra le quali quella dei "Pionieri" per l'educazione militare e comunistica dei ragazzi, e quella dell'"Amico dei fanciulli" che ha organizzato innumerevoli giardini d'infanzia e le cosiddette "terrazze" dove sono custoditi i bambini delle lavoratrici.
La posizione dei fanciulli quindi nell'URSS, oltre ad essere particolarmente importante nella legislazione assistenziale,  tutta considerata con criteri speciali, sia nel codice penale che nella legislazione del lavoro. Dedica il Napolitano all'analisi di questa parte due lunghi capitoli sotto il titolo di Il diritto dei fanciulli e Le case di lavoro per minorenni.
Nel 1927 venne portato dai 14 ai 15 anni il limite dell'et in cui non possono essere applicate misure di difesa sociale di carattere giudiziario-correzionale, ma bens di carattere medico-pedagogico da parte delle "Commissioni degli affari dei minorenni".
Queste misure sono: 1) la consegna del minorenne alle cure dei genitori, adottanti, tutori, curatori o parenti, se costoro hanno la possibilit di mantenerlo, oppure ad altre persone od istituti; 2) la chiusura in speciali stabilimenti medico-educativi.
Rientrano poi nella particolarissima attenzione ai minorenni tutte le disposizioni del Codice delle leggi sul lavoro a scopo di facilitare l'assunzione al lavoro, proteggerli dalle speculazioni e dagli sfruttamenti: vietando l'assunzione al lavoro di persone al disotto di sedici anni, o, in caso speciale, limitandone la giornata alle quattro ore; stabilendo di sei ore la giornata lavorativa fino a 18 anni; proibendo qualsiasi lavoro gravoso, insalubre, straordinario e notturno. Inoltre l'"Assicurazione sociale", i cui fondi sono costituiti dai contributi dei datori di lavoro - cio indirettamente dallo Stato -  "la forma attraverso la quale pi compiutamente si realizza la previdenza sociale"; e le norme sui sussidi di disoccupazione, sulle pensioni, sugli assegni di famiglia, sono sempre informate a grande spirito di tutela dei minorenni.
Passando ora rapidamente al problema della delinquenza minorile, per cui valgono i princpi che respingono i concetti della pena-castigo (adottando quelli della pena-difesa), della colpa e della retribuzione, vediamo che gli stabilimenti sovietici sono tutti organizzati in vista della finalit del riadattamento del condannato alla vita sociale. Di qui una rigorosa specializzazione degli stabilimenti correzionali con obbligo di lavoro, dei quali quelli speciali organizzati esclusivamente per delinquenti minorenni devono considerarsi una conquista della scienza penitenziaria. Per essi fu nuovamente affermato il carattere medico-pedagogico, quando nel 1921 si cominci a costruire le prime "case di lavoro" (truddoma) alle quali, oltre ai minori dai 14 ai 16 anni, sono ammessi, in casi eccezionali, anche quelli dai 16 ai 18 o 20 anni, generalmente per separati in sezioni speciali.
Interessante la struttura di questi stabilimenti. La direzione di ciascun istituto spetta al direttore, sotto la cui presidenza funziona un soviet pedagogico di cui fanno parte il direttore stesso, un suo aiutante, i maestri, gli istruttori e i medici (un pediatra ed un psichiatra) della Casa di lavoro. I minorenni violatori del diritto, che vengono soltanto divisi in due categorie: dei "recidivi" e dei "non recidivi", sono autorizzati a formare delle truddoma, associazioni collettive autonome, per cui si sperimenta nel regime penitenziario quel principio dell'autogoverno che si realizza dopo il raggiungimento della coscienza di autodisciplina.
Lo statuto di questo "autogoverno" degli allievi delle truddoma contempla una cellula fondamentale formata da un "raggruppamento a cinque" che elegge nel suo seno un "capo". I capi di questi raggruppamenti costituiscono in ciascun gruppo di allievi i sovieti dei capigruppo e i capi di tutti i gruppi formano i sovieti dei capi della Casa di lavoro. Nell'assemblea generale si discutono le questioni pi importanti, si dnno pareri sugli esposti, sulle relazioni, sui rapporti informativi, vengono organizzate commissioni, eletti membri, ecc.
A queste adunanze e assemblee possono intervenire, con diritto a voto consultivo, i delegati del Consiglio pedagogico della casa, il presidente dell'associazione "pionieri" e i dirigenti delle organizzazioni giovanili comuniste.
Nel 1930 si decise di aggregare queste case di lavoro alle grandi fabbriche e officine; ed i minorenni, licenziati dallo stabilimento e provvisti di una istruzione professionale scrupolosa, sono assunti al lavoro nelle fabbriche stesse; una volta compresi nei quadri operai tornano, con perfetta uguaglianza di diritti e di doveri, in seno alla societ.
Il Napolitano conclude quest'interessante saggio con un parallelo fra la legislazione e il metodo correttivo che ha esaminato, e la nostra legislazione penitenziaria.
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2. Sindacato dei genitori e corporazione della famiglia(7).
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Asserisce il Napolitano nel suo interessante saggio sulla legislazione sovietica (a proposito della delinquenza dei minorenni), che il fenomeno trova la sua prima causa nel dissolvimento della famiglia - "il quale dissolvimento non si pu negare che abbia le sue radici pi profonde nel sistema economico-sociale degli Stati moderni" - ed espone il suo dogma in queste parole: "Dov' uno Stato forte, uno Stato etico, una giustizia che si fondi su princpi morali ed obiettivi, ivi rimarranno i nuclei familiari a sorvegliare, proteggere, guidare i futuri cittadini nel tempo della prima formazione della loro coscienza; e l'assistenza sociale, la legge, le misure correzionali interverranno in casi eccezionali, quando l'ambiente nel quale visse il fanciullo fu insufficiente ad indicargli la via dell'onest e del lavoro, o quando da questa via lo distolsero l'innata predisposizione al male, che non trov nel normale regime familiare un correttivo efficace".
In Italia, con l'Opera nazionale maternit e infanzia, (la cui costituzione e finalit e il cui funzionamento sono ampiamente illustrati dagli scritti di Sileno Fabbri, presidente dell'Opera stessa), si guarda con alacre interesse e senso di disciplinata protezione all'infanzia e ai minorenni. Molto  stato fatto in questi ultimi anni; se anche i risultati, a detta del presidente stesso, non sono stati rispondenti allo sforzo, molti problemi sono stati posti e affrontati e molte difficolt eliminate.
Ci interessa ora rilevare a questo riguardo il problema posto dall'ANS(8) circa "l'iscrizione, volontaria s'intende, dei padri e delle madri all'Opera MI come alla loro pi vera "corporazione", come al grande istituto mutualistico cui dare contributo materiale e concorso morale, per riceverne norme sane di indirizzo igienico-educativo ed assistenza concreta del fanciullo psichicamente ammalato e pericoloso" (Problemi del lavoro - 1/34).
Riandando rapidamente la storia della famiglia dall'altro secolo all'anteguerra, vediamo che la famiglia ha subto una grande evoluzione. Con la scomparsa del diritto di potere del padre sui figli si  modificata la potenza paterna e, conseguentemente, si sono accresciuti i diritti della madre. Sono stati quindi equamente divisi i diritti di educazione, di sorveglianza, di correzione e sono stati riconosciuti i diritti dei figli, in vista dei quali  avvenuta una restrizione alla libert di giudizio e decisione dei genitori e sono stati istituiti i tribunali competenti a cui possono ricorrere i figli stessi. Tutto questo in vista degli interessi sociali che premevano sulle vecchie legislazioni e sulle tradizioni riguardanti la famiglia come nucleo a s, indipendente dalla collettivit. Posto che alla societ interessa la salute morale e fisica e il miglioramento psichico e intellettuale dei suoi componenti, si  provveduto, - considerando la famiglia il crogiuolo in cui avviene la prima formazione dell'individuo, - a renderla pi idonea a un fine educativo e a dotarla di diritti e di doveri, nel cui equilibrio potesse formarsi la coscienza prima delle generazioni considerate come unit sociali, coltivate e assistite inoltre dalla scuola obbligatoria e dalla beneficienza pubblica.
Passati poi nel dopoguerra dalla beneficienza pubblica alla vera e propria assistenza di Stato,  avvenuto in questo campo un profondo mutamento sia nei princpi informatori che nelle organizzazioni pratiche assistenziali; ma sempre ci si fonda sulla famiglia per ci che riguarda la formazione e la preparazione prima degli uomini alla vita, pronti poi ad intervenire nel caso che questa formazione e preparazione sia stata deficiente e magari perniciosa. Giustamente a questo proposito si rileva nell'articolo dei Problemi del lavoro nell'occasione della "giornata della madre, del fanciullo e dell'adolescente" che "come  metodo erroneo, nel campo fisico, il provvedere all'assistenza del tubercoloso, cio d'un malato specifico evidente, prima ancora ed indipendentemente da un'assistenza sanitaria generica e comune che funga anche da strumento di difesa e di prevenzione profilattica, cos  metodo erroneo, nel campo psichico, interessarsi dei fanciulli anormali e degli adolescenti deviati, prima ancora di aver aiutato le famiglie a prevenire o prontamente curare le manifestazioni iniziali del male".
Siamo quindi di fronte a una revisione delle facolt educative e curative della famiglia, cio: di quelle della madre a cui le conquiste del femminismo nel campo morale e materiale dovrebbero pur aver permesso un pi elevato grado di cultura intellettuale e una pi vasta preparazione psichica e spirituale fondata sulla istruzione e sulla partecipazione diretta a tutte le manifestazioni di vita; di quelle del padre che, conscio delle sue responsabilit di fronte al libero sviluppo della personalit dei figli e del loro rapporto con la comunit degli altri esseri viventi, dovrebbe continuamente misurare la propria esperienza allo svilupparsi ed al trasformarsi dei valori umani per ragioni contingenti o storiche; e di quelle dell'ambiente-casa fatte di un complesso di elementi imponderabili assieme con eventuali influenze d'ordine materiale e morale.
Mentre nella famiglia di una volta, di carattere patriarcale, il potere assoluto del capo famiglia e la regolazione esatta e severa delle autorit e delle mansioni supplivano anche alla mancanza dell'istruzione e cultura pi elementare nei componenti principali della famiglia stessa; dissolta questa (con l'urbanesimo, con la piccola propriet, con lo spirito individualistico di indipendenza, con lo squilibrio di esperienze fra le vecchie generazioni e le nuove, con la diminuita autorit paterna e l'accresciuta tenerezza materna) nella nuova struttura economico-sociale della vita organizzata,  fuori di dubbio che si impone nella compagine della famiglia un aumento di istruzione e preparazione dei genitori onde giungere alle forme di una educazione pi flessibile e aperta e poter far fronte alle esigenze di nature infantili sempre pi influenzate, nei loro istinti e nella loro coscienza e subcoscienza, dal mondo esterno con tutte le sue pi penetranti azioni di traviamento e di sovraeccitazione. Cercare di migliorare tutte le istituzioni tendenti a proteggere la razza e non partire dalla prima istituzione sociale,  errore palese. In ogni scienza e in ogni applicazione di essa si parte dal principio che per ottenere certi prestabiliti risultati bisogna che siano preparati i mezzi adatti e necessari, e cos dovrebbe avvenire in questa scienza complessa di profilassi morale e spirituale della societ. Noi non possiamo non razionalmente considerare i genitori e la famiglia come strumenti di educazione suscettibili di miglioramento, di integrazione e di regolazione:  impossibile credere che soltanto perch hanno compiuto l'ufficio di procreare, i genitori raccolgano in s tutte le indispensabili virt e le prestabilite norme necessarie per la difesa e la salute morale della prole. Anche ammessa la miglior preparazione e la miglior volont, il sentimento affettivo  purtroppo quello stesso che in certi casi, per mancanza di controllo, conduce a risultati perniciosi e irreparabili.
Nella diminuita potest paterna da parte delle leggi e nelle istituzioni per la tutela dei diritti dei figli, anche contro i genitori, c' un riconoscimento esplicito dell'insufficienza dell'ente-famiglia di fronte alle esigenze della vita collettiva, la quale ha assunto a sua volta la sua parte di potere di controllo e di educazione, e che deve considerare i traviamenti e le anormalit degli elementi tarati, tanto in rapporto alle loro cause e origini, quanto in rapporto alla loro cura e guarigione.
Non  diminuire il valore della famiglia, considerata suscettibile di miglioramento come primo centro educativo; mentre lo  invece l'affidarsi troppo al principio che la famiglia rappresenta una istituzione statica, dogmaticamente chiusa e non permeabile alle nuove emanazioni etiche della trasformata civilt.
I mezzi da adottarsi per esplicare questa azione di rinnovamento e preparazione dei padri e delle madri a un'opera di prevenzione e profilassi morale e fisica, non sono certo facili da suggerire. Siamo di fronte a tutte le norme e le esigenze delle scienze igieniche, pedagogiche, psichiatriche, psico-fisiologiche e psicanalitiche, che assumono importanza capitale nell'organizzazione di quella che dovrebbe essere la "corporazione della famiglia"; senza contare la seriet, libera da pregiudiziali di dottrina e di corpo, che dovrebb'essere messa nelle varie ingerenze e nei vari scrupolosi esami delle influenze del mondo esterno sugli elementi passibili di deviamento e alterazione. Ma a questo fine ben  chiara la funzione dell'auspicato "sindacato dei padri e delle madri" a presidio delle generazioni crescenti: per cui non si debba giungere troppo tardi a prodigarsi, pur con sistema correttivo che sostituisca quello punitivo, verso quegli elementi predisposti e deboli in cui avrebbe fatto miracoli di bene un'integrale azione preventiva di profilassi e di rieducazione.
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La filosofia del diritto di Giovanni Gentile(9).
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Non  nel nostro intento esaminare la posizione logica del Gentile(10) e studiare i rapporti che essa ha con quelle che pi le si apparentano. Vogliamo invece esaminare la parte pi concreta e i motivi pi intimi che hanno dettato all'autore questo breve e succoso trattato. E la ragione che ci spinge a questa particolare prospettiva nello studio che vogliamo condurre  la coscienza dell'esigenza che noi sentiamo in questo periodo di superare la vaga ambiguit della soluzione sociale e giuridica della filosofia gentiliana per affermare di fronte ad essa ma pur sulla linea della sua tradizione l'esigenza di una filosofia che sia strumento pi sicuro e guida pi precisa nel giudizio che noi sentiamo di dover operare della presente realt italiana. E perci vogliamo ricercare le cause della sua ambiguit e, non attribuendole semplicemente a insufficienza e a debolezze nello sviluppo razionale della dottrina, le ritroveremo nella limitazione che il suo sistema porta per le particolari condizioni economico-sociali e politiche da cui fu mosso...(11)
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Politica e filosofia(12).
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Piano dell'introduzione.
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a) Il metodo oggettivo nello studio dei rapporti fra scienze.
b) Vanit di questo metodo.
c) Il modo oggettivo come immediatezza.
d) Necessit della realizzazione.
e) La mediazione come atto razionalizzante e realizzante.
f) Realt e razionalit.
g) Mondo dell'essere(13).
h) Mondo del dover essere.
i) Loro contrapposizione.
l) Negativit di essi e positivit delle loro sintesi nell'atto razionalizzante e realizzante.
m) Il mondo realizzantesi e razionalizzantesi.
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Introduzione.
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Criterio (pratica) costante nello studio dei rapporti di una scienza con un'altra e di una scienza con la filosofia  ancora un criterio eminentemente oggettivo: criterio che noi indicheremmo semplicemente col nome di criterio della scelta, appunto per meglio rilevare ci che v' in esso di arbitrario e di estraneo al problema stesso.
Allo studioso che investiga codesto problema dei rapporti tra due posizioni dello spirito o tra due esigenze di esso come sarebbero ad esempio la filosofia pratica e quella teoretica, o di entrambe colla politica, si presentano queste esigenze o posizioni come due realt massive di cui egli dovr saper sceverare le esigenze comuni e infine le metodologie diverse (i caratteri comuni e quindi da essi partire alla ricerca dei loro caratteri diversi).
Criterio fondamentale di questo metodo  evidentemente la presunzione della realt oggettiva e reciprocamente estrinseca dei due termini del rapporto. Essi esistono in s e per s e da questa mera esistenza in s di essi termini egli trae l'immediata illazione della loro essenza diversa e straniera. Tale infatti  il metodo che ha presieduto alle vane ricerche che si designarono (si ripromettevano) una classificazione delle scienze. Ma questa ricerca ormai abbandonata ha lasciato in eredit il suo metodo ad altre ricerche che hanno invece la loro legittimit nella profonda esigenza dell'unit del nostro spirito. Per queste legittime ricerche viene usato ancora quel metodo col risultato di scavare barriere di dualismi ancora pi profondi tra i termini che si volevano intendere e mediare.
Ed in questa esigenza della mediazione dei due termini del rapporto noi intendiamo infine l'erroneit del metodo che si usa.  forse possibile mediare e mediare per intendere due realt la cui esistenza ed essenza sono precedentemente affermate in maniera compiuta? La loro realt  ormai logicamente esaurita, esse si sono convertite in fatti che gravano sul nostro spirito offendendolo colla loro necessit naturale, offendendolo sino a privarlo della sua libert e cos ad annullarlo. E in questo esaurimento logico v' appunto anche l'annullarsi dell'etica che...
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Significato di una storia della scienza(14).
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Uno studio, per quanto limitato ad una certa branca e ad un certo periodo, sulla storia della scienza non pu essere affrontato senza che si siano chiarite diverse questioni metodologiche, che sembrano in qualche modo esulare dal puro terreno scientifico. Che esse si pongano in modo necessario, si vede non appena si esamini cosa possa essere una storia della scienza. Se questa si riducesse ad una esposizione obbiettiva di dottrine, il cui solo ordinamento fosse quello di una successione cronologica, simili problemi non troverebbero sicuramente posto in questa introduzione; ma, anche se essa pensasse di ridursi a simile esposizione, la storia della scienza non potrebbe pretendere di esporre la totalit delle dottrine scientifiche e sarebbe costretta a operare una scelta. Ora tale scelta non potrebbe essere abbandonata al capriccio dello storico, ma dovrebbe essere il concretarsi di un certo criterio, che, giudicando dall'importanza e perci dal valore delle varie dottrine, abbisogna di giustificazioni e di chiarimenti.
Il criterio di scelta, essendo criterio di valore delle varie dottrine,  in fondo un giudizio sulla scienza; per cui si vede come il semplice problema propostoci porti necessariamente alla posizione del complesso di che cosa sia la scienza.
Problema, questo, cospicuo i cui addentellati sono infiniti e involgono tutta la filosofia e i cui limiti non possono essere determinati e criticati esaurientemente in questa breve introduzione, problema poi che, come vedremo non ammette una soluzione definitiva, nel senso che esso possa portare alla definizione di un modello di scienza, ma problema che non possiamo dimenticare, fondando esso i criteri che ci saranno di guida nella nostra esposizione.
La semplice osservazione circa l'esistenza di un problema che ha a suo oggetto la scienza nella sua totalit indica l'esistenza di una logica in cui non il singolo problema particolare  oggetto di ricerca, ma la scienza nella sua totalit, nella sua essenza di metodo di studio della natura fenomenica.
Tale logica, per il fatto che prende a suo oggetto la scienza, non si identifica con la logica scientifica, che  invece il suo oggetto, in quanto la logica scientifica costituisce la realt della scienza stessa. Non si pu porre, per, nemmeno su un piano superiore alla scienza, perch tale logica trae i suoi motivi dall'esistenza storica della scienza ed il pensarla superiore ed autonoma rispetto alla scienza significherebbe toglierle la realt per trasferirla in un mondo astratto, in cui essa non avrebbe vita, non avendo oggetto per la sua ricerca. La realt di questa logica sta nell'avere un oggetto e nel non poter essere senza questo suo oggetto, per cui il trasferirla in quel mondo che si pretende superiore alla scienza ed in genere ad ogni realt, significa negarla.
Ma parimenti erroneo sarebbe concepire la scienza, in quanto oggetto della logica cos definita, come una ricerca svolgentesi autonoma ed intollerante di ci che essa talvolta sprezzatamente chiama le intrusioni della filosofia.
Ma cosa significano queste intrusioni? Esse non rappresentano se non l'aderenza della scienza a quella realt che  la sua storia e la sua giustificazione. Senza questa concreta base storica non potrebbe riuscire a spiegare la sua posizione e si staccherebbe sempre pi da quella realt di cui essa vuole essere l'interprete nell'aspetto fenomenico. Essa si astrarrebbe in un mondo che, per la sua autonomia, non consentirebbe ritocchi e critiche superanti vecchie posizioni, mancandole da un lato la coscienza del suo sforzo, che perennemente tende alla rappresentazione della realt, mancandole dall'altro il contatto con quella realt immediata che  fondamento di ogni ricerca scientifica.
Da questa posizione, per quanto appena abbozzata, scaturiscono gi diverse concrete conseguenze per il nostro specifico problema di storia della scienza. Anzitutto il metodo, di cui noi ci varremo nella critica dei sistemi scientifici, non  quello del semplice confronto di una particolare metodologia con un modello, che si cerchi di derivare razionalmente in modo del tutto indipendente dal concreto fatto scientifico, ossia noi non assumeremo la posizione di una logica "egemonica" la quale ponga un modello alla scienza e pretenda che la scienza a questo astratto modello venga ad adattarsi. Il nostro metodo non potr essere che quello dell'esame del particolare fatto scientifico (nella sua realt di metodologia) alla luce dell'esperienza che la stessa storia della scienza ci ha fornito.
Altra non potrebbe essere la nostra impostazione per la reciproca posizione in cui abbiamo posto la logica e il suo oggetto, la scienza, posizione che  di reciproca interdipendenza e non di priorit dell'una verso l'altra. La posizione di una logica superiore avrebbe portato ad una critica operante secondo modelli assoluti; la posizione di una scienza autonoma ci avrebbe reso impossibile la storia della scienza per l'impossibilit che si sarebbe avuta di connettere i fatti scientifici nella coscienza dello sforzo perenne dei ricercatori verso l'interpretazione della realt; la critica si sarebbe allora esaurita in una critica frammentaria dei vari metodi, critica che assumendo le basi come ingiustificabili si sarebbe limitata alla ricerca degli errori formali nelle varie dottrine.
Per, l'impossibilit di determinare un modello astratto alla ricerca scientifica ci conduce anche alla impossibilit di definire in modo autonomo l'esistenza di una storia della scienza. Infatti la storia autonoma di un pensiero scientifico rende necessaria la limitazione del problema stesso nei confini di una definizione logica; definizione che noi non possiamo n vogliamo dare per non cadere appunto in quella pseudo-logica "egemonica" che contemplerebbe freddamente ed astrattamente gli sforzi degli scienziati, senza tener conto della realt concreta del problema, che sempre si rinnova nello sforzo dei vari ricercatori.
Cos arriviamo a chiarire come il problema inizialmente postoci circa la scienza, non ammetta soluzioni logiche, che soltanto una logica egemonica potrebbe fornirci; ma come esso sia, invece, problema di interpretazione e quindi di valutazione delle risoluzioni successivamente apportate ai singoli problemi della scienza. Nessun pensatore pu infatti prescindere dalla conoscenza storica del suo problema, in quanto  la storia stessa che gli ha posto il problema in una forma determinata, dalla quale non pu uscire se non attraverso alla critica di una forma che egli riconosce superata.
La storia della scienza perde cos il suo carattere limitativo di confronto con un concetto definitorio di scienza, perde pure il suo carattere esclusivo di storia autonoma per trarre la sua concretezza da tutto il pensiero che ha pensato la realt. Essa si risolve cos in una costruzione che le varie metodologie colleghi nella visione di un unico sforzo tendente alla rappresentazione e all'interpretazione della realt.
Il significato di essa sta allora in questa costruzione che il ricercatore opera della storia della scienza e perci della scienza stessa. Costruzione per la quale egli ha coscienza di continuare lo sforzo della scienza stessa.
In questa unione che si manifesta tra lo spirito dello scienziato ricercatore e del filosofo della scienza stessa, sta essenzialmente la posizione e quindi la soluzione del nostro problema.
Allo storico che si ponga nella posizione di una logica "egemonica" non accadrebbe soltanto di sentire l'impossibilit di una storia della scienza, ma anche, dopo aver disposto secondo una mera cronologia le varie dottrine, sarebbe costretto a rinunciare ad una critica, sia pur frammentaria, per l'impossibilit di giustificare, in un modo qualsiasi, la posizione specifica della singola dottrina. La serie di postulati, che lo scienziato ha posto alla base della sua ricerca, non si tradurrebbe per lo storico nella coscienza della necessit derivante all'indagatore da una concreta posizione storica e da un concreto superamento di dottrine precedenti, ma si tradurrebbe soltanto nella visione di un capriccioso arbitrio. E questo capriccioso arbitrio lo storico potrebbe tutt'al pi giustificare a posteriori e in quanto mera giustificazione la critica cos condotta rimarrebbe perfettamente estranea allo sforzo dell'indagatore. L'indagatore non ha mai posto i suoi postulati rifacendo penosamente una tortuosa via all'indietro, ma li ha posti nell'esigenza di una visione armonica e razionale del reale, di quel reale che allo scienziato, in quanto pensatore, non pu presentarsi immediatamente.
Che significato acquista il problema dell'errore, ossia il problema di una dottrina che si giudichi errata?
Nell'avere abbandonata la posizione di una logica egemonica, come pure la posizione di una scienza chiusa nel suo mondo, abbiamo abbandonato da un lato il criterio puramente razionale e insieme quello economico della giustificazione a posteriori di una serie di postulati; dall'altro abbiamo rinunciato pure ad un criterio meramente sperimentale nel senso di criterio di verifica. Che significato ha intanto il criterio sperimentale come criterio di verifica? Questo criterio ha la sua origine nell'idea di una scienza perfettamente autonoma e di fronte ad una logica e di fronte ad una realt empirica. Esso viene ad escludere dal proprio campo di controllo tutto ci che  metodo scientifico portando la scienza ed il metodo, che ne  la concretezza, su un piano razionale astratto. Questo mondo razionale viene poi a collimare in modo davvero misterioso colla realt empirica e questa collimazione viene a costituire la prova della verit della scienza. Si vede subito che questo criterio escludendo da s la capacit di giudicare il metodo non pu assolutamente giustificare la posizione di una serie di postulati, che viene anche qui lasciata all'arbitrio e alla giustificazione a posteriori. Ma  realmente prova della scienza il semplice controllo dei suoi risultati? Poniamo che questa giustificazione vi sia ed allora sar sempre giustificazione singolare e determinata, il cui valore  notevolmente ristretto, intanto, dalla possibilit che abbiamo di pensare altre esperienze; poi  ristretto dalla difficolt che abbiamo di sceverare nel controllo sperimentale quello che  realmente il puro fenomeno immediato e quello che  costruzione scientifica interveniente nell'esperienza attraverso alla misura delle grandezze definite per mezzo di una serie di postulati. Ma nel caso che questa giustificazione non intervenga  realmente inficiato il valore della dottrina stessa o non  forse possibile da questo punto di vista aggiungere qualche postulato, qualche legge che faccia rientrare nella razionalit scientifica il fenomeno "irriducibile".
Sfugge cos a questo criterio di verifica tutto il valore intimo della scienza ed essa se dovesse attenersi solamente a questo criterio potrebbe formulare infiniti postulati e ridursi ad un ammasso per niente ordinato, ma anzi frammentario e singolarissimo di osservazioni e di leggi.
All'esperienza di Michelson si sarebbe potuto aggiungere un qualche postulato di contrazione e tutto sarebbe andato bene dal punto di vista sperimentale. Ma chi in questa posizione si fosse messo, si sarebbe trovato bene imbarazzato a giustificare la posizione della relativit einsteiniana.
Il mondo scientifico si sarebbe cos ridotto ad un infinito accrescersi, mai ad una coordinazione.
Ma si osservi ora che il metodo sperimentale non  stato affatto colpito in questa critica del criterio meramente sperimentale di verifica. Questa critica si  basata essenzialmente sulla configurazione, implicita in questo criterio, di due ordini: l'uno empirico e l'altro sovraempirico, razionale. Lo sperimentalismo non porta con s queste tare, poich esso ha in s la concretezza derivantegli dalla sua posizione storico-scientifica, che scorge nella realt stessa del suo esperire la sua giustificazione e non pretende di uscire da un piano scientifico astratto per toccare, come Anteo, terra e da essa riprendere forza.
Esso porta con s la piena giustificazione dei postulati, che gli permettono di pensare l'esperienza, e questa giustificazione egli la trae dalla visione dello sforzo dei ricercatori che lo hanno preceduto e che egli nella ricerca stessa germinata dalla coscienza della storia scientifica supera eternamente.
L'errore interviene quando questo sperimentalismo che  la sostanza della scienza vuole uscire dalla scienza stessa, svuotandola perci di tutta la sua sostanza, ed erigersi allora a supremo tutore della scienza stessa, ad inappellabile giudice.
Cos abbiamo eliminato dalla nostra posizione tutti i possibili criteri che sopraordinati ad una scienza pretendono giudicarla. Il nostro problema dell'errore, da cui esula evidentemente tutto ci che  errore nel senso volgare, come sbagli di calcolo, di osservazione, ecc., perde cos il suo carattere astratto per convertirsi in una ricerca che si opera continuamente nella scienza stessa, che si opera nel superamento di posizioni, che si rivelano inadeguate alla rappresentazione armonica del reale.
Il problema dell'errore non costituisce pi un problema a s, staccato dalla concreta opera scientifica; perde infine la sua pretesa di costituire una specie di classificazione degli errori, tale che si possa costituire sicuro ed ineluttabile il cammino della scienza. Si converte invece nel travaglio quotidiano dello scienziato, che si determina in una forma piuttosto che in un'altra, guidato dalla coscienza che egli ha dello svilupparsi storico della scienza, convinto che non si dar mai formulazione scientifica della natura che non porti in s i germi di quello che si riveler il suo errore e che felix culpa consentir il progresso della scienza stessa.
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Parte prima.
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Il "lavoro legale".
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Il nostro lavoro economico-sindacale di massa e la lotta popolare per la democrazia(15).
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Riferendoci agli articoli e documenti comparsi su Stato operaio, relativi all'ultima sessione del CC del PCI(16), vorremmo esprimere ci che per noi significa praticamente la nuova parola d'ordine del partito. La nuova parola d'ordine acquista la sua importanza fondamentale sul terreno sindacale(17). Attraverso a questa azione si tende a migliorare la situazione economica dell'operaio allo scopo precipuo di elevarne la coscienza di classe e ricercare cos sul terreno classista la necessaria unit di tutti i lavoratori.  da un esame della situazione sindacale, cos come essa si presenta alla nostra limitata, ma diretta esperienza che trarremo la base per le nostre argomentazioni.  ormai luogo comune il parlare della distanza che corre tra l'apparato legislativo formale del corporativismo e la pratica concreta di esso. Questa distanza  naturalmente effetto, non del gioco degli avvenimenti, ma della particolare volont del legislatore, che cerca di rendere tutto il suo strumento organo della classe capitalista dominante. Per  necessario al nostro scopo ricercare il punto pi delicato dell'apparecchio corporativo; ed il punto pi delicato, che difficilmente potr essere tenuto in mano dalle gerarchie fasciste,  quello nel quale lo strumento burocratico si innesta alla realt viva della classe operaia. Esso si individua facilmente nel fiduciario sindacale, primo gradino dell'organizzazione. Fino all'epoca delle agitazioni di luglio la classe dominante non aveva molto da temere in questa parte della sua organizzazione. E a renderla sicura in questo, avevano contribuito la diffidenza dell'operaio di fronte all'organizzazione sindacale, che gli si presentava sotto l'aspetto di organizzazione padronale e la particolare situazione psicologica del fiduciario. Il fiduciario, infatti, anche se in buona fede, sentendosi circondato dall'ostile diffidenza dei suoi antichi compagni, perdeva il necessario contatto cogli interessi della sua classe e diveniva cos pi facilmente strumento della classe padronale. Tale processo avveniva attraverso ad una promessa di sicuro miglioramento delle sue condizioni se non addirittura attraverso al cumulo delle sue funzioni con quelle di sorvegliante cottimista, ecc. A questo si aggiunga la impossibilit del fiduciario di salire i gradini della gerarchia sindacale. Essi sono riservati generalmente a vecchi squadristi o a giovani intellettuali della borghesia che attraverso al GUF sono avviati alla carriera sindacale. Le agitazioni di luglio, dove la pressione degli operai nei sindacati ha condotto alla presa di possesso classista di fiduciari e parte dei dirigenti col conseguente risultato dell'aumento salariale e miglioramenti nei vari contratti nazionali, ha dimostrato che un avvicinarsi dell'operaio al fiduciario ed in genere al sindacato, metteva in pericolo l'organizzazione corporativa come organizzazione padronale. Nostro scopo  allora accentuare questa nuova posizione e cio avvicinare quanto  possibile l'operaio al sindacato determinando il ristabilimento del naturale rapporto di classe fra esso e il fiduciario. Si rende perci necessaria una duplice azione di fronte ai sindacati, la quale si pu caratterizzare attraverso ai seguenti punti: 1) pressione sull'elemento operaio affinch esso impari a superare la naturale diffidenza di fronte ai sindacati; 2) pressione sull'elemento borghese che viene chiamato a funzioni sindacali.
Tale distinzione non  puramente classificatoria, ma indica la primordiale esigenza di colmare la distanza tra l'operaio e il suo dirigente.
Colmare la distanza tra operaio e dirigente significa ristabilire l'unit di classe; infatti, attraverso ad un contatto sincero tra fiduciario ed operaio, difficilmente potr il primo dimenticare gli interessi della classe cui appartiene e pi duro sar il compito del capitalista di asservirlo ai suoi interessi. La pressione sul secondo elemento  pure necessaria perch il giovane borghese intellettuale che entra nel sindacato  spesso inizialmente portato da un entusiasmo sociale, che  per scarsamente sorretto da una chiara ideologia. La sua unica ideologia  una vaga tendenza di fascismo di sinistra e lo porta perci a perdersi nell'astrattezza di una organizzazione formale. Una pressione su questo elemento ed un certo inquadramento ideologico lo sosterrebbero meglio nella sua attivit e renderebbero difficile pure su di lui la presa degli interessi capitalistici.
Scendendo ora alla considerazione pratica della nostra azione da noi determinata in due direttive, esaminiamo cosa significa una pressione sull'elemento borghese universitario.  questo il campo dove meglio si adattano le direttive circa il decentramento dei gruppi.
In questo campo infatti il lavoro si spezza in una fitta serie di azioni individuali, dove la direttiva unica che potrebbe emanare da un'organizzazione a cellule ha meno significato ed  maggiormente distante dalla realt. Si tratta generalmente di agire su individui giovanilmente entusiasti, in cui permangono esigenze ideologiche che il fascismo generalmente non soddisfa. Con essi  perci necessario destreggiare appoggiandosi a tutte queste represse esigenze ideologiche, decidendo caso per caso quale possa essere l'elemento pi atto a penetrare con vivezza nella loro psicologia generalmente tormentata. Direttive specifiche sono quindi impossibili anche per la maggiore personalit dei singoli elementi. La base d'azione dovrebbe essere specialmente il GUF che pare accoglier nella sua organizzazione, oltre agli iscritti a istituti superiori, anche coloro che abbiano superato l'esame di scuola media superiore, dove si incontrano dunque gran numero di elementi che entrano a diretto contatto cogli strati inferiori della popolazione e che spesso traggono la loro origine dalla classe piccolo-borghese e operaia. Altro elemento importante d'azione  la stampa universitaria che assume generalmente atteggiamenti radicali e in cui tenderebbero ad avere sfogo queste represse esigenze.
Cosa significa e come si realizza una pressione sull'operaio? Il significato e l'obbiettivo dell'azione sull'operaio si chiarisce a nostro avviso nel quadro sindacale come lo sforzo che tende a superare il distacco esistente tra l'operaio e il suo dirigente. Questa azione deve dunque essere accompagnata e direi anzi coordinata con quella diretta verso il dirigente. Una differenza sorge per subito appena si consideri la realizzazione di questa pressione e quando si chieda pi precisamente il significato di fronte unico nell'azione sugli operai. Ma in questo caso il concetto di fronte unico ha lo stesso contenuto che nel caso dell'intellettuale sindacalista? A nostro avviso, no. L'operaio infatti dato lo stato di cose che dura ormai da pi di 14 anni non intende pi le sottili distinzioni politiche, esso  o fascista o pi o meno comunista.
Elementi che escano da questa classificazione sono i clericali, che per non sono numerosi nelle fabbriche dei grandi agglomerati industriali. Sull'operaio non si pu dunque agire in nome di un fronte unico, che  formazione schiettamente politica; gli unici concetti che abbiano valore sono i concetti classisti, che necessariamente accomunano operai fascisti e operai pi o meno antifascisti.
Attraverso ad una pressione semilegale su questi elementi classisti si potr riuscire ad avvicinare l'operaio al suo fiduciario e diminuire cos la distanza che li separa. Dunque la parola d'ordine del fronte unico ha da significare, in ambiente sindacale e pi specificatamente nel lavoro semilegale, esclusione di concetti specificatamente politici. Ma affinch si possa fare questo,  necessario, a differenza di quanto  richiesto nel lavoro collaterale, che le direttive siano precise e specifiche. L'operaio non presenta quella gamma di diversit personali; in genere ci che va bene per gli uni, va bene anche per gli altri.  quindi oltremodo necessario tenere desto il gruppo segreto che sotto l'oculata direzione dei suoi capi deve riuscire a tenere nelle sue mani le file della vasta opera semilegale. Essa riuscir appunto ad avere un tono soltanto attraverso l'opera assidua degli aderenti al gruppo segreto. Dunque decentramento dei gruppi, come abbandono della pratica di infiltrazione cellulare, nel campo sindacale, ma severa organizzazione dei gruppi attuali affinch il lavoro semilegale diretto da essi possa riuscire efficace.
Concludendo potremo riassumere le nostre considerazioni sulla applicazione della nuova tattica ponendo come fondamentali i seguenti punti:
1) duplicit di azione coordinata sulla classe intellettuale-sindacale universitaria e sulla classe proletaria;
2) lotta semilegale proletaria sotto la stretta direzione dei capi del PCI attraverso al gruppo segreto.
Questa lettera  frutto della discussione di alcuni lettori di Stato operaio. Io ho voluto inviarvela per avere da voi un consiglio circa il nostro modo di vedere la nuova tattica.
Giorgio Intelvi
Risposta di Egidio Gennari a Giorgio Intelvi(18)
Vogliamo, innanzi tutto, esprimere ai giovani compagni che ci scrivono la nostra soddisfazione per il concorso che apportano alla realizzazione della politica del PCI. Salta subito agli occhi, leggendo la loro lettera, che si tratta di giovani venuti al comunismo attraverso l'esperienza del fascismo, direttamente e coscientemente vissuta. Di questa esperienza essi portano con s i pregi ed i difetti. I pregi consistono nel contatto vivo che questi giovani mantengono coll'ambiente nel quale hanno sviluppato la intelligenza della vita e dei problemi italiani (ed essi custodiranno gelosamente questo contatto), ci che permette loro di comprendere che il terreno corporativo-sindacale  il pi importante terreno per la mobilitazione delle masse lavoratrici italiane per la difesa del pane e per la conquista della libert. I difetti, comprensibili, sono costituiti da una certa impreparazione politica generale, e in particolare della dottrina marxista. Il loro linguaggio riflette questa impreparazione. Intendiamoci: parliamo qui del modo come questi giovani interpretano taluni problemi della nostra politica, dell'inesatto impiego della nostra terminologia (si tratta di una questione politica importante), e non del loro modo di esprimersi, che  il modo di esprimersi della giovent studiosa e intellettuale di oggi. Questi difetti scompariranno con lo sviluppo della educazione dottrinale e politica dei giovani compagni, con lo sviluppo della loro attivit politica. I comunisti anziani sono lieti di accogliere nelle file del partito, dei giovani come quelli a nome dei quali ci scrive Giorgio Intelvi, e faranno tutto quanto  necessario perch questi giovani diventino dei quadri comunisti ideologicamente e politicamente forti, dei capi della grande classe operaia italiana.
La linea politica fissata dal Comitato centrale del partito, a settembre, le cui premesse possono trovarsi nella politica immediatamente anteriore del partito,  stata sintetizzata nella formula: Unione del popolo italiano per la conquista del pane, della pace e della libert. Realizzare questa politica vuol dire condurre una azione pratica quotidiana di massa per unire la classe operaia (unit di classe) e per unire attorno alla classe operaia tutti gli strati popolari. Unire tutti gli operai, fascisti, antifascisti, cattolici, indifferenti. Unire tutte le masse popolari. Questa azione quotidiana significa la messa in movimento delle masse, la lotta per tutte le rivendicazioni degli strati popolari, economiche e politiche, dalle pi minute e particolari a categorie determinate, a quelle generali che interessano tutta la classe operaia, tutti gli strati popolari, tutto il popolo.
L'obbiettivo della nostra azione politica generale, nel periodo attuale,  la conquista della democrazia. Cio tutte le azioni particolari di massa che noi dobbiamo promuovere, favorire, appoggiare, debbono essere incanalate ed orientate verso l'obbiettivo della conquista della libert e della democrazia(19).
Nella realizzazione di questa politica si pongono problemi particolari, alcuni dei quali sono stati trattati con forza nell'ultima sessione del CC, ma che debbono essere sempre visti in relazione agli obbiettivi politici generali perseguiti attualmente, alle prospettive ed alla dottrina del nostro partito. Tra questi problemi sono stati posti in primo piano, nella sessione di settembre del CC, quelli riguardanti la nostra azione nei sindacati e nei riguardi dei quadri fascisti, problemi sui quali si sofferma la lettera di Giorgio Intelvi, frutto di una discussione con altri lettori di Stato operaio.
Questi, facendo lo sforzo di concretizzazione nell'interpretazione della politica del partito, hanno preso come centro della loro discussione quello che  "il punto pi delicato dell'apparecchio corporativo", cio "lo strumento burocratico che si innesta alla realt viva della classe operaia", esprimendo, nello stesso tempo, quali dovrebbero essere i rapporti - essi dicono: la "pressione" mutua - fra tale strumento e la classe operaia. Soprattutto su tale punto riteniamo necessario fare dei rilievi alle interpretazioni contenute nella lettera di Giorgio Intelvi, per metterlo in guardia contro i resti di concezioni che derivano da un sindacalismo intellettualistico assai diffuso tra la giovent italiana di oggi, secondo il quale lo "strumento"  elevato al grado di forza motrice che agisce esternamente e che esercita una "pressione" sulla classe operaia.
Diciamo subito che, con questo rilievo, non intendiamo affatto diminuire quanto  stato detto, avanti e nel corso e nell'ultima sessione di CC, sul come i comunisti e gli operai debbono contenersi nei confronti di quei dirigenti sindacali che esprimono alcuni bisogni ed aspirazioni pi urgenti delle masse ed agevolano lo sviluppo di un loro movimento. Tali dirigenti debbono essere sostenuti ogni qual volta ed in quanto si fanno portavoce di richieste delle masse, ogni qual volta ed in quanto contribuiscono a mettere in azione le masse, ogni qual volta ed in quanto agitano rivendicazioni concrete democratiche riguardanti il sindacato o la vita politica italiana. La loro azione, anche se si riduce "ad un timido zig-zag", come scriveva Lenin, "amplia, anche di pochissimo, se volete, ma ciononostante amplia effettivamente il cerchio entro il quale si muovono gli operai"(20).
Ma, nello stesso tempo, anche quando si tratta dei migliori (di quelli che, come dice Giorgio Intelvi sono animati da un "entusiasmo sociale", di quelli che intendono sinceramente far proprie e sostenere la giustizia delle richieste delle masse), la loro ideologia confusa, che rimane nei confini dell'ideologia fascista, fa s che essi seminino, oltre al grano, anche il loglio. Ci non deve spaventarci, ma non dobbiamo dimenticare che sta a noi comunisti "distruggere il loglio". In tal modo realizzeremo il compito di preparare, non minuscole serre, ma vasti campi biondeggianti di messi. Lenin esprime nettamente questo compito della nostra azione entro i sindacati polizieschi e reazionari. "Non  affar nostro coltivare il grano in camera, in piccoli vasi. Estirpando il loglio dissodiamo il terreno e permettiamo al frumento di crescere. E fino a quando vi saranno dei banali e mediocri coltivatori da serra, dovremo preparare dei mietitori che sappiano oggi strappare il loglio e domani raccogliere il grano" (Che fare?, edizione italiana, p. 122)(21).
Ma, condizione essenziale, per "la raccolta del grano"  quella di sviluppare questo tipo di mietitori; di sviluppare cio, numericamente ed ideologicamente, il partito, il capo politico della classe operaia.
Nel partito vi sono e vi saranno elementi usciti da altre classi che hanno, per, rotto risolutamente colla loro classe e coll'ideologia di questa classe. Nel partito "nessuna distinzione deve assolutamente esistere fra operai e intellettuali ed, a maggior ragione, nessuna distinzione sulla base della professione". Ma ci non muta il carattere di classe del partito comunista. Esso  un partito operaio,  l'avanguardia della classe operaia,  una parte della classe operaia. Bisogna dare molta attenzione a questo punto. Da quando, col capitalismo,  sorta la classe operaia, sono sorti diversi movimenti e partiti piccolo-borghesi composti da "uomini di cuore", da "uomini giusti", da "uomini colti", magari animati da "entusiasmo sociale", i quali si sono assegnati compiti diversi, da quello di portare l'istruzione agli operai, a quello di difendere il miglioramento delle loro condizioni. Il partito comunista non ha niente a che vedere con questi partiti piccolo-borghesi. Il nostro  il partito del proletariato e non per il proletariato. Il nostro partito  lo stato maggiore del proletariato, ed  armato di una ideologia rivoluzionaria proletaria. Nella lettera del compagno Intelvi, sebbene essa si limiti a considerare i problemi dal punto di vista sindacale ed organizzativo, ci pare tuttavia di scoprire i resti della concezione di un partito esterno alla classe operaia, di un partito che va alla classe operaia. Questa concezione cozza assolutamente contro i nostri princpi.
Incominciamo coll'accennare ad alcuni punti oscuri nella lettera del compagno Intelvi e che, per la loro oscurit, dnno luogo ad interpretazioni nel senso suaccennato. Ad esempio, cosa significa dire che l'azione sindacale, come  fissata nella politica del partito, "tende a migliorare la situazione economica dell'operaio allo scopo precipuo di elevarne la coscienza di classe e ricercare sul terreno classista la necessaria unit di tutti i lavoratori"?
La preoccupazione nostra derivante da tale oscurit non  affatto eliminata, anzi diventa maggiore di fronte ad altre espressioni che fanno pensare a posizioni che sarebbero in netto contrasto con i principi rivoluzionari proletari. Che cosa significa, infatti, che "sull'operaio non si pu agire in nome di un fronte unico che  formazione schiettamente politica; gli unici concetti che abbiano valore sono i concetti classisti, che necessariamente accomunano operai fascisti ed operai pi o meno antifascisti"?
Che interpretazione dobbiamo dare a queste frasi? La coscienza di classe pu elevarsi soltanto, in conseguenza di un miglioramento della situazione economica e non nel corso della lotta per tale miglioramento? La lotta stessa per il miglioramento economico non  gi una manifestazione, per quanto essa possa essere rudimentale, di coscienza di classe?  esatto che l'operaio non possa comprendere la necessit di un fronte unico che, si dice,  "formazione schiettamente politica"; che egli "non intenda pi le sottili distinzioni politiche"? Cosa sta a significare la contrapposizione fra concetti "politici" e concetti "classisti"? Non corrisponde tutto ci alle posizioni economiste, trade-unioniste contro le quali il movimento proletario rivoluzionario ha dovuto lottare al suo nascere e nel corso del suo sviluppo - posizioni che hanno molti riflessi nelle correnti a fondo sindacalista di intellettuali di sinistra del fascismo? Abbiamo sempre respinto e respingiamo risolutamente la teoria degli stadi: lotta economica prima, lotta politica poi. Respingiamo con ancora maggior vigore la teoria dell'incapacit politica della classe operaia, anche nella situazione italiana, dopo quattordici anni di fascismo.
Mai come oggi, in nessun paese come nell'Italia fascista, ogni lotta economica  lotta politica, ogni pi piccolo movimento, per la pi piccola rivendicazione,  un movimento politico. Nella stessa vita dei sindacati fascisti, ogni agitazione per il pi piccolo miglioramento salariale, ogni reazione operaia contro qualsiasi aspetto particolare del regime di galera nella fabbrica,  un movimento politico di classe, perch cozza, ad un tempo, contro l'insopportabile sfruttamento capitalista e contro tutto l'apparato politico che opprime la classe operaia allo scopo di permettere ai capitalisti di tosarla con maggiore tranquillit. La esperienza dei movimenti salariali del luglio d la riprova pi evidente di questa intima unione dell'elemento economico e politico contenuti in qualsiasi azione delle masse nella situazione attuale. Si tratt allora, infatti, di una lotta contro il livello salariale determinato dalle riduzioni imposte dal regime fascista - contro tutta la politica salariale determinata e difesa strenuamente, sino all'ultimo, dallo Stato e dalle altissime gerarchie fasciste. Le motivazioni affacciate dagli operai e da taluni dirigenti per l'aumento salariale (mantenimento delle promesse, ecc.), hanno accentuato il carattere politico di quelle agitazioni. Di pi, la necessit sentita dalle masse di rendere i sindacati uno strumento per le conquiste economiche le ha portate avanti - durante le agitazioni di luglio - a porre una serie di problemi politici nel sindacato e del sindacato, sul terreno democratico, cio su un terreno squisitamente politico. Questi fatti mostrerebbero gi che la classe operaia italiana, pur sotto la compressione feroce del regime fascista, sebbene in forme originali determinate dalla situazione particolare e dall'influenza della ideologia e della demagogia del fascismo, ha una sua vita politica.
Ma c' di pi: malgrado il conformismo o l'assenteismo apparenti, le masse operaie italiane - o meglio, tutte le masse lavoratrici, il popolo italiano - sentono intensamente tutti i grandi problemi politici italiani ed internazionali dell'ora presente. Hanno seguto e seguono nella misura e nel modo che  consentito dalla strettissima censura, dall'accresciuta repressione e dalle campagne di menzogne vaticano-fasciste, i movimenti delle masse operaie e lo sviluppo del Fronte popolare francese, le lotte eroiche del popolo spagnolo, i successi della costruzione socialista nell'Unione Sovietica, la politica internazionale di guerra dei fascismi.
Se strati notevoli di masse operaie continuano ad essere ingannati e colpiti dalla propaganda sciovinista, razzista, di guerra del fascismo, se le manifestazioni di solidariet col popolo spagnolo non si sono ancora tradotte in proteste di massa contro l'intervento sfacciato del governo italiano, se l'opposizione contro la politica internazionale fascista che disonora l'Italia, che serve umilmente le mire dell'imperialismo hitleriano e tradisce gli interessi pi vitali del nostro paese, non si  ancora sviluppata in forme aperte tra le masse antifasciste e fasciste, tutto ci  dovuto in primo luogo alla debolezza della nostra azione politica, di massa e di organizzazione. Non possiamo e non dobbiamo nascondere le nostre responsabilit dietro il manto di una asserita incapacit politica degli operai italiani.
Il fatto che deve attirare la nostra attenzione  che la coscienza politica della classe operaia e delle masse italiane  ancora confusa e divisa a causa delle costrizioni, dell'inganno fascista e della debolezza della nostra azione politica. Il problema politico centrale resta quindi quello posto dal nostro partito: cercare su quale piattaforma politica di classe, che non sia ancora quella dell'avanguardia comunista, possono essere raggruppate le grandi masse ora divise; quali rivendicazioni elementari economiche e politiche scaturenti dalla situazione attuale italiana possono sviluppare movimenti di massa; come, attraverso questi movimenti, le masse operaie possono conquistare un campo sempre maggiore di azione politica indipendente di classe.
La lettera del compagno Intelvi contiene tutto un piano strategico complicato per "colmare le distanze fra operai e dirigenti", per esercitare una "pressione" sul dirigente giovane borghese intellettuale, sull'elemento borghese universitario e, nello stesso tempo, una "pressione" di questi elementi sull'operaio, allo scopo di realizzare un "fronte unico" tra operai e fiduciari, tra operai e giovani borghesi intellettuali, attuali o futuri dirigenti sindacali. In tutto questo piano non  tenuta sufficientemente presente la caratteristica di classe che noi attribuiamo al fronte unico proletario: esso  ridotto ad un fronte di lotta economico sullo stretto terreno sindacale; si confonde l'unit di classe (il fronte unico  la via per giungere alla unit) con l'unione delle masse popolari per la lotta contro la miseria, per la pace e la libert; il problema dell'utilizzazione e del sostegno di tutte le correnti e degli elementi progressivi  trasformato in qualcosa che rassomiglia ad un blocco di classi.
 assolutamente vero che il punto pi delicato dell'apparecchio corporativo-sindacale  quello nel quale lo strumento burocratico si innesta alla realt viva della classe operaia.  proprio per questo che il CC del nostro partito ha molto insistito sulla necessit di una politica verso i quadri sindacali fascisti (e verso tutti i quadri fascisti). E il partito ha indicato due vie da seguire: l'una, la principale,  dentro i sindacati; l'altra  esterna ai sindacati. Le due vie convergono nel risultato di sviluppare la funzione autonoma e di classe del sindacato, di fare del sindacato uno strumento della lotta operaia contro il padronato.
Il partito ha indicato questi compiti dei comunisti (vedi risoluzione politica del CC) di "partecipare in modo costante alla vita organizzativa e alle "agitazioni" quotidiane delle masse; sostenere quei dirigenti fascisti che, in qualsiasi grado della gerarchia del regime, assumono la difesa di interessi generali o parziali delle masse popolari e tendono a strappare brandelli di libert, anche nel quadro del regime fascista; legarsi a questi dirigenti per spingerli avanti, verso le posizioni dell'azione autonoma delle masse per la difesa dei propri interessi vitali e per la conquista di rivendicazioni economiche e politiche pi avanzate; lavorare alla fraternizzazione di tutto il popolo italiano contro l'ingordigia, il predominio e la volont di guerra dei magnati del capitale".
Queste direttive contengono in sintesi i compiti dei comunisti verso i quadri fascisti. I comunisti, i simpatizzanti, tutti gli operai antifascisti che sono d'accordo con questa politica, debbono ogni volta che ci sia possibile, occupare i posti di direzione nel sindacato, da quello di fiduciario ai superiori; debbono combattere e smascherare i gerarchi che ostacolano l'attivit delle masse, ma debbono, nello stesso tempo, fare una politica di sostegno per spingere in avanti quei dirigenti che assumono la difesa degli interessi delle masse lavoratrici, indipendentemente dalla loro origine (operai, vecchi squadristi, intellettuali).
Ma  certo che vi  pure un'azione esterna da svolgere verso quadri sindacali e fascisti in generale. Il fatto nuovo al quale Intelvi si richiama, ed al quale non abbiamo dato sinora tutta l'attenzione necessaria,  la esistenza di uno strato di sindacalisti-intellettuali, usciti dalle scuole medie e universitarie, i quali si dnno ora alla carriera sindacale. Questo strato, in generale, difende una ideologia sindacale fascista "di sinistra" ed avr una funzione importante nei sindacati.  assolutamente necessario che noi lavoriamo ad appoggiare e sviluppare queste correnti sin dal momento in cui sorgono (nella scuola, nel GUF) e ci pare che questo compito sia quello che, per molte ragioni, meglio convenga ai compagni che ci scrivono.
Ma intendiamoci bene. La politica che appoggia, sostiene, spinge innanzi queste correnti suppone, esige nei comunisti che la fanno la rottura netta, precisa, irreparabile coll'ideologia del fascismo di "sinistra". Il comunista, il marxista sa che senza movimento non vi  esperienza, e senza esperienza  impossibile elevare il livello della lotta delle masse. Il comunista, il marxista, non perde mai di vista l'obbiettivo della lotta per la libert, per la democrazia, che  quello della nostra azione politica generale in questo momento. Se noi appoggiamo, aiutiamo a sviluppare l'azione di tutte le correnti progressive che maturano e si manifestano nel paese, in ispecie nel campo dei sindacati operai e tra la giovent, ci non vuol dire che noi facciamo nostre le posizioni politiche generali di queste correnti; ma vuol dire che, per modificare gli attuali rapporti di forze nel paese,  indispensabile il concorso di tutte le correnti progressive.
Se queste correnti si svilupperanno, in modo conseguente, sul loro terreno, esse aiuteranno l'attivazione della classe operaia e delle masse popolari. Il risultato dell'azione di queste correnti sar diverso, molto diverso da quello che esse avevano forse previsto, perch il movimento delle masse ha la sua logica rivoluzionaria di sviluppo, e perch nelle masse vi sono i comunisti che spingono avanti ed orientano il movimento. La nostra politica non  un trucco, una furberia: noi vogliamo davvero quello che vogliono queste correnti progressive; soltanto, noi sappiamo che la lotta per il potenziamento dei sindacati, per il diritto dei sindacati, per l'autonomia dei sindacati, per la democrazia sindacale, per il diritto alla critica, ecc., e il raggiungimento nella lotta, di questi obbiettivi, modificano la realt, creano situazioni nuove nelle quali la classe operaia avr nuove e pi larghe possibilit di movimento per lottare per la sua liberazione; mentre gli altri apprenderanno tutto ci nella pratica, nella vita, grande maestra.
Tutta quest'azione per lo sviluppo di un movimento indipendente delle masse, per l'orientazione su un terreno di opposizione e per la confluenza sulla base di una lotta popolare conseguente delle correnti progressive che sorgono nel paese, entro e fuori le organizzazioni fasciste ed in quelle cattoliche, , come si vede, schiettamente politica. Essa deve svolgersi nei sindacati, tra le masse ed i dirigenti ad esse legate, tra gli intellettuali, nel GUF. Assumer forme concrete diverse, sorger da punti di partenza diversi, ma deve tendere ad un unico obbiettivo: raggruppare, unire, muovere le masse per la conquista del pane, della pace, della libert; per spezzare la schiavit e l'arbitrio esercitato dal regime dei pescicani e della guerra, per liberare il popolo italiano e renderlo padrone dei propri destini e di quelli dell'Italia.
Il terreno politico comune sar segnato dalla lotta per la democrazia, per una democrazia di nuovo tipo, che tale sar perch potr essere realizzata soltanto coll'unione di tutte le forze popolari attorno all'unica classe rivoluzionaria conseguente: attorno alla classe operaia. Il terreno politico comune sar segnato dalla lotta contro la politica estera di provocazione e di guerra, contro l'onta che cade sull'Italia dal fatto che  trascinata ad essere il sostegno di tutte le forze pi reazionarie ed a diventare il sicario dei popoli e delle loro libert. Il terreno politico comune sar segnato dalla lotta contro la politica internazionale del fascismo che tradisce gli interessi dell'Italia: politica di provocazione, di duplicit, di menzogna; politica che disonora il paese; politica non di popolo, ma di briganti. Il principio che deve accomunare tutti gli italiani gelosi dell'onore del nostro paese e della umanit sar quello stesso contenuto, sin dal 1864, nell'Indirizzo inaugurale dell'Associazione internazionale dei lavoratori: "Rivendicare le semplici leggi della morale e della giustizia che dovrebbero governare tanto i rapporti degli individui quanto i rapporti tra le nazioni".
Ma tutta l'azione che dovremo spiegare pel raggiungimento dell'unione del popolo italiano nella lotta per la morale e la giustizia fra uomini e fra popoli, non dar nessuno, o ben miseri risultati, se ci limiteremo a discussioni di gruppi od a tracciare piani pi o meno diligentemente elaborati, ma che rimangono sulla carta: se non si traduce in un'attivit pratica, in un lavoro fatto in campi diversi, secondo le proprie attitudini e l'ambiente che ci circonda, ma che abbia il carattere pi largo di lavoro di massa.
 inutile oggi creare gruppi segreti od altro,  inutile cio anticipare forme ed organi di accentramento e di direzione di un lavoro vasto, di una larga attivit pratica fra gli operai, tra la piccola borghesia, tra gli intellettuali, nel GUF, se tale attivit  ancora ristretta, talvolta parcellare, se  ridotta prevalentemente a semplici forme di propaganda e di vaga agitazione. Il nostro partito che deve conquistare la direzione di ogni movimento rivoluzionario, od anche soltanto progressivo, potr assolvere alla sua funzione di guida, anche se essa  esercitata separatamente, in ogni settore di lavoro, da pochi compagni sicuri, anche se il partito  rappresentato da un solo compagno, purch questi non sia "fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneit del movimento di massa, pi rassomigliante ad un segretario di trade-union che non ad un tribuno popolare, incapace di presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere"(22).
Non dobbiamo mai dimenticare che ogni comunista deve unire alla saldezza teorica proletaria tutte le capacit di un capo di massa, di un capo della classe operaia.
e. g.
 Bilancio dei Littoriali(23)
I Littoriali di Napoli(24) hanno rimesso in discussione quel problema che, mille volte dichiarato inesistente in Italia, cacciato dalla porta rientra regolarmente per la finestra: il problema dei giovani, e particolarmente della giovent studentesca italiana.
Umberto Righi su Conquiste (9 aprile) afferma la necessit di riesumare questo "motivo stravecchio", e vede il valore dei Littoriali nel fatto che essi dnno modo ai giovani intellettuali di conoscersi e di vedere con i propri occhi il possibile orientamento della propria attivit sociale "non attraverso gli occhi altrui e i consigli del mondo paterno o materno". Dovrebbe effettivamente essere cos, e noi plaudiamo alle buone intenzioni di Righi, anche se, con troppa disinvoltura, egli scrive nel suo articolo che "...come si sa, il problema dei giovani si limita alle classi intellettuali e i suoi aspetti riguardano principalmente l'educazione e il collocamento della giovent". Per quel che ne sappiamo noi, esistono in Italia decine di migliaia di giovani operai e contadini, per i quali si pone lo stesso problema di educazione e di collocamento, e ricordiamo al Righi che una parte notevole di questi giovani non hanno mai potuto conoscere le gioie del lavoro, e veramente sono simili, come ha detto un poeta della loro generazione, a "larve d'uomini" che "popolano coi loro languori la terra".
Perch noi comunisti ci interessiamo tanto dei Littoriali? Noi sappiamo che non  da essi e tanto meno dal fascismo che la giovent intellettuale italiana pu sperare di uscire dalla situazione grave in cui versa. Ma sappiamo che la parte migliore della giovent universitaria fascista compie uno sforzo notevole per farsi largo e contribuire alla soluzione dei problemi pi vitali interessanti tutto il popolo italiano. Questi giovani di reale valore e capacit che vogliono realmente realizzare una pi alta giustizia sociale e chiedono una maggiore libert di parola ci interessano oggi come esponenti di una corrente viva e fresca di energie che meritano di essere attentamente seguite ed aiutate da tutti coloro che aspirano a quella democrazia forte e battagliera, democrazia del lavoro e della pace, che  l'aspirazione di tutto il popolo italiano(25).
Ma pare che, ai recenti Littoriali, i giovani universitari italiani desiderosi di pensare con il proprio cervello e non - come si esprime il giovane gi citato - "attraverso i consigli del mondo paterno e materno", abbiano ritrovato babbo e mamma nel cipiglio dei commissari che quest'anno hanno dimostrato ai Littoriali una insolita attivit intervenendo nelle discussioni e rivelando la tendenza a trasformare le commissioni giudicatrici da organi ricettivi in organi di "impulso". Il libero corso del pensiero dei giovani  stato in questo modo impedito e alcuni giovani hanno anzi espresso il loro malcontento accusando i commissari di incomprensione e di distacco dalla mentalit e dai problemi giovanili (vedi E.S. sul giornale Il B di Padova)(26).
Dando uno sguardo d'assieme ai temi trattati colpisce innanzitutto l'assenza del tema corporativo. L'argomento  diventato scottante, a quanto pare per lo spirito poco conformista con cui da qualche tempo a questa parte i giovani lo hanno discusso e trattato sulla loro stampa. Si  preferito fare il silenzio su di un argomento vivo e appassionante la parte migliore della giovent fascista, impostando le discussioni in sede di convegno di dottrina fascista sul tema seguente: "Possibilit offerte dalla societ fascista alla personalit individuale nella organizzazione collettiva".
Il carattere del tema, vago e astratto, ha impedito alla trattazione di svilupparsi su di un piano di concretezza e quindi di assumere un interesse e un significato politico. Ecco come si esprime lo stesso littore per la dottrina fascista, Giancarlo Ballarati, criticando lo sviluppo dei Littoriali: "...l'impostazione polemica e dogmatica (delle discussioni) ha determinato spesso un senso di antistoricismo... da cui  derivata una scarsa sensibilit all'aspetto processuale dei fenomeni politici e quindi delle organizzazioni" (vedi Critica fascista, 1 maggio). Un altro giovane, Vincenzo Buonassisi, (sempre su Critica fascista)(27) lamenta il tono "generico e astratto" del convegno di dottrina fascista, e mette il dito sulla piaga denunciando l'accentuazione nei Littoriali di quest'anno "di un certo contrasto tra indirizzo filosofico e indirizzo pratico". Questa rottura tra teoria e pratica  l'asse della nostra critica ai Littoriali. Quando si discute sullo sviluppo della personalit individuale nella societ fascista e non si esce dai termini astratti e generici di carattere filosofico o meglio pseudo-filosofico, quale meraviglia che la discussione degeneri in una vuota disputa scolastica? Quando si limita la discussione al lato pi generico del problema, come hanno fatto gli organizzatori del convegno, c' da stupirsi che i giovani partecipanti, i giovani indubbiamente di valore, non trovino il mezzo di orientarsi e di uscire dal ginepraio delle formule astratte e inconcludenti nelle quali tutte le "personalit individuali" della societ fascista, il senatore Agnelli e l'operaio disoccupato, il conte Volpi e il bracciante della Valle Padana, Pirelli e il laureato in ingegneria impiegato a lire 500 il mese, il principe Torlonia e il contadino meridionale, possono essere facilmente riconciliate? Questa rottura tra teoria e pratica non va imputata ai giovani, che nelle critiche sullo svolgimento dei Littoriali apparse sulla stampa, hanno dimostrato di averne compreso tutto il danno agli effetti della loro formazione politica, ma agli organizzatori dei Littoriali, che con la scelta dei temi e la loro formulazione contribuiscono in misura non indifferente all'orientamento dei dibattiti, e che insistono nel volere a parole valorizzare il contributo dei giovani alla vita della nazione, mentre, di fatto, impediscono il libero sviluppo del loro pensiero confinandolo sullo sterile terreno delle dispute dottrinarie e - bisogna dirlo - alquanto bizantine, se si  potuto deplorare agli ultimi Littoriali "dispute vivacissime per controversie pi che altro di forma" (vedi Critica fascista, 1 maggio).
Ma l'evidente tentativo, venuto dall'alto e con ogni probabilit dal fischiatissimo autore della riforma della stampa universitaria, S.E. Starace, di soffocare i germi vivi del pensiero giovanile,  riuscito solo in parte a raggiungere il suo scopo. Al convegno di dottrina fascista molti giovani hanno posto il problema concreto dell'attivazione del partito fascista nel senso di dare maggiore libert di discussione agli organismi di base. Questa aspirazione ad una maggiore democrazia negli organismi del partito fascista e dello Stato  un tratto molto caratteristico e in esso non si pu non vedere un elemento progressivo. Si  posto il problema della libert, definita egregiamente non come liceit ed arbitrio, ma come attivit e responsabilit. Ma indubbiamente pi interessanti degli interventi ai Littoriali sono state le critiche, ai Littoriali stessi, apparse sulla stampa universitaria. Noi abbiamo citato alcune di queste critiche. La giovent chiede la parola sui problemi sociali e politici della nazione, e il regime fascista gliela nega.  di ieri il lodo-capestro di Starace sulla stampa universitaria e il "problema dei giovani". I recenti Littoriali, pel modo come sono stati organizzati hanno tradito l'intimo pensiero di certi elementi responsabili delle organizzazioni studentesche fasciste in combutta con coloro che del fascismo si fanno scudo per la difesa dei loro profitti pescecaneschi e dei loro privilegi di classe: costoro intendono impedire che la giovent intellettuale italiana acquisti sempre maggiore coscienza dei propri diritti e veda nella giovent operaia e contadina l'elemento col quale lottare gomito a gomito per la propria affermazione nella vita.
Una sola voce si leva dalla stampa universitaria per plaudire ai risultati dei Littoriali, quella di Achille Starace che ha creduto bene per l'occasione di farsi intervistare da un redattore del Popolo d'Italia e di far riportare dagli organi giovanili in prima pagina la sua intervista(28). Ma noi siamo convinti che i giovani universitari che hanno gi espresso il loro giudizio sul gerarca fischiandolo sonoramente in alcune universit, sapranno continuare a porre con forza i loro problemi e i problemi di tutta la giovent italiana esigendo che le premesse siano mantenute e lottando per il loro diritto alla vita. Gli studenti italiani sapranno prendere il loro posto sul fronte di lotta della giovent(29).
 Relazione sull'attivit svolta(30)
La riunione al sindacato(31) era stata fissata per le 8,30 pomeridiane. Ma a quell'ora, fuori del locale convenuto vi erano soltanto due operai, oltre noi, ad attendere. Abbiamo avuto subito l'impressione che l'organizzatore di questo corso di cultura non si fosse veramente interessato a rendere troppo noto agli operai che esiste fra loro una possibilit di prendere contatto con alcuni intellettuali. Forse anzi il fiduciario della categoria, il quale avrebbe dovuto occuparsene, aveva fatto il possibile per non dare molto rilievo a questa serie di riunioni da noi prospettatagli, temendo naturalmente di andare incontro a complicazioni con i suoi superiori nel caso in cui l'esito di questi incontri potesse diventare buono. Un serio contributo alla causa dei lavoratori preoccupa sempre coloro che pur desiderandolo sinceramente, temono di comprometterlo con tentativi avventati. La nostra prima impressione, dunque, fuori del cancello del sindacato e per giunta al buio completo,  stata proprio quella di un insuccesso ben delineato ed inevitabile. "Nemmeno i soliti operai zelanti - pensavamo - hanno avuto la curiosit di venire a sentirci." Pi tardi, invece, un gruppetto di circa una ventina di persone si form e si decise ad entrare nei locali per ascoltare la conferenza. Ci sembravano pochi, in verit, rispetto al numero di uditori che il fiduciario ci aveva assicurato; ma erano tutti per noi tanto attesi che ognuno di essi rappresentava gi molto.
Prima di tutto ci siamo presentati a loro separatamente ed abbiamo chiacchierato per spiegare quali erano i fini precisi dei nostri incontri e quali erano le speranze di poter arrivare a una sincera cooperazione sui problemi sociali per il comune interesse, nostro e loro. Abbiamo voluto subito eliminare ogni equivoco con ciascuno di loro: la nostra venuta non era motivata dal desiderio di tenere un corso di lezioni, ma da quello di stabilire una pura e semplice amicizia. Il nostro amico(32) che avrebbe dovuto parlare di Mazzini, non voleva nemmeno sedere in cattedra in quella saletta che assomigliava gi troppo alle aule scolastiche (grandi scritte ritagliate dai discorsi enfatici del duce e appiccicate alle pareti insieme con il ritratto del suo viso da grandi circostanze, comicamente dimenticato in un angolo; gagliardetti di tutte le categorie rappresentate al sindacato, raccolti insieme senza troppo ordine) appunto per non creare l'impressione di essere venuto per fare una conferenza. L'argomento per da lui scelto era tanto inopportuno e di carattere letterario che c'era da aspettarsi sul serio un pessimo risultato. Invece devo confessare che il nostro amico pur sostenendo con ingenuo entusiasmo la tesi del Mazzini sulla necessit del dovere superiore ad ogni diritto e pur soffermandosi incautamente con insistenza a commentare il valore morale di tale principio perfino nella sua applicazione rivoluzionaria, ha saputo trovare una maniera molto felice per concludere, invitando gli operai a sentire profondamente i loro doveri civili per poter concretamente esigere il rispetto dei loro diritti. "Sentire i doveri - ha spiegato - significa obbedire alle leggi che regolano la vita sociale, ed obbedire alle leggi significa volerle rendere vive con l'adesione e con l'applicazione leale. Voi dovete perci prendere contatto con tutte quelle leggi da cui  disciplinata la vostra attivit perch, soltanto conoscendole, potrete sapere quale  giusta e quindi applicabile, quale  ingiusta e quindi inapplicabile." Il problema sentito da Mazzini era, secondo lui, proprio quello di accrescere cos la forza del diritto nella realt di ogni giorno, consolidando negli uomini la coscienza di aver compiuto integralmente il dovere dei cittadini. Ed in particolare modo ha concluso esortando tutti ad intervenire con ogni mezzo legale nella vita sociale, a studiare le leggi del fascismo per volerle migliorare mediante un'esperienza di volont collettiva, e per imporre ai prepotenti il rispetto dei diritti delle classi dipendenti. "La colpa dei vostri mali sar tutta vostra se non saprete per tempo cogliere la possibilit che la legge oggi vi offre per realizzare le vostre giuste aspirazioni e se domani la forza delle consuetudini e del vostro prolungato disinteressamento vi impedir di ottenere ci a cui avete diritto, perch in questa passivit voi avete tradito il vostro dovere che  principalmente quello di occuparsi dei problemi non soltanto personali e familiari, ma anche di classe e sociali."(33)
A questo affettuoso rimprovero gli operai hanno risposto in diverso modo ma con un unico sentimento di disapprovazione, fondato sulla certezza che il nostro amico non dovesse sapere (come in realt sta di fatto) quali fossero le loro condizioni e i loro sforzi per adempiere precisamente a quel dovere sociale che  anche soprattutto la difesa dei loro principali interessi comuni(34).
Ha risposto prima di tutti un operaio piuttosto anziano (sui 45 anni) il quale aveva in altri tempi appartenuto alla Camera del lavoro ed era stato prima ancora, nell'et pi giovanile, di tendenza mazziniana. Conosceva molto bene Mazzini per averlo dunque letto e per aver creduto nella missione di apostolato degli uomini; ma sembrava aver perduto molto presto l'illusione di poter portare la giustizia nel mondo, invocando il sacrificio degli oppressi con il predicare la obbedienza al dovere, cio alla legge nella societ capitalistica, in cui loro sentono proprio la forza tirannica di tutta la loro degradazione umana. "Il fascismo, invece - ha soggiunto - cap fin dal principio che non c'era da farsi illusioni sulla buona volont dei ricchi per migliorare le condizioni dei poveri e perci ha promulgato le sue leggi corporative, dopo aver sciolto i partiti che nella loro numerosa variet confondevano ancora pi le idee del popolo, senza portare a nessun risultato. Ma con tutte le nuove leggi, le cose stanno al punto di prima, per carit, intendiamoci, molto si  fatto e molto si seguita a fare. Ma finch l'operaio sa che c' un limite ai suoi progressi fissato dalla volont dei padroni, finch sa che, anche se arriver a guadagnare il massimo sar sempre costretto a seguire le direttive del datore di lavoro, il quale diciamolo pure, pu fare sempre quello che vuole perch  il pi potente, tanto economicamente quanto politicamente, non c' proprio nulla da sperare. Progressi se ne possono fare, s, ma fino a un certo punto; poi bisogna rassegnarsi a rimanere sempre nella condizione di inferiorit, per quanti sforzi si facciano. Senza contare poi che questa condizione di relativo benessere  riservata a pochi operai, i quali riescono con fatica e con capacit a meritarsela. Di solito invece, per la maggioranza dei lavoratori c' poco da rallegrarsi. L'operaio con famiglia che guadagna 900 lire al mese pu dirsi beato oggi. E se gli capita qualche guaio, allora s che nascono le difficolt. Prima di ottenere dai sindacati l'indennit (domandatelo al fiduciario qui presente) bisogna che l'operaio provi in mille modi che l'infortunio  avvenuto nelle circostanze previste, che so io, dai regolamenti di lavoro, che non soffra di malattia cronica e infinite altre cose per poter ottenere quel tanto che permetta bene o male a lui e alla sua famiglia di tirare avanti. E intanto, nell'attesa di queste decisioni superiori, bisogna ben che provveda in qualche modo a nutrirsi e a mantenersi, non certo con il risparmio, perch con quello che guadagna non pu davvero mettere da parte. E allora bisogna fare ricorso a qualche prestito; si fanno debiti che si dovranno pagare con gli interessi per chiss quanto tempo e con quanti sacrifici di ore straordinarie e di privazioni di ogni genere. Altroch, bisogna essere operai per sapere dopo tanti anni in cui si  sperato, prima in un partito e poi in un altro, che non c' niente da fare. Forse se la societ fosse comunista, le cose cambierebbero. Ma oggi, si dice che in Russia poi stanno anche peggio di noialtri. Del resto la verit la sa solo Iddio. Certo  che quando la societ  cos, le condizioni nostre si possono migliorare fino a un dato punto, ma poi c' il limite che non si arriva a passare; e nemmeno nelle migliori condizioni si riesce a trovare quel poco di pace e di sicurezza per preparare un avvenire migliore almeno per i figlioli. Chi nasce operaio, muore operaio. Credetemi questa  una legge cos certa che quasi sarebbe bene ai bambini che nascono da famiglie povere, si desse, che so io, un colpetto sul cervello, tanto per renderli almeno incapaci di desiderare quello che non possono avere. Non protestate - ci ha detto terminando - perch se avete provato come me a credere di poter un giorno cominciare a star meglio, dopo tanti anni mi dareste ragione."
Un giovane operaio venticinquenne che aveva da tempo dato segno di impazienza per interrompere il suo compagno anziano, ha sentito, invece, meno ironicamente e pi dolorosamente lo stato di sfiducia e di abbattimento della sua classe(35). "Ha ragione S. - ha detto - ma lui non sa dire ancora tutto perch lui non sente, come noi giovani, che cosa significa sapere che per tutta la vita non c' pi da progredire e che quando siamo arrivati a quel massimo che ci  permesso e siamo diventati operai di prima categoria, dopo molto lavoro per perfezionarci, ci troviamo allora appena nelle condizioni di poter vivere modestamente, senza nessuna speranza di poter essere un giorno come gli altri. I giovani borghesi studiano e si divertono, mentre noi stentiamo. A trent'anni loro, se vogliono, possono fare carriera nella politica e diventare dei dirigenti, oppure seguitare a studiare, guadagnare continuando il lavoro dei padri, darsi a una professione o a un commercio comodo e facile, viaggiare e vivere insomma come preferiscono. Ci si dice qualche volta che anche noi, volendo, potremmo fare quasi altrettanto, ma voglio vedere se quando qualcuno di noi smette di lavorare per migliorare la sua situazione, c' qualcuno che lo mantiene o che l'aiuta; o voglio vedere se dopo tante ore di lavoro faticoso ogni giorno si pu avere la forza di studiare o di dedicarsi a qualche cosa per il nostro miglioramento. Altro che doveri! Perch non li chiedete a quelli che possono compierli? Vorrei sapere se gli studenti che hanno la mia et e che non si occupano di nulla, fanno meglio di me. Eppure loro potrebbero almeno fare qualche cosa. Invece si divertono finch possono, sfogando tutti i capricci, e quando sono stanchi di svagarsi non hanno che da chiedere un'occupazione perch tutte le vie si aprano per loro. La notte vanno in "Balilla" con donne e non hanno vergogna di fermarsi nei quartieri periferici, dove sperano di non essere veduti dai loro conoscenti, per fare tutte quelle immoralit che a noi non sarebbero permesse. Ecco l'esempio! Anche le nostre donne, quando trovano uno di loro, credono alle prime promesse e si lasciano tentare dall'idea che il loro affetto sia sincero. Poi, quando ci tornano deluse ed umiliate, sperano che ci si accontenti di riprenderle cos. Insomma io sar materiale, ma so che tutto quello che noi possiamo avere dipende da loro, e che, se loro avessero coscienza, dovrebbero cercare di essere almeno degni della fortuna che hanno, invece di farsi vedere da noi con tanto orgoglio. Quando mi  capitato, per, di incontrarli qualche volta di notte, quando sono stato incaricato di far parte di qualche squadra di azione, allora s che mi sono levato la soddisfazione di trattarli come meritavano. Peccato che non si possa sempre metterli a posto."
Un altro giovane operaio ha detto: "Il mio compagno non ha ragione di essere tanto ingiusto con tutti i giovani borghesi perch non  vero che tutti i ricchi sono come quelli che lui disprezza. Questi giovani, per esempio, - ha continuato, facendo allusione a noi, - sono venuti qui con il desiderio di aiutarci con la loro cultura". Alle nostre proteste di non appartenere alla classe ricca e di non considerarci in nulla diversi da loro, egli ha replicato: "No; capisco che anche voi credete di avere molte difficolt nella vita, ma so che non sono le stesse. Anche le vostre difficolt materiali non sono come le nostre, perch voi potete ancora progredire e siete sempre considerati come persone che possono domani diventare dei dirigenti della politica, o magari pi semplicemente dei capi, dei superiori, dei professionisti indipendenti. Noialtri, invece, anche se miglioriamo, restiamo sempre per la societ degli operai con tutte quelle preoccupazioni per mantenerci, che vi hanno detto i miei compagni, e senza nessuna possibilit di arrivare da soli a sapere tutto quello che vorremmo conoscere del mondo. Quello che ci avete detto stasera  molto bello; ed io non penso come il mio compagno [l'altro giovane] che non sia possibile fare qualche cosa per renderci migliori. Se non si fa uno sforzo, naturalmente staremo sempre cos. Bisognerebbe, secondo me, imparare tutto quello che  necessario per capire perch ci troviamo in questa condizione. Se conoscessimo il nostro male, potremmo curarlo in qualche modo. Ma se invece cominciamo col dire che tutto  impossibile e se diciamo che tutti gli uomini sono cattivi, perch ne conosciamo qualcuno, allora  inutile sperare. No, io non sono materiale anche se riconosco che  vero che la societ non ci lascia la possibilit di diventare migliori. Io sono invece sicuro che se ci mettiamo a pensare sul serio alle ragioni di questo stato di cose diventeremo almeno capaci di sapere che cosa vogliamo e di fare quello che dobbiamo fare per il nostro bene".
Un vecchio operaio specializzato, diventato capo reparto e perci di condizioni pi agiate degli altri, ha sostenuto che chi vuole pu arrivare a vivere abbastanza bene, come lui. "Quello che Mazzini ha detto sul dovere non  per possibile perch nessuno di noi arriverebbe mai a far rispettare i propri diritti con la sola obbedienza alle leggi. Questa idea potrebbe andare bene se non fosse tanto difficile la vita per un lavoratore. Se tutti fossero sicuri e tranquilli allora cercherebbero di dare ognuno l'esempio e di occuparsi onestamente della politica, della religione e del lavoro. Ma finch uno ha fame, nessuno, neanche il prete con la fede, pu consolarlo. Per questo se gli operai arrivassero tutti a stare un po' meglio, allora la vita diventerebbe migliore. Ma se per stare bene (neanche tanto poi!) bisogna arrivare alla mia et, lavorando sempre faticosamente, allora si perdono tutte le buone intenzioni e si invecchia lasciando ai figlioli il mondo come l'abbiamo trovato."
Un altro vecchio operaio che era rimasto taciturno e con il viso quasi corrucciato, ha tentato di esprimersi borbottando in dialetto alcune cose poco comprensibili. Voleva forse protestare pi dei suoi compagni, contro l'idea di Mazzini di chiedere agli sfruttati di essere non soltanto rassegnati, ma anche ossequienti verso le leggi che servivano ad opprimere? Mi  parso che non fosse in fondo sorpreso dello stato di miseria del proletariato italiano, quanto irritato di vedere l'ingenuit dei suoi compagni, i quali pur deprecando le difficili condizioni di vita non facevano nulla di concreto per difendersi insieme dagli abusi dei ricchi. A che cosa servono le casse di previdenza o gli altri istituti sociali? Riparano i piccoli mali della nostra classe e non portano nessun rimedio efficace al vero male, all'incapacit ossia di fare applicare la legge sempre imparzialmente e di lasciare agli operai la possibilit di diventare come tutti gli altri uomini. Mazzini  nel mondo della luna: le sue idee non vanno bene per questo mondo perch ci vuol altro che delle prediche per creare un po' di giustizia.
Oltre a questi, ci sono stati altri brevi interventi; ma in sostanza si  visto che gli operai vecchi erano tutti sfiduciati e vinti, mentre i giovani, pur riconoscendo la gravit della loro situazione, si dimostravano pi decisi nell'esigere in qualche modo una soluzione ai loro mali. Alcuni di questi giovani operai, come quello che parl per primo, per cieco odio al capitalismo, arrivano inconscientemente a farne gli interessi diventando senza nessuna convinzione politica, squadristi che non sperano nemmeno di ottenere un compenso pratico per la brutalit che compiono agli ordini dei loro gerarchi. Altri, di natura pi calma e forse pi ingenuamente sostenuti dalla speranza di potere senza lotte e odi arrivare al miglioramento necessario, si sentivano ansiosi di contribuire a creare una solidariet fra gli operai per far capire ai padroni sfruttatori (questa parola ha molto corso fra loro) che hanno da trattare con degli uomini i quali potranno nell'avvenire diventare capaci di dirigere anche loro, con pari diritti, la vita sociale.
Il nostro amico che aveva parlato con convinzione piuttosto letteraria che politica e con scarso senso della realt, ha accolto con modestia ed umilt la lezione che gli  stata tanto semplicemente impartita. Ha voluto perci riprendere la parola per dire che credeva ancora nella bellezza morale dell'ideale mazziniano ma che riconosceva quanto pi bello sarebbe stato se invece di esporre quelle idee, si fosse cercato di renderle possibili. Proponeva perci a tutti di mostrarsi coerenti e di chiedergli loro stessi di parlare di quei problemi che avevano per loro un significato diretto, quelli della loro vita. Lui, per quanto animato da buona volont, non poteva e non sapeva indovinare quali fossero quei dubbi e quelle difficolt che con una comune ricerca si potevano risolvere. La vera collaborazione dunque, doveva essere per gli operai non soltanto una critica, che era necessaria e gradita per noi, ma anche un suggerimento, un aiuto per metterci sulla buona strada. Quindi stava a loro di decidere di volta in volta l'argomento da studiare insieme. Noi ci saremmo preparati a fornire tutti gli schiarimenti teorici e tecnici, ricercando nelle biblioteche e valendoci della nostra pratica di ricerche scientifiche, purch ci venissero posti da loro i dubbi.
Il fiduciario che era rimasto zitto fino allora, intervenendo appena appena con qualche frase di approvazione, ha aderito a quest'idea che ha trovato molto semplice e buona. Ma nessuno di loro era preparato a dirci quale problema lo interessasse veramente, perch non erano abituati a considerare come un problema quel complesso inestricabile di difficolt, che formava la loro vita.
Soltanto l'operaio S., quello che era stato precedentemente sindacalista, ha trovato il modo di proporre un argomento che diceva lo aveva interessato in questi anni. Avrebbe voluto sapere se le condizioni del proletariato e della borghesia erano migliorate nella stessa misura nei tempi pi recenti. Poi avrebbe anche desiderato sapere se la stessa disparit di condizioni fra le due classi si era aggravata ugualmente nei diversi paesi. Se per esempio questo rapporto di vita era pi acuto in Francia, in Inghilterra e altrove.
Con questo ci siamo lasciati, chiudendo la prima riunione. Per strada abbiamo chiacchierato ancora con alcuni di loro fin tardi e poi con il nostro amico, il quale ci confidava l'impressione di meraviglia e di gioia tratta dalla semplicit con cui quegli operai avevano saputo mettere in chiaro i punti torbidi della ideologia che aveva esposta. La sua natura, tipicamente cristiana, lo rendeva umile ed esaltato al tempo stesso al solo ricordo di quello che sentiva di avere imparato. Separandosi da noi ci ha pregato di aiutarlo a continuare quest'opera di cultura che dovr essere per noi il vero progresso, invano atteso dalla sola filosofia morale.
La riunione fissata per quindici giorni dopo ha avuto luogo ugualmente con la stessa fertilit per tutti. Intanto il numero di partecipanti non mut. Tutti sono intervenuti regolarmente; ed abbiamo perfino atteso di essere al completo per cominciare. Intanto il nostro amico che si era assunto il compito di rispondere all'argomento propostogli da S. (l'operaio anziano ex socialista) lo ha ringraziato di averlo aiutato a ci con un certo libro (di cui non ricordo il titolo n l'autore) che sembrava aver chiarito il senso della domanda formulata(36). In quel libro infatti si parlava della crescente miseria del proletariato, dalla quale traevano origine un accrescimento di malattie organiche e di ignoranza; quando conseguenza della miseria, a loro volta diventarono cause di un ulteriore peggioramento cos che l'autore concludeva che l'abbandono della sorte dei lavoratori al caso o a un miglioramento spontaneo, era un tradimento che metteva in pericolo l'esistenza di un'intera classe sociale. Il parere che il nostro amico formul su quest'opera fu favorevole per il lato analitico in cui veniva posto in luce il pericolo di una regressione spontanea dell'umanit, e sfavorevole per il lato conclusivo un po' fatalistico nel ritenere inesorabile il destino della umanit. Successivamente, passando all'argomento proposto nella riunione precedente, egli si  scusato di non aver saputo trovare dei dati per rispondere con le statistiche alla domanda fattagli. Tuttavia ha fatto notare che per conoscere l'agiatezza media di vita degli operai si potrebbe studiare il rapporto fra un salario medio e l'indice dei prezzi per gli elementi principali. Ma questo rapporto non avrebbe pi senso quando si tentasse di fare altrettanto per la borghesia capitalista. La ricchezza di questa classe  tutta in poche mani e va sempre pi concentrandosi in un numero minore di capitalisti. La spiegazione di questo grave fenomeno economico  stata data da Marx il quale ha veduto nella concorrenza una forza che da una parte portava alla riduzione dei salari degli operai al livello minimo, e dall'altra finiva con eliminare tutti i piccoli capitalisti, facendoli assorbire dai pi potenti. Il merito di Marx non sta soltanto in questa visione della societ capitalistica ma soprattutto nell'avere intuito che in questo c'era sempre la possibilit di fare intervenire delle forze non ancora provate nella storia per impedire l'esaurimento della vita sociale. Facendo del socialismo una dottrina di azione precisa e convinta della sua realt e dei suoi mezzi, il marxismo ha vinto tutte le utopie politiche ed  diventato un elemento di cui studiosi ed uomini di azione devono tenere conto.  stata anzi la prima vera scuola politica che abbia avuto coscienza del fondamento economico e sociale di tutti i problemi che la storia ci impone di risolvere. E perci nessun uomo di Stato pu fare astrazione oggi da questo grande movimento. Non  pi possibile tornare indietro: bisogna saper risolvere il problema delle lotte di classe, senza perdere l'ammaestramento della dottrina di Marx.
Ma a questo punto si sentiva fra gli operai un certo fermento, quasi avessero desiderio di esprimersi e paura di non saperlo fare adeguatamente. L'operaio S. interrompendo ha chiesto: "Ebbene perch l'umanit ha trascurato questo problema? Anzi perch si fanno tanti progressi nelle scienze pi difficili e complicate e per questa scienza sociale non si riesce a far nulla di buono? Eppure  tanto facile, mi sembra, arrivare a rendere la vita ugualmente possibile per tutti, certamente  molto pi semplice questo di tutti quei miracoli di tecnica che gli uomini sono riusciti a fare".
Ma il nostro amico preoccupato dell'esito imprevisto delle sue parole e presentendo la gravit delle obiezioni che gli sarebbero state fatte, ha proseguito quasi impaurito, rinnegando la sostanza delle sue parole precedenti. Ha detto, infatti, che soltanto il fascismo poteva con la guida del duce rendere finalmente storiche le parole di Marx. Con mediocre apologia (e senza convinzione, come ci ha confessato pi tardi) ha insistito nell'affermare che il compito del fascismo era socialmente rivoluzionario. Si doveva arrivare per volont del duce, diceva leggendo le scritte, alla giustizia sociale, al salario corporativo, al lavoro come base dell'economia. Ha quindi commentato alcuni paragrafi della Carta del lavoro ed ha terminato chiedendo agli ascoltatori di essere pi specifici nella indicazione del tema, per permettergli di rispondere in modo pi concreto. Questa volta la conferenza aveva stancato tutti. Nessuno reagiva dopo tanto confusionismo. L'interesse e l'attesa che si erano manifestati in principio, lentamente si erano trasformati in disinteresse e noia per tutti. Il mio compagno... ed io eravamo preoccupati del cattivo esito e non sapevamo in qual modo accomodare la situazione. Ancora una volta sono stati i giovani operai che ci hanno aiutato.
Uno di loro, afferrando il pretesto del salario corporativo, ci ha detto che sarebbe stato interessante di vedere come si sarebbe potuti arrivare praticamente ad applicarlo.
Allora io ho detto che secondo me, per rispondere a questa e ad altre domande si doveva cercare quale era l'organo sociale destinato a creare la legge ed a farla eseguire. Si doveva perci studiare la Camera dei fasci e delle corporazioni per vedere se e come poteva adempire al compito che si sarebbe assunta(37). Non basta studiare quali devono essere separatamente i vari punti di difesa del lavoratore contro il suo sfruttatore e cercare protezione nella legge. Bisogna, finch  possibile, fare la legge, ossia far sentire al governo le necessit comuni e non personali perch esso possa soddisfarle sempre pi profondamente. I problemi dovranno dunque essere esaminati da un punto di vista di classe o per lo meno di categoria, cercando il massimo di interesse collettivo per opporsi alla dispersione delle forze. Perci se invece di esaminare un problema come quello del salario corporativo, dei contratti collettivi, si cercasse di vedere insieme in quale momento nei rapporti fra lavoratori e datori di lavoro si sente la volont dei primi oltre quella dei secondi, se si cercasse quindi di vedere come potr rendersi efficace la difesa degli interessi dei lavoratori nella nuova camera corporativa promessa, si farebbe opera molto pi utile. Lasciamo da parte i casi e i problemi individuali e cerchiamo insieme di vedere quelli comuni. Tanto non c' pericolo che se ci occuperemo sul serio nessuno di noi si dimenticher di sentirsi partecipe individualmente a tutto quello che  problema della sua categoria.
Gli operai mi hanno approvato ed hanno chiesto di fare le cose pi positivamente. Cio di esaminare qualche legge o qualche scritto autorevole, dal quale si possa intravedere quali saranno le direttive di costituzione e di funzionamento della Camera corporativa, per vedere subito che cosa si deve fare per impedire che essa diventi un nuovo mezzo di sfruttamento nelle mani dei ricchi.
I giovani si sono subito dichiarati entusiasti di questo studio per prevenire a tempo i pericoli di un'oppressione economica e per sapere come orientarsi insieme nella difesa dei loro interessi. Anche lo squadrista  stato meno cinico delle volte precedenti.
I vecchi invece hanno espresso la loro sfiducia nella possibilit di arrivare a qualche risultato efficace, ma ci hanno naturalmente promesso che avrebbero tentato con noi di vedere che cosa si sarebbe potuto fare per rendere l'avvenire migliore e per garantirsi con la legge da ogni aggravamento delle loro condizioni(38).
Ci siamo cos lasciati per l'appuntamento quindicinale successivo. Molti, per, ci hanno confessato la loro fiducia nella necessit e nel vantaggio delle riunioni e ci hanno pregato di renderle definitive, facendo soltanto delle brevi vacanze estive, per riprendere poi con il mese di settembre, per esempio, senza interruzione. Alcuni ci hanno anche pregati di dar loro notizie sul funzionamento delle associazioni sindacali negli altri paesi, sulle condizioni di vita degli operai. La loro sete di conoscere quello che avviene fuori d'Italia non ha veramente limiti. Arrivano perfino ad essere imprudenti pur di poter sentire parlare della Russia e della Francia. Abbiano promesso loro di esaminare successivamente anche questi problemi di vita del proletariato internazionale.
Il fiduciario si  naturalmente interessato a rendere un po' pi noto questo corso, magari inviando una specie di relazione al "Dopolavoro poligrafico" per far sapere che si  riusciti a fare qualche cosa di veramente e seriamente culturale. Beninteso, tale rapporto dovrebbe essere redatto con un po' di prudenza per evitare seccature. Tanto quello che si  detto rimane tra noi, come se fosse detto in famiglia.
Siamo tutti rimasti d'accordo su questo punto e ci siamo dati convegno per la riunione successiva, fissando come argomento quello dello studio della Camera corporativa per vedere quale posto in essa avr il loro rappresentante.
Vorrei in conclusione aggiungere ancora qualche parola per esporre in breve le idee a cui ci atterremo nelle prossime riunioni.
Anzitutto vogliamo insistere perch si formi una chiara coscienza che i vantaggi degli operai stanno essenzialmente nella loro solidariet. Quindi parlando del sistema corporativo sottolineeremo la diminuzione della loro forza messa di fronte a quella del capitalista, non pi preoccupato dalla vastit del movimento.
In particolare esamineremo come pu essere fissato e protetto il salario, come si deve fare per impedire l'aumento dei prezzi che annulla vantaggi ottenuti dal rialzo salariale.
In politica estera non crediamo di poter parlare apertamente della Spagna perch ci sembra pericoloso per il momento. Vogliamo per mostrare che la democrazia pu soltanto difendere la pace e che la pace  la sola giusta aspirazione umana. Senza parlare degli Stati che difendono proprio la pace (ma senza lasciarli nemmeno attaccare in nessun modo) vogliamo cercare di mobilitare la loro coscienza perch in Italia si senta e si dica che la pace  il fondamento della vita sociale.
Separatamente poi, quando si sar accresciuta l'intimit personale con gli operai, parleremo sempre pi esplicitamente dei problemi di politica. Finora rimaniamo sull'esame dei soli argomenti di progresso sociale e cerchiamo di richiamare la loro attenzione che la vera difesa dei diritti non si ottiene con la passivit ma con il coraggio civile(39).
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Autarchia dell'intelligenza e classe operaia(40).
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Uno dei pi importanti contributi alla campagna per l'autarchia dell'intelligenza  l'articolo dell'on. Carlo Boidi(41) comparso sul Popolo d'Italia del 16,7,XV.
In questo articolo egli documenta la grave dipendenza della nostra industria dai brevetti stranieri. Rintraccia poi le cause di questo stato di cose:
- nella sfiducia degli industriali verso il brevetto nazionale;
- nella "mentalit di molti industriali i quali non vedono nella loro industria altro che l'investimento del capitale che deve essere rimunerato il pi largamente e lautamente possibile";
- nell'assoluta deficienza dei laboratori sperimentali;
- nel controllo poco severo sull'importazione dei brevetti esteri.
I rimedi che egli propone sono i seguenti:
1) istituzione di una commissione corporativa, che "riveda le licenze straniere gi esistenti e disciplini e controlli severamente l'importazione delle licenze dall'estero per l'avvenire";
2) "un progetto di legge che obblighi tutte le nostre industrie ad istituire reparti specializzati di progetti, ricerche e costruzioni sperimentali" con istituzioni di analoghi reparti presso gli Istituti superiori di ingegneria.
Ora, noi approviamo senz'altro le proposte dell'on. Boidi, ma ci pare che esse non tocchino ancora tutti i lati del vasto problema proposto. La sua attenzione si rivolge, forse in modo troppo esclusivo, alla formazione di una classe di ingegneri specializzati, mentre a nostro avviso la radice del male deve essere cercata anzitutto nella deficiente preparazione di tecnici e di operai specializzati e nel poco interesse che le maestranze hanno al miglioramento della produzione. Indubbiamente la preparazione di ingegneri specializzati  condizione necessaria per la formazione di un'industria basata esclusivamente sulle forze nazionali, ma non si deve d'altra parte dimenticare l'importanza che hanno nelle industrie i contributi dati da tecnici e da operai specializzati.
Si  costretti ad importare anche brevetti per accessori, per macchine utensili, ossia per manufatti che non richiedono affatto la complessa preparazione teorica dell'ingegnere, ma che potrebbero benissimo essere sostituiti con brevetti italiani da un corpo di tecnici e di operai specializzati.
Si  costretti ad importare leghe di metalli speciali, pagando evidentemente un notevole sopraprezzo sul costo intrinseco delle materie prime. Si potrebbe evitare anche questo e non occorrerebbe altro che il miglioramento di cicli di produzione gi esistenti per la cui valorizzazione  pi necessario il contributo di operai specializzati, di tecnici che di ingegneri.
Dunque, problema connesso a quello dell'autarchia dell'intelligenza  quello della preparazione su scala pi vasta di tecnici industriali e di operai specializzati. E questa preparazione si basa anzitutto sulla formazione di una rete di scuole professionali molto superiore a quelle esistenti. E non basterebbe soltanto aumentare il numero delle scuole, che molte volte si rivelano insufficienti alla preparazione pratica e troppo costose; la spesa per far frequentare al figlio una di queste scuole non pu essere che di rado affrontata da una famiglia operaia e inoltre in tal caso i genitori preferiscono scuole che apparentemente aprono a carriere di pi ampio respiro.
Queste scuole dovrebbero essere connesse alle industrie e permettere ai giovani di frequentare la scuola per una parte della giornata e per l'altra parte lavorare nell'industria percependo cos il salario di apprendista. Un esempio di questo genere  riferito dalla Stampa del 4,6,XV: "Presso l'Ansaldo ai cantieri e alle officine  stata connessa una scuola frequentata da qualche centinaio di apprendisti. Gli allievi studiano e lavorano 40 ore settimanali e ricevono anche il salario fissato dal contratto collettivo. Il salario  pagato soltanto parzialmente, il saldo sar liquidato quando, finito il tirocinio, i nuovi operai faranno parte dell'azienda da almeno due anni". Non  ancora la soluzione ottima questa che conduce ad una specie di "ferma obbligatoria", ma d'altra parte  gi molto nei confronti delle altre scuole professionali. Infatti, coloro che hanno sostenuto il sacrificio di frequentare una scuola professionale specializzata si trovano poi nei riguardi del collocamento alla stessa altezza di chi non possa produrre alcun diploma. E questo tante volte  giustificato data la preparazione inadeguata ottenuta nella scuola professionale.
Dunque scuole professionali connesse alle industrie come prima tappa per la costituzione di una classe di tecnici e di operai specializzati adeguata alle necessit dell'autarchia: ma oltre a questo occorre anche suscitare l'interesse dell'operaio al miglioramento del prodotto, istituendo sull'esempio di certi paesi esteri concorsi per miglioramenti dei cicli di produzione, consentendo all'operaio l'accesso a particolari laboratori sperimentali, fornendogli la possibilit di qualche prova, facilitando la burocrazia dei brevetti, ecc.(42).
E.C.
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Cosa significa il "largo ai giovani"(43).
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Vogliamo riassumere in questa "rassegna della stampa" i notevoli contributi che Critica fascista ha portato nel corso di quest'anno al problema dei giovani in quanto problema della formazione di una classe dirigente.
Nel caso pi fortunato questo problema  posto direttamente dal giovane ed allora non  semplicemente problema della "caccia" a qualche dignit nelle organizzazioni;  problema di quelli "che intendono mettersi al centro stesso del mondo ideale creato dagli anziani, per rivederne carte ed orientamenti. Giudicano costoro, che i posti, le funzioni, le cariche, le responsabilit di comando in mano dei giovani sono meno che niente, se non servono a rinnovare esperienze, metodi, sistemi, impostazioni formali e sostanziali dei problemi, che sempre mutano nel volgere degli eventi e delle generazioni" (Critica fascista, 15.1.XV, Abatini inquieti)(44). Ma per riuscire a questo la loro attivit deve essere concreta, costruttiva "poich  da stolti uscirsene fuori con un frondismo generico, allusivo, farcito di ammiccamenti caricaturali a questo o a quel tipo di gerarca pretenzioso, a questo o quel sedicente Padre Eterno della scienza" (ibidem).
Forse la ramanzina  troppo violenta perch si  portati nei primi passi, nel prendere cognizione del mondo che ci circonda, a questo atteggiamento, che diviene inconcludente solo in quanto sia fine a se stesso. Ma purtroppo la nostra storia ci insegna che troppo spesso uno sforzo generoso si  risolto in qualche insignificante "pasquinata"!
Ma se tutto il problema stesse qui, non ci si spiegherebbe quel certo che di stanco e di acre che lo accompagna sempre: il problema  pi grave, poich sono pochi i giovani che vanno incontro alle loro responsabilit. Molti, i pi, trascorrono quieti, nel conformismo di una vita limitata, e perci il problema dei giovani  pi un problema di carenza, che ingigantisce allora fino a quello della formazione della classe dirigente.
Formazione di una classe dirigente
Camillo Pellizzi, ricercando nella Critica fascista del 15,6,XV, un rimedio a questo stato di cose, si sente attratto verso i metodi dei colleges inglesi e vorrebbe associare alle scuole, dalle elementari all'universit, un complesso di esercitazioni. In esse il giovane dovrebbe educarsi "alla deliberazione responsabile, alla valutazione equa delle diverse opinioni, alla disciplina del dibattito"(45).
Confessiamo che, per quanto questo ideale di dolce Accademia possa sedurci in qualche momento di nostalgia melanconica, non ci sentiamo di appoggiare una proposta che all'atto pratico si ridurrebbe ad una mera classe di retorica o a qualche istituzione del tipo dei boy scouts.
Ma, a parte la facile ironia, a cosa condurrebbe la proposta del Pellizzi?
Agostino Nasti, nella Critica fascista dell'1,7,XV, afferma che "quel sistema da s solo, potrebbe essere, date le caratteristiche dell'ingegno italiano (brillantezza, facilit, attitudine alla retorica), un mezzo di esercizio della sola intelligenza e corruttore della personalit morale"(46).
Si finirebbe. cos per cadere nuovamente in quella dittatura di funzionari, che Pellizzi ritiene essere "fenomeno di cui la storia ha vari esempi: e sono tutti esempi a ben guardare di decadenza".
Noi non vogliamo con questo spezzare la lancia contro la discussione, la libera discussione. Noi vogliamo soltanto mettere in guardia contro l'abuso di essa, abuso che ci condurrebbe in questo caso ad una sterile, esangue ed organizzata esercitazione.
In essa la borghesia, feconda soltanto di funzionari e di burocrati, diguazzerebbe contenta e soddisfatta, seguitando ad inquinare ed a monopolizzare la classe dirigente italiana.
Il fondamentale problema  invece - come dice Nasti - quello di immettere nella classe dirigente italiana il popolo ed egli vorrebbe che il "Pellizzi chiarisse se  d'accordo sulla necessit di questo rinsanguamento della classe politica italiana, sulla necessit, cio, che questa sia apertissima, che si faciliti l'ingresso in essa di uomini espressi dal popolo e che sia necessario quindi pensare al modo di preparare questi elementi popolari, che non sono preparati dall'ambiente familiare e nemmeno nelle scuole, perch frequentano solo le elementari".
Sindacati e classe dirigente
Ma per la scelta di questi elementi egli non ritiene sufficiente la "scuola" sindacale e si chiede angosciato: "Dovremo sempre essere un popolo di prim'ordine guidato da una mediocre classe dirigente?".
Indubbiamente, pensando al modo con cui oggi funzionano i sindacati, non  possibile sperare che da essi si esprima facilmente questa nuova classe dirigente. Ma noi non condividiamo l'estrema punta di angoscia del Nasti e pensiamo invece che lo sforzo nostro debba rivolgersi proprio verso l'organizzazione sindacale. Essa ha molti difetti e tutti lo confessano. Longo, per es., in Critica fascista dell'1,6,XV, insiste "sulla necessit ed urgenza di approfondire ed intensificare l'opera di educazione sindacale delle masse lavoratrici" poich "i giovani lavoratori, in genere, non si interessano abbastanza del sindacato e della vita sindacale"(47).
Ma senza sperare in una formazione spontanea di questa classe dirigente attraverso i sindacati, noi crediamo che questa sia ancora l'unica via e ce la indica la coscienza, che abbiamo della maturit dell'operaio italiano, maturit fatta di cosciente responsabilit e di disciplinata decisione. Il nostro sforzo deve mirare a liberare da impacci burocratici ed organizzativi queste forze che sole ci permetteranno la formazione di quella classe dirigente unitaria che non porti pi in s "le conseguenze della divisione politica - e non soltanto in senso territoriale - che precedette l'unificazione della Italia" (Granzotto, in Critica fascista del 15,5,XV)(48).
Avviso agli universitari
E nel paragrafo precedente abbiamo parlato, a ragion veduta, del sindacato come dell'unica via per la formazione della classe dirigente, poich, se l'universitario non vorr morire nella burocrazia o nel frazionariato, egli dovr finire collo spogliarsi di molte delle sue soprastrutture e dovr soprattutto avvicinarsi alla classe operaia avvicinarlesi nel sindacato, nel gruppo rionale, nel dopolavoro.
Ma egli  ancora molto distante da questo suo imprescindibile compito.
Vediamo, infatti, i resoconti del Convegno di dottrina del fascismo, ai Littoriali di quest'anno. In esso troppo si  teorizzato astrattamente e formalmente.
Giancarlo Ballarati, Littore di quest'anno, in Critica fascista dell'1,5,XV, chiama "negativo e sterile quell'aspetto del convegno, che si  posto alla astratta ricerca della determinazione di una personalit ideale e di un concetto speculatico dello Stato, perch si compiva l'opera vana della giustificazione del punto di partenza, rivendicando lo Stato come interiorit e spiritualit ci che  presupposto ormai pacifico, e caratteristica propria anche a forme non fasciste di Stato"(49).
Lasciamo da parte l'invito, che credo imbarazzante, a tirar fuori quelle altre forme non fasciste di Stato e concordiamo senz'altro nel ritenere sterile questo circolo vizioso della giustificazione del punto di partenza.
Ma crede forse il camerata Ballarati che questo Stato interiore e spirituale sia presupposto ormai pacifico?
Se lo  per alcuno, lo sar per gli ondivaghi filosofanti, per quelli che, come vedo riportato nel successivo articolo di Vincenzo Buonassisi "credono che l'Impero esistesse entro di noi prima che disponessimo di un sol metro quadrato di territorio".
Noi crediamo invece che la discussione teorica sia utilissima e necessaria, purch esca dall'esoterismo di questo Stato in interiore hominis.
E l'avviso che noi dobbiamo ricavare da questa lunga polemica e specie dalle parole di Nasti,  quello di rompere una buona volta col pacifico vivacchiare e profittare del "pane della scienza".
Si afferma l'identit del pensare e del fare per poi solo pensare o meglio arzigogolare schemi.
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Latifondo(50).
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Nel suo discorso conclusivo al viaggio in Sicilia(51), il duce afferma che "non c' nessun problema in nessuna parte d'Italia che non diventi immediatamente problema per l'intera nazione".
Con queste parole egli volle sicuramente negare l'esistenza di un problema meridionale in quanto problema dei soli italiani del mezzogiorno e delle isole.
Necessario richiamo, questo del duce, perch gli italiani del settentrione hanno, di fatto, per troppo lungo tempo bandito dal loro orizzonte politico questo fondamentale problema della politica italiana. Essi hanno spesso subordinato, in modo assoluto, agli interessi del capitale del settentrione qualsiasi esigenza delle nostre terre meridionali.
Colpa antica perch fin dai primi tempi dell'unit italiana il capitalista settentrionale, la nascente classe industriale piemontese e lombarda, vide nel mezzogiorno piuttosto le possibilit di uno sfruttamento economico, che le energie sprigionantesi da quella che tra le rivoluzioni italiane ebbe pi decisi i caratteri popolari e sociali. E cos le forze, non certamente rivoluzionarie, dei grandi latifondisti mantennero la loro posizione predominante. Perci in molta parte dell'Italia meridionale il contadino lavor chiuso nel suo piccolo mondo, tormentato da residui feudali, che annullavano la sua misera ed astratta libert, mentre intanto la classe borghese intellettuale, invece di prendere in mano il movimento progressista del meridione, faceva lega anch'essa coi latifondisti, costituendo quella classe di funzionari e di burocrati contro la quale cos volentieri ci si scaglia.
Le prerogative feudali, contro le quali il fascismo ha iniziato una lotta che sar certo definitiva, permangono ancora in qualche provincia isolata del meridione e assieme ad esse gravita plumbea la "civilt dei baroni".
E su tutto questo il settentrione trova comodo chiudere gli occhi e, se talvolta gli accade di pensare al problema del mezzogiorno,  per lamentarsi dell'immigrazione delle masse dal mezzogiorno e dalle isole: immigrazione determinata dall'incuria colpevole di coloro che trascurarono il problema meridionale, impoverendo quei paesi e costringendoli in uno stadio di sviluppo economico inferiore a quello del settentrione.
Il buon settentrionale vorrebbe che per i suoi interessi queste masse rimanessero vincolate ai loro paesucoli dispersi, privi di strade e di scuole, obbligate agli stessi doveri dell'italiano della gran citt, ma minorate nei loro diritti fondamentali.
Contro questo stato di cose qualcosa si  fatto, il 25 per cento, e un altro 25 per cento sta per essere fatto, ha detto il duce. Egli ha detto pure che il latifondo siciliano "sar liquidato dal villaggio rurale il giorno in cui il villaggio rurale avr l'acqua e la strada"(52).
Ma il problema angoscioso del mezzogiorno si risolve solo divenendo problema italiano, solo quando il settentrione sia cosciente appieno dei suoi doveri verso i suoi fratelli meridionali.
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Ancora sul latifondo.(53)
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Da un articolo di Daniele Occhipinti nel Corriere padano(54) del 13,8,XV trascriviamo alcune precisazioni sul problema del latifondo in Sicilia, precisazioni che illuminano alcuni aspetti non troppo conosciuti della grave piaga che affligge la terra sicula.
"Gli studiosi della questione sono d'accordo nel ritenere che su una superficie complessiva di ha. 1.670.000 adibita alla coltura estensiva granaria, due terzi presentano le caratteristiche dell'agricoltura latifondista; ci mostra la vastit e la gravit del problema da risolvere.
"Da un'inchiesta sul latifondo siciliano eseguita nel '29 dal prof. Mul, ispettore compartimentale per la Sicilia,  risultato che i latifondi siciliani sono situati per i quattro quinti in collina, alta collina e montagna e che soltanto per un quinto si trovano in zona marina e precollinare. Ora  noto che la deficienza pluviometrica, in Sicilia,  massima nelle zone marine, mentre in collina e in montagna il regime delle piogge  pi abbondante e meglio distribuito. Quindi per molti latifondi siciliani non regge il pretesto della siccit che costringe ad adottare colture a tipo estensivo, con scarsit di miglioramenti fondiari."
Dunque la coltura estensiva di tanta parte della Sicilia non  affatto da ascriversi alla siccit: le terre dei grandi latifondi non sono le povere terre aride, esse sono le migliori di tutta la Sicilia, ch i cattivi bocconi sono lasciati naturalmente al piccolo proprietario, coltivatore dei suoi campi.
Le principali ragioni perch i grandi proprietari non valorizzano in modo pi consono alla nuova politica economica le loro terre, sono nella vita cittadina che essi conducono e nella infinita serie di intermediari colla quale il "signore" grava sul colono.
Daniele Occhipinti espone poi un piano per la soluzione di questo problema, piano consistente nella trasformazione del latifondo in poderi di 10-15 ettari ciascuno. In essi potrebbero sistemarsi 30,000 famiglie di contadini in condizioni di serena agiatezza e indipendenza. Essi dovrebbero venir forniti di una casa colonica con annessa stalla. Scegliendo il noto modello di Garlasco (ing. Ciocca) essa porterebbe una spesa di soltanto 7.000 lire per casa. La spesa per la trasformazione del latifondo in piccola propriet a coltura intensiva costerebbe circa 2.000 lire per ettaro.
Dunque: spesa complessiva di circa tre miliardi. Ma con questa spesa si potrebbero sistemare circa 30.000 famiglie, si aumenterebbe la produzione del grano di quattro milioni di quintali ossia di circa la met dell'attuale produzione e infine si formerebbe un patrimonio zootecnico di 400.000 capi bovini ossia si quadruplicherebbe il patrimonio attuale.
 Cina e Giappone(55)
Risveglio del nazionalismo cinese
Senza dichiarazioni formali e quasi imprevista  scoppiata una guerra che tutti gli inviati concordano nei chiamare terribile ed implacabile, fra la Cina e il Giappone(56).
Di chi sia la responsabilit  un po' difficile affermare per chi non conosca i particolari e i retroscena; ma per l'"uomo della strada", che giudica secondo il buon senso "a lume di naso", vi  per lo meno una presunzione relativa che l'aggressore sia l'invasore e non l'invaso(57).
Ma certo  che tutto il mondo  stato sorpreso dalla fiera e - possiamo dirlo - eroica resistenza del popolo cinese, resistenza che trapela anche dalla laconica freddezza delle comunicazioni della stampa. Finora i facili profeti di una vittoria del Giappone, conquistata con le armi e con l'oro, hanno avuto torto. Non sappiamo se Chiang Kai-shek sia un vero capo del suo popolo o se la passione nazionale dei cinesi non l'abbia trascinato suo malgrado nella lotta (e forse la seconda ipotesi  pi verosimile).
Infatti il prestigio personale del Maresciallo non  stato mai tanto grande da poter unificare organicamente nemmeno il Kuomintang, cio quello stesso partito che lo ha portato al potere, e le cui frazioni, non immuni per la maggior parte da varie influenze imperialistiche straniere(58), abbracciano una gamma assai vasta di tendenze disparate. Tanto meno  stato capace di realizzare l'unione della Cina intorno al governo centrale di Nanchino. La sua autorit non era certamente aumentata nei tempi che precedettero l'inizio delle ostilit, come ci indica l'episodio di Chang Hsueh-liang(59). N d'altra parte bisogna credere che la sua autorit esca necessariamente consolidata dall'eventuale vittoria del popolo cinese.
Da questo unirsi del popolo cinese l'abile Chiang Kai-shek potr forse trarre qualche vantaggio, bench il movimento popolare non vada probabilmente compiendosi secondo i suoi piani.
L'unione del popolo cinese  veramente grandiosa, quando si pensi che non soltanto ha superato tutti i rancori delle cricche locali, ma ha tratto a s anche i famosi "banditi" i quali non erano sempre dei volgari predoni venduti all'oro di qualche generale ribelle o di qualche potenza imperialista, ma rappresentavano spesso una reazione profonda dei contadini alla dominazione feudale ed egoistica, che li opprimeva.
Dal punto di vista delle ripercussioni internazionali poco si pu affermare perch la piega presa dalle operazioni attorno a Sciangai ha messo in imbarazzo le potenze pi direttamente interessate. Il loro compito era stato finora quello di escludersi a vicenda dal predominio economico sulla Cina e di stabilirlo per proprio conto; ma condizione necessaria alla riuscita di questo elegante piano era una Cina debole e docile alle pretese combinate del Giappone e delle potenze europee.
Ma il risveglio nazionale della Cina manda all'aria tutti questi bei castelli di carta e d'altra parte l'incertezza sull'esito della guerra trattiene la diplomazia europea da tentativi di ricostruirli.
Quale sar l'esito della guerra? Tutti son diventati estremamente circospetti nel prevederlo. Non si leggono pi sui giornali frasi dogmatiche come "la Cina non pu vincere e il Giappone non pu perdere". Se la guerra  di lunga durata - e tutto lo lascia prevedere - non  detto che la superiorit tecnica del soldato giapponese non venga compensata da una riorganizzazione profonda delle forze cinesi, riorganizzazione facilitata e fondata sull'entusiasmo nazionale della lotta contro lo straniero.
Il fattore economico  infine favorevole alla Cina, data la situazione grave in cui si trova il Giappone a causa della sovrappopolazione e della chiusura dei mercati esteri.
Il favore delle armi potr anche accompagnare la campagna imperialista del Giappone, ma la vittoria giapponese, ammessa la sua possibilit, non potr mai essere n definitiva n completa. Non si pu domare un popolo ricco di tradizioni incomparabili, che, posto in movimento dalla lotta sociale all'interno e dalla lotta nazionale all'esterno, ritrova finalmente la sua coscienza, anche senza la cooperazione di coloro che dovrebbero essere le sue guide autorizzate(60).
 Giappone popolo eletto del Sol Levante(61)
Troviamo riportata da Omnibus del 21 agosto 1937-XV una dichiarazione attribuita a Matsuoka. Egli, lo sappia il lettore, non  un generale e nemmeno un sacerdote scintoista, ma un raffinatissimo figlio del Sol Levante, educato in occidente, e rotto a tutte le astuzie della diplomazia.
"La missione della razza yamato (giapponese)  di impedire all'umanit di diventare diabolica. La crisi generale non  che il punto morto della civilt moderna. La civilt materialistica di questa generazione ha gettato il mondo intero nel turbine dell'attuale confusione... La nostra razza yamato ha una tradizione senza rivali. Noi non abbiamo alcun interesse a inebriarci di civilt occidentale... Ritorniamo allo spirito giapponese, studiamo di nuovo la nostra storia nazionale di duemila anni. La provvidenza fa appello al Giappone per liberare l'umanit dall'inciampo della civilt materiale moderna."
Da questa e da altre dichiarazioni Omnibus trae delle considerazioni nutrite di una certa simpatia e di un certo calore verso il Giappone che "in questo mondo di egoismi, di interessi brutali, di materialismo e di scetticismo si presenta forte in armi quanto le pi forti nazioni occidentali e con in pi il tesoro intatto di una fede religiosa nella sua missione di dominare il mondo".
Ma noi sappiamo cosa pensare di queste asserzioni mirabolanti, di queste promesse apocalittiche. Una lunga esperienza ci ha istruiti ormai sul valore di questi anatemi e di queste improvvise investiture...
 Proposte(62)
L'autarchia economica, ponendo nuovi compiti alla classe operaia, rende problema centrale della politica sindacale la formazione di una classe di operai specializzati. Utile incitamento alla formazione di tale classe potrebbe essere un'estensione dell'accordo di apprendistato, gi ottenuto per la categoria dei poligrafici, a tutte le altre categorie, e in primo luogo a quella degli operai meccanici e chimici. In esso potr essere contemplato come utile agli effetti del passaggio alla terza categoria il periodo trascorso nelle scuole professionali, successive a quelle di avviamento al lavoro.
Accordi di questo genere dovrebbero portare anche all'istituzione di uffici di collocamento posti presso i vari segretari di categoria, allo scopo di tener pi facilmente presenti i titoli prodotti e le specifiche attitudini degli apprendisti, ottenendo nel contempo uno sveltimento nel funzionamento di questo importante organo.
 Armando Carlini e il concetto di Stato(63)
Critica fascista ha pubblicato quest'anno una serie di articoli di Armando Carlini(64), nei quali l'illustre filosofo si industria a orientare il lettore nelle congerie di ci che si dice e si scrive sulla essenza dello Stato e della societ.
Il problema, come oggi  storicamente determinato,  quello del superamento della scuola gentiliana, che tenne per tanto tempo il campo nella filosofia politica del fascismo. E Armando Carlini, uscito dalla scuola gentiliana, si pone nettamente su una base, che seppure apparentata con l'idealismo, va sfogando verso uno spiritualismo quanto mai distante dalla filosofia di Giovanni Gentile.
Il problema centrale dello Stato diveniva nella filosofia attualista il problema del rapporto tra Stato e individuo, fra il tutto e la parte. Questa opposizione doveva realizzare il concetto di uno Stato come realt spirituale vissuta dall'individuo. E chi calcava la mano sullo Stato, ponendosi in una posizione autoritaria, e chi calcava una mano sull'individuo facendo risorgere qualche posizione democratica.
E ci si poteva gingillare infinitamente, scrivere lunghi articoli, ravvolgersi sempre pi nella terminologia per sboccare in belle perorazioni piene di un lirismo che crederemo sempre sincero. E intanto la realt procedeva infischiandosene delle dottrine della scuola filosofico-politica di Giovanni Gentile. Destino d'altronde comune a tutte quelle filosofie che pretendono cos facilmente alla identificazione di pensiero e azione.
Armando Carlini denuncia acutamente questo isterilirsi della filosofia politica, reclama un approfondimento maggiore dei due concetti per ora definiti soltanto dalla loro ideale posizione. Ed egli comincia a ricercare qualcosa di pi concreto nel concetto dell'individuo e lo trova in quella personalit "che si costituisce in una prima e fondamentale istanza come valore puramente spirituale nell'intimit della coscienza, l, dove la concezione del mondo e della vita assume un significato non soltanto filosofico ma anche (anzi prevalentemente) religioso"(65).
Cos all'individuo astratto, ma tuttavia logico e razionale, egli sostituisce un'entit prevalentemente irrazionale. Contrariamente all'individuo della filosofia idealistica, questa personalit non trae la sua giustificazione e la sua ragion d'essere dalla storia: essa si costituisce autonoma e sufficiente in se stessa. Egli non pu per mantenere il concetto dell'individuo in questa nebulosa forma di personalit, perch essa con la sua sufficienza in se stessa escluderebbe la necessit della societ. La societ diverrebbe per questa personalit prevalentemente religiosa una pura forma di convivenza.
Egli arricchisce allora il suo concetto in un modo che vedremo essere per soltanto esterno e pone accanto all'individuo-personalit l'individuo-corporeit. Per questa sua esistenza l'individuo nasce, vive e muore nel mondo sociale. Dovrebbe cos superare il concetto di societ come semplice convivenza accidentale per determinarsi attraverso alle varie posizioni sociali della "famiglia, del diritto e dello Stato".
Queste forme sociali sono in grado di successiva implicazione attraverso alla quale dalla primitiva forma sociale e familiare si passa a quella superiore di Stato.
La dinamica di questo processo con gli inevitabili residui  quasi assolutamente trascurata dal Carlini. Egli si accontenta di affermare che "lo Stato  la sola forma che permette all'individuo di porre il problema della sua esistenza nel mondo di quella societ umana concretamente universale, che  il mondo della storia politicamente intesa"(66).
Ma accanto a questo mondo della storia politicamente intesa, c' per il Carlini un mondo della storia moralmente intesa. Esso si presenta come una esigenza morale, per la quale tutti gli uomini sentono di essere cittadini di uno stesso Stato ideale, cittadini di una civitas maxima. Stato che per il Carlini non  di l da venire, ma che  realizzato dalla Chiesa.
Questa in brevi tratti la filosofia che secondo il Carlini ci dovrebbe servire da orientamento. Ma ha essa davvero assolto il suo compito?
A nostro avviso, no. Essa ci porta in un complesso di antitesi ben pi gravi di quella attualistica. Abbiamo un individuo che, in fondo, finisce ancora col contrapporsi alla societ, o, meglio, alle due societ, quella politica e quella morale.
Solamente invece dell'individuo astratto, ma chiaro e determinato della filosofia idealistica, ci troviamo di fronte ad un individuo simbolico, fonte esso stesso della sua esistenza, contrapposto o annegato in una societ nebulosa e oscura come quella famosa notte in cui tutte le vacche sono nere.
Abbiamo infine una societ umana e politica e una societ umana morale, che non si capisce bene se debbano contrapporsi o giustapporsi.
Dunque l'opposizione tra individui e societ permane astratta e si spezza in altre opposizioni, perch il Carlini dopo aver dato all'individuo il suo concreto carattere materiale lo lascia dissolvere, trascurando, prima, forme sociali fondamentali quali quella dei rapporti di lavoro e di produzione e trascurando, poi, tutti quei residui che nel passaggio da una forma di socialit ad un'altra sono determinati dal carattere concreto dell'individuo. Questo carattere concreto e materiale dell'individuo d a queste forme sociali un'esistenza che non  quella fantomatica elargita da una sociologia spirituale; ma  invece quella greve e pesante di una sociologia, nella quale ai vari istituti e alle varie forme sociali corrispondano forze materiali storicamente determinate. La loro implicazione in forme successive non lascia trascurabili residui, ma comporta lotte tenaci e cruente.
Ma questo modello di filosofia politica non ha soltanto delle gravi mende concettuali: esso comporta anche un concetto di Stato che  quanto di pi reazionario possiamo pensare. Ad esso finisce col mancare qualsiasi moto storico per la posizione prevalentemente religiosa, e perci statica, dell'individuo; la sua esistenza finisce per essere pallido riflesso di quella civitas maxima, che pone, in ultima analisi, allo Stato un fine ad esso esterno; la sua sociologia  quanto di pi convenzionale si possa dare e trascura tutta la dottrina dello Stato nei confronti dei rapporti di produzione.
Concretare il concetto di Stato significa studiarne il rapporto con le varie classi di cittadini, significa analizzare le varie forze che lo promuovono e che si esprimono attraverso alle diverse classi dei cittadini. E non muova paura l'analisi dello Stato e della nazione, la ricerca dei motivi che fanno essere diverse le necessit e le aspirazioni delle classi in cui si divide il complesso dei cittadini.
Non si intacca sicuramente in tal modo l'unit del concetto nazionale, che anzi meglio si costruisce, perch il procedimento sintetico ottiene maggior vigore da un'analisi chiara e approfondita dei dati di fatto, che la storia ci offre.
Questa filosofia dello Stato che come le altre teme le analisi e si accontenta di vaghe e frettolose sintesi, che si arresta alla disputa medievale di Chiesa e Impero, non pu servire ad un approfondimento della coscienza politica degli italiani.
 Ancora sul problema dei giovani(67)
In un numero precedente avevamo parlato della polemica Pellizzi-Nasti sulle condizioni politiche della giovent e sulla formazione di una nuova classe dirigente. Argomento scottante questo, e la posizione abbastanza scettica assunta sia da Pellizzi che da Nasti sulle condizioni della giovent ha provocato delle vive reazioni su molti periodici della nostra stampa giovanile e fascista.
Libro e moschetto ha risposto energicamente e noi siamo d'accordo che  meglio essere aggrediti che mal difesi.
Tra gli altri ci piace ricordare l'articolo di Gino Barbero sul Popolo biellese del 30,VIII. Egli  rimasto vivamente scosso dalle parole di Pellizzi sul carrierismo di molta giovent e la sua difesa  veramente appassionata e dolorosa.
"Ci hanno accusato - egli dice - di essere egoisti, materialisti, e peggio ancora. Non abbiamo detto di no. La poesia sappiamo anche noi cos'. Ma provatevi un po' a prendere la poesia sottobraccio e andare in giro a cercare impieghi. Chi ci ha accusati di non avere poesia deve essere qualcuno che non sa qual  la nostra poesia: di lavoro, di azione; qualcuno che pu vivere senza faticare e che noi non invidiamo affatto... La nostra vita di tutti i giorni non si svolge forse nel clima fascista? Lavoriamo per questo. Pensiamo all'avvenire. Non  colpa nostra se per pensare all'avvenire bisogna andare al sodo. Siamo chiari e netti una volta tanto; noi sappiamo qual  il nostro dovere, ma quali famiglie sorreggeremo domani se fino ad oggi non ci battiamo nella lotta per l'esistenza? Ed  una lotta dura, quale le altre generazioni, quelle che ci accusano, non hanno conosciuta: e di questo siamo pi che sicuri".
Noi non possiamo che approvare le franche parole di Gino Barbero: esse toccano il fondo della piaga con decisione e sincerit e sono un forte richiamo alla realt contro alla retorica delle discussioni che sono state fatte; retorica non per le parole, magari semplici e nude, ma per il vizio profondo nell'impostazione del problema.
Si vede "il giovane" in un mondo "astratto e spirituale" lungi dalle difficolt immediate della vita, tutto buono e pronto a sottomettersi alle varie organizzazioni che si possono teoricamente escogitare per farne un giovane deciso dalla volont chiara e forte, dal corpo sano e dalla mente sana.
E allora Pellizzi pu rimproverare a Nasti e Nasti malinconicamente accettare l'accusa di essere caduto in un circolo chiuso e vizioso; i giovani si debbono educare, ma per educarli ci vuole una classe di educatori, la quale non c' e che si deve ancora educare, et sic in infinitum.
Ma era fatale che ragionando cos Nasti e anche Pellizzi, in fondo, cadessero in un circolo vizioso, carattere appunto di ogni ragionamento e teorizzamento astratto.
Nasti, per, cade di male in peggio, perch suggerisce una soluzione spontanea del problema e afferma che "forse la soluzione dell'imbrogliato problema  nelle cose e verr fuori naturalmente: cio avverr quel che potr". E adesso si potrebbe ironizzare sul "campione della volont fascista" che si accontenta di attendere dalle cose una soluzione, ma noi siamo pronti a credere che Agostino Nasti, aggravato sotto le accuse, si sia ripiegato pronto a scattare con una soluzione pi adeguata e pi sincera del problema.
E ora che la discussione si  conclusa tra gli "anziani", malinconicamente conclusa, ma pur sempre conclusa, sia concesso a noi giovani di avanzare timidamente qualche idea.
E anzitutto perch per gli illustri polemisti di Critica fascista e anche per gli altri del Popolo biellese, ecc. esiste "il giovane" quando esiste invece il giovane operaio, il giovane contadino e il giovane studente?
Non  questa una semplice obbiezione teorica, ma pratica e politica, poich altri sono i problemi della giovent operaia e altri i problemi della giovent studiosa. La giovent non  una realt che oltrepassi le varie classi dei cittadini per riunirsi in un'unica entit politica, ma anzi essa esiste soltanto in quanto ad essa si affacciano i problemi della classe cui appartiene o cui si sente di appartenere.
Si potr obbiettare che l'unico problema fondamentale della giovent e per il quale esiste "il giovane"  il problema politico e nella nostra polemica parlando appunto di formazione di classe politica della giovent era concessa questa astrazione.
Obbiezione che non potrei accettare perch  evidente che il problema politico  problema concreto e il giovane non aspira ad appartenere ad una classe per il solo piacere di far parte di quella tale "aristocrazia" di Pellizzi, ma perch sente di rappresentare le aspirazioni e le esigenze di un certo gruppo di persone. Aspirazioni ed esigenze politiche che oggi pi che mai hanno una base economica: oggi pi che mai colla vita sindacale corporativa della nazione, oggi pi che mai per lo schietto carattere politico delle formazioni sindacali che hanno abbandonato ogni finzione tradeunionistica di apoliticismo.
Perci, educazione di una classe politica  anzitutto lotta contro quella mentalit disperata che certi giovani traggono dalla loro vita economicamente difficile e, non senza profonda commozione ripetiamo qui le parole di Gino Barbero:
"Noi abbiamo sempre invidiate le generazioni che hanno fatto la guerra mondiale e la marcia su Roma, le invidiamo ancora dopo la nostra guerra imperiale. Non c' scampo; loro sono i fascisti, hanno combattuto contro un nemico, il bolscevismo, e lo hanno debellato. Noi chi siamo? Contro chi lotteremo? Se restiamo nei ranghi ci condannano, e dove vogliono mandarci?...".
In queste parole si agita il dramma dell'azione per l'azione, posizione che non consente ancora vita politica ma che  soltanto documento di un frammentario per quanto diffusissimo stato di animo.
E questa lotta si deve condurre sinceramente, con franchezza. Non si debbono dunque dimenticare le condizioni concrete del giovane operaio, del giovane studente, ma ricordarsi dei postulati fondamentali della Carta del lavoro e far ritornare questi giovani ansiosi e sperduti verso quella realt fondamentale che  il lavoro, soggetto della vita nazionale, fonte di gioia e di serenit.
Facilitiamo ai giovani operai e ai giovani studenti l'accesso alla vita, facilitiamo ai giovani del popolo l'istruzione professionale e garantiamoli contro gli abusi dell'apprendistato, diamo loro la sicurezza della loro funzione sociale e vedremo come il problema della classe dirigente si porr in maniera pi serena, non pi intellettualisticamente malinconica e scettica. E ripetiamo l'opinione gi espressa sulle colonne di questo giornale che soltanto la vita sindacale, colla sua concreta aderenza ai problemi nazionali, ci potr fornire il giovane, degno delle sue funzioni politiche. Soltanto la scuola del lavoro e della disciplina del lavoro potr risolvere questo problema e non  questa presunzione astratta, ma esperienza storica.
E.C.
 I poveri sono matti(68)
L'ultimo libro di Cesare Zavattini(69) ci ha interessati e sconcertati: centotrentatr pagine da cui si sprigiona una poesia profonda, realizzantesi con immagini vaghe, fluttuanti, che ti affascinano ma anche ti irritano.
Non  un romanzo, almeno nel senso classico della parola, e al recensente non si pu chiedere un riassunto di questo susseguirsi dolce e triste di quadri; e ogni quadro un piccolo stimolo di una piccola realt ed una audace evasione in un mondo infero di velleit appena delineate e di fantasie senza freno.
Zavattini vorrebbe infatti, "uomini simili ai bambini morti appena nati: aprirono gli occhi, un barbaglio di luce, l'aria irruppe nel roseo petto, poi chiusero gli occhi per sempre e il loro spirito  sulla terra come il vento".
Ansie d'amore, dove l'amore non  che una volont stanca e morbosa verso un simbolo che sempre ti sfugge; dignit calpestate da una vita grigia e stanca: strettezze di denaro dove non c' la miseria, ma una continua piccola lotta contro un piccolo mondo; uomini che si incontrano e sono sempre amaramente soli fra tanti uomini sordi e stanchi.
E su tutto questo il ritmo del tempo: ma di un tempo che non  segnato dalle gioie o dai dolori degli uomini ma che fluisce staccato da noi, ossessionante. "Se ne vanno le ore battendo le ali. Addio ore 16,30, non vi vedr mai pi. Come si pu lavorare? Un po' di pace, fermatevi un momento. Arrivano le 17 e un minuto, e un decimo di secondo seguite dalle 17 e un minuto e un nono di secondo. Vedr le isole di madreperla, sabato andr su un cigno, ma queste 17,49 non torneranno. Gli si agghiaccia il sangue, spera che qualcuno stia guardando dietro la porta. Forse nella strada sono tutti attoniti col viso in aria: le donne ai balconi, coi figli stretti al seno, guardano lasciare la terra le diciassette e cinquantotto."
E questo tempo scorre su uomini che non sono individualit precise e delineate nella vita faticosa: hanno brevi nomi, appena dei monosillabi, tanto per distinguersi approssimativamente. Uno si chiama Bat, l'altro Dod, e poi Suc, Gec...
Per "vi sono gli eroi - dice C.Z. - che non sono Zan, che non sono Das".
Ma anch'essi resistono poco allo stanco tormento di un Bat qualunque. "Anch'io appoggio il capo sul loro petto - egli dice - e dormo serenamente. S, non assomigliano a nessuno, si assomigliano tra loro, come gli astri. Essi mangiano tuttavia, ne vidi uno frugarsi in bocca con uno stecchino: gli chiesi che giorno era e che mese. Rispose che era un sabato di giugno. Ma la sua voce era un inganno come il volto che vediamo dentro la luna."
E, come gli eroi, anche gli uomini si confondono e il libro si chiude su una triste scena dove Bat deve confondersi col suo nemico, il capo ufficio Dod, per poter avere dalla vita una sensazione nuova, vivace, in cui la gioia si confonde con le segreta ossessione morbosa.
Noi non vogliamo dire di questo libro la perfezione tecnica e non vogliamo sapere il suo posto nel mondo letterario contemporaneo, ma ci azzardiamo a scriverne, perch in pochi libri della letteratura contemporanea, abbiamo sentito vibrare una commozione cos sconsolata, una visione cos "vinta" del mondo che ci circonda.
Cosa far Bat? Si uccider, uccider il capo ufficio Dod, o, almeno schiaffegger finalmente il capo ufficio Dod?
No, Bat non far nulla, perch lui non odia nemmeno i ricchi che fanno di lui un oggetto come una serva. "I ricchi vogliono per 100 lire che esse piangano sommessamente, le coprono di catene, e le trascinano intorno al tavolo gridando: Io sono un principe." E del resto perch odiare i ricchi? "Che cosa c' di male se Dio ha dato ai ricchi cavalli e campi? Egli doveva dire vi do tutto questo a patto che ogni sera prima di coricarvi pensiate al dito di un bambino. Essi avrebbero accettato, figuratevi, non  faticoso. Arrivano a casa, sono allegri, si tolgono il frac, si ficcano sotto le coltri, stanno spengendo la luce, quando balzano dal letto pallidi con il cuore che batte; stavano addormentandosi senza pensare al piccolo dito di un bambino. Come diventano magri e spaventati con l'andar del tempo."
S, Bat vorrebbe che i ricchi avessero da pensare, come lui, a questa piccola misera cosa: e allora essi, come lui, si decomporrebbero spegnendosi contro questa piccola difficolt di un momento, di un attimo.
Arriver Bat ad una visione del mondo? Chiuder gli occhi rasserenati?
No, egli far un ultimo sogghigno pensando ai suoi funerali: "Quante persone ai suoi funerali, il signor Dod in testa. Si dice che il signor Dod ha un vestito apposta per i funerali. Tutti camminano in punta di piedi, ordinati, non vanno dietro al feretro, ma al signor Dod. Attraversano le vie della citt: cammina, cammina, il signor Dod stanco, si volta, fa un segno e tutti si spargono per i prati mentre sale sopra la sua automobile: un rombo, un gran polverone e parte salutato dagli evviva di Matter".
Ma a tutta la segreta commozione e alla segreta piet verso questo mondo noi reagiamo, e neghiamo a questo libro ogni valore che non sia quello negativo di un mondo in dissoluzione.
Il mondo in cui si dibatte lo Zavattini non  il mondo reale, ma il mondo dei "vinti a priori"; vinti perch incapaci di comprendere la vita, vinti perch incapaci di lottare per il loro straccetto di ideale.
E quelli di Zavattini non sono i veri poveri, ma i piccoli borghesi.
Essi non hanno del popolo povero e proletario la forte visione della vita, la reazione incessante contro le avversit, la capacit di custodire attraverso le generazioni il fuoco rovente della loro idea: essi non sono nemmeno simili ai bambini morti appena nati, perch di essi non hanno l'infinita freschezza. Essi sono bambini vecchi, rugginosi e incartapecoriti, corrosi dalle illusioni, ma privi ormai di qualsiasi "forma", di qualsiasi esperienza.
E noi ci chiediamo quando verr lo scrittore che dar dell'Italia il forte quadro del suo popolo proletario: ci chiediamo quando verr lo scrittore che non vedr nelle sue fantasie - come vede Zavattini - "alcuni esseri umani coperti di sacchi. Si avvicinano a passi lenti: i loro occhi foravano i rozzi cappucci. Il terrore mi colse e ora non oso dire il nome del loro male, perdonatemi, comincia per L e finisce per A".
Noi ricorderemo, a guisa di conclusione, le forti pagine verghiane, dove dal mondo tormentato della miseria sorge una forte volont di vita e non una velleit incomposta di evasione, dove le figure si delineano prepotenti contro il sole mediterraneo e non sono ombre dissolventesi nelle ovattate nebbie di Cesare Zavattini.
 Brevetti esteri(70)
L'energica e coraggiosa campagna condotta dal Popolo d'Italia per il brevetto italiano, ha indubbiamente servito anzitutto a porre chiaramente il problema, o meglio a far comprendere l'urgente necessit di prendere dei provvedimenti che pongano fine a uno stato di cose che , lo dicono le eloquenti statistiche, veramente preoccupante.
La polemica suscitata ha poi messo in luce quali dovrebbero essere questi provvedimenti: se anche le opinioni qui furono alle volte discordi, non ci sembra che ci abbia grande importanza poich ormai la parola decisiva spetta all'attuazione pratica di tutti i mezzi proposti. Solo l'esperienza potr indicare con certezza la strada da seguire.
L'essenziale  che rimanga sempre viva la volont ferma e tenace di ottenere in breve dei risultati soddisfacenti, che permettano di vedere alquanto diminuito il numero di brevetti esteri importati.
 facile per vedere che anche questo non  che un lato del vasto problema della nostra autarchia industriale.
Se  vero che di molti, anzi di troppi prodotti i brevetti siano esteri,  anche vero che ci sono molti, anzi troppi prodotti che noi non siamo capaci di costruire come gli altri. Basti pensare agli strumenti di precisione, a tutte le macchine che si fanno venire dall'estero perch da noi non si fanno o si fanno male. La causa di questo  evidentemente non la mancanza di attrezzatura, cui si rimedia in qualunque momento, ma la mancanza delle maestranze specializzate che non si improvvisano.
Del resto i due problemi, quello dei brevetti, e quello delle possibilit tecniche della nostra industria, sono strettamente connessi, e ogni tentativo di soluzione dell'uno non pu non tener conto dell'altro.
Dunque quella serie di provvedimenti che non dubitiamo sar presa dai competenti organi corporativi, dovr comprendere in un piano generale anche la soluzione del problema dell'istruzione tecnico professionale e dei rapporti di essa con l'industria.
L'unificazione delle scuole tecnico professionali e la loro completa statalizzazione consentir indubbiamente che nei contratti collettivi si arrivi ad una sistemazione dell'apprendistato e a una collaborazione pi intima fra l'istruzione prevalentemente teorica della scuola e l'addestramento pratico dell'officina.
 Letteratura di massa(71)
In Goliardia fascista Arrigo Giraldi affronta uno dei pi spinosi problemi della nostra letteratura e precisamente quello di un'arte che sia "popolare". Lo affronta coraggiosamente e indica anche qualche condizione per il raggiungimento di questa che  vecchia, ma vaga, aspirazione di generazioni di letterati e artisti italiani.
Condizione prima e indispensabile - egli afferma - ... che essa si rivolga non ad uno stretto numero di intellettuali, ma a tutto il popolo."
Ma questa condizione non  altro che una diversa espressione dell'esigenza fondamentale; rimane ancora sul campo delle velleit che per la superficiale volont del fine sono destinate a disperdersi senza aver nulla costruito.
Se noi vogliamo, sinceramente e profondamente, quest'arte "popolare" occorre anzitutto che ci poniamo il problema stesso dell'arte con pi decisa volont di chiarezza. Noi non esamineremo l'arte in quanto manifestazione individuale del singolo, non esamineremo nemmeno le varie espressioni stilistiche e formali: noi vogliamo soltanto considerare il problema dell'arte come problema sociale, come fenomeno di massa. E allora il "fenomeno" arte non si pu intendere se non come espressione di un complesso determinato di condizioni storiche politiche e sociali, come espressione della posizione storica della classe intellettuale e artistica del nostro paese. Classe questa degli intellettuali che rimane quasi costantemente legata al carro borghese e che di questa borghesia espresse le qualit costruttive, ma anche le debolezze e vilt intrinseche.
La borghesia ha sempre temuto in Italia il contatto colle forze popolari e non si  sufficientemente appoggiata su di esse: naturale espressione di questa condizione sociale fu un'arte la quale rimase troppo spesso staccata dal popolo.
Alle critiche e alle penose constatazioni la classe intellettuale borghese ritenne intelligente il rispondere gettando la colpa sul popolo, sul popolo ignorante e arretrato!
Avviamento alla soluzione di questo problema  invece una pi decisa presa di contatto della nostra classe intellettuale col popolo. Presa di contatto che deve portare alla considerazione dei problemi concreti del nostro popolo, che deve portare all'abbandono di una mentalit idealisticheggiante nella quale il popolo si trasfigura in un vuoto simbolo retorico. Prendere contatto coi problemi concreti del popolo significa conoscerlo pi profondamente, significa comprenderne la distribuzione sociale e infine significa mettere i propri strumenti intellettuali al servizio di esso.
Il problema non si risolve affatto, proponendo semplicemente, come fa il camerata Giraldi, la soppressione di "certe riviste e certi giornali pseudo-letterari e di certi pessimisti romanzi dall'influenza deleteria". Questi giornali e questi romanzi non fanno che esprimere in modo tormentato e morboso la dissoluzione di certi ambienti e di certi ideali e cattivo medico sarebbe colui che per curare la piaga si accontentasse di soffocare le manifestazioni virulente, invece di curare il centro stesso dell'infezione.
Il Giraldi si compiace infine del riconoscimento dell'"indiscutibile diritto della giovinezza alla vita letteraria della nazione", riconoscimento che seguendo il principio del "largo ai giovani"  venuto anche dalla stampa.
Ed  proprio per concretare questo principio che noi invitiamo i giovani della nostra generazione a prendere decisamente una via che distaccandoli dalla cattiva tradizione li conduca veramente alla letteratura e all'arte di massa.
 Eccessivi e moderati(72)
"Sotto questo titolo, il camerata Terzaghi, in un recente articolo su La Provincia di Como esamina e commenta le due tendenze tipiche, e diremo tradizionali, degli organizzatori sindacali, pervenendo a considerazioni che riteniamo assai interessanti ed a conclusioni cui par difficile non poter aderire."
Cos sul Popolo biellese comincia un articolo di F.M. nel quale egli appoggia le conclusioni del Terzaghi su quella categoria di organizzatori sindacali dal "temperamento eccessivo". Essi "perch anche in modo eccessivo sentono nel loro spirito il dramma del problema operaio, strillano e infastidiscono cos i delicati timpani di chi ama i mezzi toni, i sussurri, i mormorii e simili soavit arcadiche.
"La tendenza eccessiva o estremista che dir si voglia,  l'unica... per cui l'ingiustizia, perch "tradizionale", non diventi sacra e intangibile".
Le conclusioni del Terzaghi, cui anche F.M. aderisce, sono rivolte ad appoggiare questi organizzatori sindacali, perch rari, perch difficile  il loro compito e grandi le resistenze, pi o meno passive, cui vanno incontro.
E anche noi aderiamo alle parole dei due articolisti, convinti che la funzione sindacale per non diventare mera burocrazia abbisogni quanto mai di questo tipo di organizzazione. Senza di essi il sindacato diverrebbe semplicemente amministrazione mutualistica e organizzativa, manovrante sulle leggi e sulle disposizioni ormai codificate: il compito del sindacato  anche compito di lotta e la sua posizione non pu non precorrere la legge e la disposizione la quale pu soltanto codificare e sistemare una situazione ormai virtualmente raggiunta.
Ma la funzione di questi organizzatori esorbita anche in qualche modo dalle loro mansioni: essi sono anche gli educatori immediati di una nuova generazione sindacale e attraverso al loro esempio si formano i migliori dirigenti di un domani.
 Il Risorgimento
e il signor Remo Renato Petitto(73)
Vediamo nel Solco, foglio d'ordini della federazione di Teramo, una recensione di un libro di documenti sui prigionieri italiani allo Spielberg. La lettura di questi documenti non ha commosso la mente del recensore, signor Remo Renato Petitto, il quale conclude con queste memorabili parole:
"Dal loro studio si rivela una volta di pi come errori di governanti e di governati non abbiano permesso di preparare la risurrezione della patria per le strade maestre della legittimit, cos come Solaro della Margarita aveva sognato, ma siamo invece arrivati ad obbligare la gloriosa dinastia dei Savoia a buttarsi col conte di Cavour per quegli aspri e pericolosi sentieri rivoluzionari da cui appena adesso comincia a potersi liberare".
Per fortuna per "il sangue dei patrioti accanto al valore dei re aureola anche quegli aspri sentieri della luce del martirio".
Per adesso il signor Remo Renato Petitto(74) si  messo la pancia a posto ma per lui voglio sperare che questa "pausa" non abbia a durare molto.
 Italia e Germania(75)
L'avvenimento che domina la politica internazionale di questi giorni  il viaggio del duce in Germania(76). E su di esso molto si favoleggia e notizie delle pi contraddittorie circolano sulla stampa estera.
La realt politica di questo viaggio  invece chiaramente posta in luce, senza sottintesi e senza equivoci, dai brindisi che i due capi si sono scambiati al banchetto di Berlino, dai discorsi che essi hanno pronunciato di fronte all'imponente massa di un milione di persone.
"Siamo pertanto convinti - ha detto il Fhrer - che il nostro lavoro politico non pu essere considerato altrimenti che inteso ad assicurare la pace e il fiorire della cultura europea e non gi a formare un blocco volto contro gli altri Stati d'Europa."
E nelle parole del duce si chiarisce ancora che la solidariet italo-tedesca "non  n vuole essere un blocco chiuso irto di difficolt e armato di sospetti verso il mondo esterno. Italia e Germania sono pronte a collaborare con tutti gli altri popoli di buona volont"(77).
Cos dalle loro dichiarazioni scaturisce limpida quella verit che tanto difficilmente  intravvista da coloro che esaminano la realt politica coll'occhio pedante e miope del diplomatico burocrate.
Si  parlato di blocco e si  parlato di dipendenza della politica italiana da quella germanica; si son fatte circolare notizie false allarmistiche sulla progressiva ritirata della cultura e dello spirito italiano di fronte ad una minacciosa Kulturkampf tedesca. Nulla di pi falso e, per noi italiani, di pi risibile.
E la prova tangibile  quella Mostra augustea della romanit la cui inaugurazione  stato l'ultimo atto pubblico del duce prima della sua partenza per la Germania.
Il popolo italiano, il fascismo e il nazionalsocialismo, "differenziati nelle loro individualit, che sono formate dal diverso spirito e dal diverso genio delle loro nazioni" (Gayda su Relazioni internazionali(78)), uniscono le loro forze in un tentativo di ricostruzione europea, ma i loro contributi sono pur sempre distinti, nonostante la comune meta. E non sar sicuro la concreta politica del fascismo quella che pretender di trapiantare forme e metodi stranieri, seppur similari, sulla terra italiana: le culture italiana e germanica hanno entrambe un glorioso passato e noi in questo passato possiamo istituire dei paralleli, ma non stabilire delle identit.
Chiaro esempio di questo  la fondamentale diversit delle due forme sociali del Fronte del lavoro(79) e dello Stato corporativo. Tra i due metodi sono stati stabiliti cogli accordi Cianetti-Lai dei fraterni rapporti di scambio, ma di scambio vigilante e geloso delle proprie forme essenziali.
Da questa solidariet italo-germanica promana un'atmosfera che potr portare benefici effetti sulla distensione che si  annunciata da qualche giorno all'orizzonte cos tempestoso della politica europea. E non va dimenticato che nello stesso giorno in cui furono pronunciati i brindisi augurali fra i due capi, a Parigi si riuniva in una sala del ministero della marina, sotto la presidenza d'onore del ministro Campinchi, la Conferenza degli esperti navali della Francia, dell'Inghilterra e dell'Italia(80).
La Conferenza di Parigi mostra appunto come la solidariet italo-germanica non escluda affatto la collaborazione colle altre potenze e come anzi essa lasci la porta aperta ad ogni tentativo concreto di risanamento politico.
E noi - come il duce ha affermato - vogliamo la pace e siamo pronti a lavorare per la pace vera e feconda che non ignora ma risolve i problemi della convivenza fra i popoli."(81)
 I problemi della scuola e la nostra stampa(82)
Numerosi gli articoli che la nostra stampa dedica, in questo ritorno stagionale, alla scuola e ai suoi problemi: consigli ai genitori diluviano nella stampa quotidiana, esortazioni e appassionanti perorazioni in quella periodica. Credo, per, che dopo la lunga lettura al lettore non sia rimasto che un vago senso di stanchezza per le soverchie parole e per i proclami, tanto roboanti quanto inconcludenti. Lo studioso non vi avr trovato nulla di utile e di incoraggiante, il genitore nessun consiglio e nessun chiaro indirizzo.
I problemi si possono raggruppare intorno alla preoccupazione per l'afflusso sempre crescente ai ginnasi e alle universit e in linea generale intorno allo spirito che domina la didattica delle nostre scuole.
Scuola sul piano imperiale; ed ecco profluviar di parole per ripetere in modo pi gonfio e tronfio ci che noi andiamo combattendo. Perch scuola sul piano imperiale non  classica figurazione di nudi garzoni in marmorei ginnasi, non , nemmeno, spasimo di incoercibili volont di tanti piccoli Plutarchi, come sembrano credere certi nostri articolisti infarciti ancora di liceali ricordi antichi.
E come al solito ci si accontenta di agitare la bandiera del grande problema della Scuola coll'esse maiuscola, invece di ricordare gli infiniti concreti problemi della nostra scuola: problemi tanto vecchi che Rodolfo Bottacchiari su Nuova antologia del 16/9 ha potuto riportare a conclusione del suo dire un discorso di trenta anni fa.
Analfabetismo: ecco uno dei problemi fondamentali della nostra scuola. Analfabetismo e perci potenziamento delle scuole elementari delle nostre campagne meridionali e insulari e montane, di quelle campagne di cui  costume decantare l'eroico e silenzioso popolo, ma cui non si pensa concretamente che costretti da qualche mazzata sul capo(83).
Classe magistrale! Nessuno ha mai pensato a quei maestri, che non vogliamo richiamare n martiri n pionieri, ma che sono costretti a tali salari, che il raddoppiamento del loro lavoro per circa 80 lire il mese li fa felici(84)!
Scuola sul piano dell'impero! Dunque autarchia dell'intelligenza. Ed ecco il lamentoso salmodiare sull'afflusso sempre crescente ai nostri ginnasi. Corriere padano del 10/9 ammonisce, fra i tanti altri: "dobbiamo... superare la crisi e convogliare i giovani verso mestieri utili e attivit tecniche, sollevandoci dal peso dei troppi avvocati e dei troppi medici".
Ma si  ricordato qualcuno di studiare le nostre scuole professionali? Ha letto mai nessuno uno dei tanti rapporti che i sindacati scrivono sulla deficienza del giovane uscito da queste scuole(85)?
E per finire: scuola sul piano imperiale contiene anche quella parola "imperiale" che in fondo accenna alla nuova situazione creata dalla conquista dell'Abissinia. E sull'Abissinia si scrive sempre meno e sempre peggio. Meridiano ha affrontato la questione e, dopo aver suggerito di prendere esempio dalle pubblicazioni di Propaganda fidei, ha pubblicato la lettera di quel tale che, armato di buone intenzioni, fond un giornale per la diffusione della cultura coloniale. Ma dopo un certo breve periodo di tempo, posto nel dilemma di sospendere la pubblicazione o di trasformarla, prefer continuare pubblicando un giornale di avventure per ragazzi.
Questi sono i problemi della scuola sul piano dell'impero e questi sono i problemi che speriamo vedremo affrontare dai nostri camerati che ai Littoriali saranno chiamati alla discussione su questo fondamentale problema nazionale.
 Compiti dei sindacati(86)
Assistenza legale
L'assistenza dell'operaio nelle controversie relative al lavoro  compito che si pu porre senz'altro tra quelli essenziali del sindacato nella sua vasta opera sociale.
Pure questo compito fondamentale  stato oggetto di discussioni vivaci ed autorevoli riviste, quali La Rivista del lavoro e L'Assistenza sociale, hanno espresso, a questo proposito, opinioni diverse attraverso alla penna di competenti studiosi quali Panunzio, Landi, Maunaccio ed altri.
Le opinioni che sono scaturite da questo dibattito, non si distinguono per particolari di dettaglio, ma sono diametralmente contrapposte; da una parte si afferma la necessit che il sindacato avochi a s l'assistenza legale della classe operaia in tutti i settori, da quello strettamente sociale a quello commerciale, civile; dall'altro lato si proclama invece l'assoluto liberalismo professionale dell'avvocato e l'assoluta autonomia della sua azione. Si capisce che la seconda opinione non pu partire che dai rappresentanti della categoria professionale degli avvocati e non possiamo non concordare col Landi, che chiama questa tendenza "conservatrice, se non addirittura reazionaria", per la incomprensione che essa dimostra, degli attuali problemi sociali.
Noi per non vogliamo estendere la questione fino al punto di chiederci se il sindacato debba tutelare il lavoratore in tutte le sue controversie legali, anche esterne al campo dei suoi rapporti di lavoro; lasciamo da parte tale questione, perch il metodo di discutere obiettivi di secondo grado  metodo di coloro che vogliono nascondere la pigrizia nel risolvere le questioni immediate.
Ma la questione fondamentale resta l'assistenza che il sindacato deve prestare all'operaio nella controversia di lavoro. L'importanza del problema si chiarisce nell'esame dei due aspetti che esso presenta:
1) nell'assistenza sociale il sindacato deve mostrare quella "iniziativa rivoluzionaria" che  la sua funzione essenziale e per la quale esso deve mettersi all'avanguardia nella posizione dei problemi della classe operaia;
2) attraverso all'assistenza legale da parte del sindacato, non deve pi veder falcidiata dalle parcelle avvocatizie l'indennit che generalmente ottiene in via transazionale.
Oltre a questo bisogna pensare che il lavoratore  minorato nella sua libert di ricorso dal timore di doversi addossare le spese in caso di giudizio infausto. In linea di massima gli  poi difficile trovare un avvocato, che gli consenta una facilitazione di pagamento (pagamento posticipato o percentuale sull'indennit eventuale) nei casi di esito dubbio.
Tutto ci porta ad una minorazione nella libert di ricorso del lavoratore contro il datore di lavoro. Ne consegue una posizione quanto mai sfavorevole del lavoratore nei confronti del datore di lavoro e questo stato di cose non pu mancare di influire sull'autorit stessa delle leggi sociali poste a garanzia del lavoratore.
Ma entrambi gli aspetti del problema sono importanti e colui che si interessasse solo al secondo mostrerebbe di intendere il sindacato soltanto nel sorpassato carattere di associazione assistenziale mutualistico-economica.
Una soluzione di questo problema  stata avanzata dalla categoria professionale degli avvocati: essi hanno offerto la difesa dei poveri in cambio della rinuncia all'assistenza legale-sindacale.
Questa potrebbe sembrare a prima vista una soluzione del delicato problema; noi per crediamo che tale proposta sia assolutamente da rifiutare. La difesa gratuita dei "poveri" ha un carattere troppo filantropico e, ponendo implicitamente la distinzione tra poveri e ricchi, non  assolutamente in tono con tutta la concezione fascista della "giustizia sociale". Noi non possiamo pensare che il lavoratore venga considerato a priori un "povero", ossia una persona alla quale deve andare la piet e la compassione accompagnate da un obolo, quale sarebbe questa gratuita difesa dei "poveri". La classe operaia non ha affatto bisogno di questi doni misericordiosi perch ha e conosce i suoi diritti e sa farseli rispettare, cos come sa compiere i suoi doveri.
Ma oltre all'atto morale la proposta avanzata dai signori avvocati non pu presentare le garanzie pi essenziali. Per essa il lavoratore perderebbe il suo fondamentale diritto di scelta per l'imposizione di un determinato avvocato da parte della categoria professionale; l'operaio ha invece diritto alla scelta, almeno fino alla costituzione di una adeguata classe di patrocinatori sindacali, che, svincolati da ogni interesse non strettamente sindacale, potrebbero curare con coscienza pi sicura gli interessi della classe operaia.
La posizione assunta dalla categoria professionale degli avvocati ci indica infine di quale importanza sociale  l'assistenza legale dei lavoratori garantita dai rispettivi sindacati: soltanto attraverso ad essa il sindacato pu garantire la continuit della sua "azione rivoluzionaria" nel campo sociale; l'azione sindacale non pu infatti esaurirsi nell'estensione del contratto collettivo, ma deve assicurarne l'adempimento. Ora per assicurare questo adempimento  necessaria la maggior libert di ricorso da parte dei lavoratori e come abbiamo visto questa libert la pu dare soltanto la assistenza legale sindacale.
Ma la proposta dei signori avvocati  stata gi sufficientemente criticata in sede pi autorevole; noi, a quasi un anno da quelle critiche dobbiamo osservare che all'ardore posto nel rifiutare la suddetta proposta non  corrisposto un eguale ardore nel tentare una soluzione del problema centrale.
Qualcosa  stato fatto, ma per iniziativa interna delle confederazioni che hanno creato degli uffici di patrocinio legale presso le unioni pi grandi; questa per non pu essere la soluzione del problema: esso va posto in modo pi deciso.
Tutti i lavoratori debbono avere gli stessi diritti e la stessa facilit di garantirli: distinzioni in questo campo non possono sussistere e creerebbero pericolosi precedenti.
Ed alla soluzione integrale del problema il sindacato  chiamato dalla Carta del lavoro che, nella dichiarazione XXIX afferma essere "l'assistenza ai propri rappresentati, soci e non soci, un diritto e un dovere delle associazioni professionali. Queste debbono esercitare DIRETTAMENTE le loro funzioni di assistenza...". Il dovere dell'assistenza  ribadito dallo statuto della Confederazione nazionale fascista dei lavoratori dell'industria e dagli statuti della Federazione nazionale che dichiarano spese obbligatorie quelle dell'assistenza.
Troviamo ancora che il 17 per cento dei contributi obbligatori sindacali deve essere erogato per l'educazione, l'istruzione e l'assistenza. Ed infine questo dovere  garantito economicamente da quel fondo di garanzia che deve provvedere alla responsabilit dell'associazione di fronte alla violazione dei comandi collettivi. Per questo fondo di garanzia si cominci ad erogare il 10 per cento dei contributi sindacali obbligatori, ma questa percentuale fu duramente falcidiata, perch passando per la tappa del 3 per cento  ora arrivata all'1 per cento.
Ma, oltre che dalle disposizioni legislative, il sindacato  chiamato all'assistenza nella sua qualit di rappresentante della classe operaia, nelle trattative per i contratti collettivi e per tutte le altre forme di tutela dei lavoratori. Da queste funzioni rappresentative non pu disgiungersi la concreta responsabilit dell'adempimento completo del contratto e perci l'assistenza nel caso di infrazione ad esso.
Ma, nonostante tutto questo, poco  stato fatto, poco e saltuariamente.
E allora, come non pensare ad ostacoli posti dalla categoria professionale degli avvocati? O, meglio ancora, ad ostacoli posti da coloro di cui gli avvocati non sono che i rappresentanti?
E.C.
 Giustizia sociale(87)
Troppo spesso, nella nostra esperienza sindacale, ci siamo sentiti ripetere: le vostre idee sono buone, ma, purtroppo, adesso non  il momento...
E con questo i nostri interlocutori volevano alludere all'oscurit dell'orizzonte diplomatico e ad una delle periodiche minacce di guerra imminente.
In tal modo il dirigente sindacale credeva di poter procrastinare la realizzazione, anche graduale, della politica sociale di giustizia a un meraviglioso tempo, nel quale la concordia regnasse serena tra gli Stati e sugli uomini.
Ma due anni sono passati, due anni che hanno visto l'Italia conquistare un Impero, resistendo all'assedio di 52 Stati; e se in questi due anni poco o nulla si fosse fatto nel campo della giustizia sociale, non si sarebbe potuto gridare allo scandalo.
In questi due anni, invece, abbiamo sentito dalla bocca stessa del duce le fondamentali direttive sulla costruzione dello Stato corporativo: realizzazione di una pi grande giustizia sociale; raccorciamento delle distanze in una Italia democratica e proletaria.
E queste affermazioni sono state sanzionate da una serie di provvedimenti di schietto carattere corporativo e pacifico, tra i quali, il gigantesco piano sessennale per la valorizzazione dell'Impero e la colonizzazione corporativo-proletaria dell'Abissinia.
La politica autarchica, poi, ci conduce ad una valorizzazione delle classi operaie italiane, attraverso ad un miglioramento delle condizioni economiche e delle capacit professionali.
Questo ci insegna che, in periodi difficili per la vita nazionale, si richiede la massima attenzione ai fondamentali problemi sociali.
E a coloro che sorrideranno del nostro entusiasmo sindacale dichiarandolo inopportuno, noi potremo rispondere che proprio attraverso la prova di questi anni difficili si misura la vitalit e l'aderenza alla vita pratica della nostra organizzazione corporativa sindacale; ma questa vitalit si spegnerebbe se noi credessimo di poter rimandare ad un ipotetico domani le attivit, nelle quali si realizzano i dettami della vita e della giustizia sociale.
Oggi  proprio il momento di concentrare i nostri sforzi verso un pi completo innestarsi del sindacato nella vita nazionale.
E cos noi non possiamo che plaudire all'iniziativa di quei giornali sindacali che in questo momento hanno riconosciuto la necessit di un "perfezionamento dei sindacati" ed hanno aperto su questo argomento interessanti discussioni a cui hanno partecipato anche elementi operai.
Attraverso a tali iniziative e non nella sospirosa attesa di un domani si attua la costruzione sindacale dello Stato corporativo.
 Corporativismo in marcia(88)
L'ultimo periodo ha segnato una straordinaria attivit legislativa e dispositiva nel campo della formazione dello Stato corporativo.
I provvedimenti si sono succeduti con velocit mirabile e hanno toccato i settori pi svariati: riunione del Comitato centrale corporativo(89), imposta finanziaria del 10 per cento sul capitale delle societ per azioni(90), costituzione di tre enti per la colonizzazione dell'AOI(91), creazione della Commissione suprema per l'indipendenza economica della nazione(92).
Colla riunione del CCC sono stati discussi e varati i ventidue piani corporativi per le singole corporazioni, coll'imposta finanziaria del 10 per cento si  fatto contribuire anche la propriet mobiliare al potenziamento imperiale, colla costituzione degli enti per la colonizzazione si  superato definitivamente il primo tempo della speculazione privata in AOI e infine colla Commissione suprema per la indipendenza economica della nazione si  conferita autorit schiettamente politica alla battaglia autarchica.
I piani corporativi
Con l'approvazione dei ventidue piani per le corporazioni, la politica corporativa economica  entrata nella sua seconda fase, quella dell'economia pianificata.
Questa seconda fase non  dovuta semplicemente alle contingenze internazionali, che esigono una adeguata preparazione per ogni eventualit: essa fa parte del logico sviluppo dello Stato corporativo.
Le sanzioni avevano posto all'ordine del giorno le direttive autarchiche, ma attraverso alla rapida comprensione della Nazione esse hanno acquistata ormai una vita propria, che le rende indipendenti da qualsiasi contingenza internazionale.
Attraverso alla politica corporativo-autarchica l'Italia tende alla valorizzazione completa delle sue ricchezze. Esse si possono grossolanamente dividere in due classi: la prima  rappresentata dalle sue ricchezze naturali, la seconda dalle sue qualit di trasformatrice di materie prime.
Ora mentre la prima classe  limitata naturalmente dalla quantit di ricchezze minerarie e dalla difficolt di poter superare l'attuale grado di valorizzazione delle campagne, la seconda classe  passibile di uno sviluppo praticamente illimitato.
Gi oggi una buona parte dell'attivo commerciale  rappresentata da manufatti che esportiamo all'estero con un notevole sopraprezzo sulla materia prima importata. E questa esportazione  in ultima analisi esportazione di lavoro.
Perci un potenziamento di questo attivo deve tener conto sia del fattore industriale (migliorie di fabbricazione, modernizzazione degli impianti) sia del fattore lavoro.
Il potenziamento del fattore lavoro si ottiene attraverso ad un elevamento delle maestranze: elevamento professionale, elevamento morale ed economico.
Si impone perci un'educazione di maestranze specializzate le quali vengano ad adeguare i lavoratori alle esigenze attuali.
In tal modo la politica corporativo-autarchica si collega allo sforzo che si sta facendo per portare la scuola ad un livello che consenta la preparazione di operai specializzati, tecnici e ingegneri preparati a affrontare il compito loro spettante.
La politica dell'economia pianificata investe dunque l'intera nazione e l'intera nazione  stata chiamata alla discussione di questi piani.
Vediamo infatti sedere al Comitato corporativo centrale accanto ai rappresentanti dei datori di lavoro, accanto agli esperti anche i rappresentanti dei lavoratori. Essi sono cos chiamati a questa colossale opera in qualit di soggetti economici e non pi di oggetti economici. Si realizza cos quella pi alta giustizia sociale che il duce ha promesso ai lavoratori.
L'imposta finanziaria del 10%
Assieme a tale provvedimento  stata pubblicata una presentazione che noi vogliamo riportare per la sua concisa chiarezza.
"Nella successione delle grandi operazioni finanziarie destinate a fornire i mezzi atti a fronteggiare anzitutto le spese inerenti alla impresa africana e poi, a vittoria ottenuta, ad attrezzare l'Impero ed assicurare la difesa con il provvedere la nazione dell'indispensabile attrezzatura bellica adeguata all'importanza dei programmi di armamento decisi dalle altre potenze mondiali, deve annoverarsi in primo luogo l'emissione del prestito Rendita 5%, a mezzo del quale furono chiamati a contributo i possessori del Redimibile 3,50%.
"In occasione dei provvedimenti monetari del 5 ottobre scorso, in considerazione della situazione di sicuro e particolare beneficio in cui si sarebbe conseguentemente trovata la propriet immobiliare, fu fatto appello ai proprietari di fondi e di case. La propriet immobiliare fu tenuta a sottoscrivere in tale occasione ad un prestito redimibile 5% nella misura del 5% dei valori patrimoniali stessi, facendo carico ai proprietari medesimi degli oneri di interesse e ammortamento del prestito emesso.
La propriet mobiliare a reddito variabile non  stata chiamata in quell'occasione a contributo, poich era difficile prevedere fin dall'inizio quale profitto tale categoria di proprietari avrebbe avuto dall'operazione di allineamento della lira. A un anno dalla data dell'operazione stessa,  ormai accettabile un utile considerevole riscontrabile in un ampio settore della propriet mobiliare e pertanto il governo fascista, con la istituzione di un'imposta straordinaria sul capitale delle societ per azioni, ha creduto rispondente all'equit tributaria di chiamare questa volta a contributo quei possessori di azioni che, dalla favorevole congiuntura eccezionale una volta tanto e realmente straordinaria dell'adeguamento del valore della lira alle pi importanti monete estere, hanno avuto un beneficio certo e non indifferente."
Con tale provvedimento  stato ovviato alla disparit di trattamento di cui finora avevano goduto i detentori delle propriet immobiliare e mobiliare.
I detentori delle propriet mobiliari, gli industriali in ispecie, avevano potuto realizzare, attraverso alla preparazione militare, attraverso alla politica autarchica ed infine attraverso al soprapprezzo di vendita all'interno, assieme ai cessati premi di esportazione, dei notevoli sopraprofitti. L'imposta straordinaria che li colpisce viene ora a falcidiare questi sopraprofitti e a restituire alla collettivit nazionale una notevole parte dei guadagni finora realizzati.
Non era infatti legittimo che le particolari contingenze nazionali e l'avviamento della politica corporativo-autarchica si riflettessero in benefici per una categoria e in sacrifici per un'altra; e la categoria che si sacrificava era rappresentata dalla maggioranza enorme della nazione, dai piccoli borghesi impiegati e professionisti, dai lavoratori dell'industria, dai contadini tutti. Essi avevano sostenuto attraverso ai volontari sacrifici una buona parte delle spese per la impresa africana, avevano sostenuto e continuano a sostenere, pagando notevoli soprapprezzi, la politica di espansione commerciale necessaria per l'afflusso di divise estere.
Ora il 10% del capitale azionario viene assorbito dallo Stato: in tal modo lo Stato viene a chiedere a coloro che delle contingenze nazionali avevano approfittato, un sacrificio notevole. Questo sacrificio corrisponde necessariamente ad un alleggerimento del peso economico sull'altra categoria: potrebbe corrispondere anche ad un miglioramento del tenore di vita dell'enorme maggioranza degli italiani se questo denaro potesse venir messo in circolazione per spese di assestamento interno.
Rimane per ancora la questione dei soprapprezzi all'interno: essi sono stati resi necessari per mettere l'industria nazionale in grado di battere la concorrenza straniera sui mercati esteri.
Ma l'industriale non si accontenta della semplice vittoria sulla concorrenza straniera all'estero, egli deve avere anche i suoi benefici: da una parte versa integralmente le divise che ha acquistato all'estero allo Stato, ma dall'altra parte si rif sul mercato interno, ossia sulla categoria dei lavoratori, che vendendo la loro opera ad un prezzo minore gli permette di battere appunto la concorrenza straniera.
I tre enti di colonizzazione
Riportiamo anche qui la presentazione della Stefani:
"Il problema della colonizzazione demografica nazionale dell'AOI passa, con la creazione dei tre enti, dalla base di studio alla pratica realizzazione. Importanti nuclei di lavoratori agricoli troveranno lavoro nelle fertili terre dell'Impero. Sono state scelte zone fra le pi salubri e ubertose che, per le loro condizioni ambientali e agrologiche, sono particolarmente adatte all'immigrazione nazionale, permettendo al lavoratore di farsi seguire dalla propria famiglia.
"Sotto la direzione e il controllo degli enti di colonizzazione larghe estensioni di terreno verranno bonificate e avvalorate dai nostri lavoratori, che, in un secondo tempo, diventeranno proprietari dei poderi coltivati.
"Il compito dell'attuazione pratica di tale programma e della risoluzione di problemi, che richiedono rapidit ed elasticit d'azione,  pertanto affidato a questi enti dotati di organizzazione e di mezzi particolarmente idonei; mentre la funzione di alta direzione e di controllo  affidata allo Stato.
"L'opera di tali enti affretter la realizzazione dei problemi della colonizzazione demografica nazionale e della valorizzazione dell'AOI, costituendo centri di colonizzazione che, unitari dal punto di vista regionale, creeranno nella terra dell'Impero per i coloni l'ambiente da essi lasciato nella madrepatria".
Cos  stato posto termine al primo tempo della nostra politica imperiale.
Le terre dell'Impero sono sottratte sempre pi al libero sfruttamento delle societ industriali: esse realizzavano enormi benefici, consentivano a certi gruppi di lavoratori benefici notevoli, ma trasformavano quelle terre, che dovevano divenire sbocco delle correnti demografiche italiane, in terre di sfruttamento industriale e capitalistico.
Il lavoratore non partir pi verso l'Abissinia come un avventuriero alla ricerca di enormi guadagni, ma esposto alle pi crude amarezze e delusioni: l'epoca salgariana delle nostre colonie  finita.
Esse non sono state conquistate col sangue dei nostri legionari, perch potessero arricchire singoli individui, isolati, ma perch potessero divenire il sicuro porto di migliaia di contadini e di lavoratori alla ricerca di una vita calma e serena, felice della presenza della famiglia, esempio di virt sociali e familiari.
Colla costituzione dei tre grandi enti questo sogno, per cui tanti nostri italiani sono morti, si appresta a divenire realt.
Ad essi  stato dato simbolicamente il nome di Romagna d'Etiopia, Puglia d'Etiopia e Veneto d'Etiopia: si  voluto cos indicare ai nuovi coloni italiani l'esempio dei nostri contadini parsimoniosi e attivi, si  indicata la meta che si poneva al loro lavoro.
Cos con questi decisivi provvedimenti il duce attua la sua politica di giustizia sociale.
 Licenziamento per scarso rendimento(93)
Marcello Aj scrive su Libro e moschetto del 14 ottobre un interessante articolo su questo spinoso problema. Egli invita quindi i camerati a pronunciarsi "su questo problema che investe in pieno i problemi del sindacato e della produzione".
Vogliamo pertanto riportare alcuni tratti del suo chiaro articolo per poter poi discutere pi agevolmente di questa importante questione.
"Ha il datore di lavoro l'onesta percezione del significato di questo motivo che determina quasi sempre il licenziamento del prestante d'opera?
"Ebbene, noi che parliamo con senso molto pratico, derivato dal vivere in mezzo ai lavoratori e alle aziende, diciamo subito che questa comprensione non esiste nella maggior parte dei datori di lavoro e dei dirigenti delle aziende.
"Mentre per gli altri motivi determinanti il licenziamento occorre un fatto preciso e materiale, per lo scarso rendimento non esistono n ragioni n prove di fatto: tale motivo  affidato al giudizio arbitrale e insindacabile del datore di lavoro; nessuna azione al di fuori di quella della pressione politica o della personale collaborazione pu confutare l'asserzione del datore di lavoro.
"Per chiamare il concetto, i motivi che determinano nell'azienda il licenziamento sono:
a) i motivi disciplinari;
b) lo scarso rendimento;
c) l'esigenza superiore della produzione.
"Per il primo esistono le norme positive del contratto di lavoro che, prescrivendo le ragioni, ne chiariscono il significato, classificando i motivi stessi; per il terzo esiste l'interessamento dello Stato, attraverso le autorit politiche che si rendono conto del problema in tutti i suoi molteplici aspetti; per lo scarso rendimento invece, mentre si ammette il motivo, non si chiarisce il concetto ma si lascia libero il datore di lavoro di agire in questo senso.
"E l'associazione professionale? Indubbiamente il sindacato si trova in questo caso in stato di palese inferiorit e anche volendo, esso non ha le armi necessarie per intervenire efficacemente, n pu rendersi conto esattamente dei singoli problemi interessanti direttamente e intimamente l'azienda. Ecco quindi che il sindacato viene a trovarsi nella penosa circostanza di ammettere quasi sempre a priori il licenziamento riservandosi soltanto la questione dell'indennit di liquidazione, questione che in genere non viene sollevata dal datore di lavoro, il quale conosce la legge molto meglio del lavoratore.
"Il sindacato quindi viene a svolgere in questo caso tutta una attivit marginale ma non risolve il problema centrale, quello cio del licenziamento, che  quello pi grave e pi importante.
"Se per scarso rendimento, il datore di lavoro intendesse l'esatto significato della sua essenza, la questione non sarebbe sollevabile, ma giacch in gran parte l'egoismo agisce in questo campo, ecco che lo scarso rendimento nella maggior parte dei casi, non  che una forma di scontento del datore di lavoro verso il lavoratore che non risponde ai suoi fini egoistici...
"Molte volte il datore di lavoro per eludere l'aggravarsi continuo della liquidazione spettante al lavoratore, pu benissimo sfruttare il personale per un periodo brevissimo e rinnovarlo continuamente licenziandolo per scarso rendimento ed evitare cos la liquidazione che per maturarsi ha bisogno quasi sempre di almeno un anno di subordinazione.
"Questo  un motivo dei pi elementari e che in fondo agisce anche contro l'interesse stesso dell'azienda, ma non  la prima volta che il senso egoistico dell'individuo agisce contro se stesso... A noi interessa il problema come valore collettivo e perci anche questa  una considerazione.
"Che dire poi del collocamento? Quando il datore di lavoro non vuole accettare il nominativo che l'ufficio gli propone che fa? Lo licenzia per scarso rendimento e finisce per assumere chi vuole!
"L'abuso che si verifica nel licenziare il personale per un motivo incontrollabile obbliga le corporazioni a risolvere questo problema che appare isolato ma non lo , anche per le ragioni morali che lo determinano e per le conseguenze che ne derivano:  una questione che porta con s tutte le altre e soprattutto quelle di dare la possibilit al datore di lavoro di eludere la legge e al lavoratore di subire le pretese ingiustificate del datore di lavoro."
Posto cos il problema, Marcello Aj vede la soluzione del problema nell'obbligo fatto al datore di lavoro di esprimere periodicamente sul libretto di lavoro(94) il suo giudizio sul lavoratore classificandone il rendimento.
In tal modo il sindacato potrebbe esercitare una sorveglianza la quale si baserebbe sulla continuit necessaria dei giudizi. Cos si darebbe "la possibilit all'organizzazione sindacale di avere elementi positivi da opporre al licenziamento, in quanto, per esempio, non sarebbe possibile ammettere che un lavoratore classificato ottimo, buono o anche sufficiente, possa d'un tratto venire eliminato per poco rendimento".
Noi dubitiamo che questo sistema possa segnare l'avvicinarsi ad una pi radicale soluzione: esso non segnerebbe per ancora la soluzione del problema perch attraverso questo sistema non si farebbe altro che imporre una qualche mora al datore di lavoro, che poi potrebbe facilmente arrivare alla giustificazione del licenziamento.
La soluzione radicale del problema non pu essere che un controllo effettivo da parte dell'organizzazione sindacale, controllo che si pu esercitare attraverso ad opportune cautele contro l'azienda stessa.
Marcello Aj oppone l'inconcepibilit "di un rappresentante dei lavoratori che agisca in seno all'azienda stessa, anche perch data la vastit che esiste in certe aziende, un controllo individuale non sarebbe possibile".
Ora la ragione addotta dal camerata Aj non ci sembra molto valida: i fiduciari sindacali esistono gi all'interno delle aziende e la loro azione non  sicuramente limitata dalla vastit pi o meno grande degli stabilimenti. Nei grandi stabilimenti ci sono numerosi fiduciari distribuiti per sale, per officine, per reparti, ecc. Essi per non funzionano in modo soddisfacente perch non sono ancora sufficientemente protetti dagli speciali contratti che sono stati stipulati per loro. La loro azione  sempre frenata dalle legittime preoccupazioni per l'avvenire che toccherebbe loro nell'interno dell'azienda, qualora la loro azione si scontrasse non troppo delicatamente cogli interessi della categoria opposta.
Il problema specifico che stiamo trattando e numerosi altri problemi troverebbero un'adeguata soluzione se ai fiduciari sindacali nelle aziende venisse data una sicurezza maggiore nella loro azione. L'autorit che essi hanno formalmente  gi vasta, ma per adesso completamente astratta per l'inadeguata loro accordata.
E.C.
 Colonizzazione corporativa(95)
Riportiamo dalla Gazzetta del Mezzogiorno (12 ottobre XV) alcune righe di un articolo di Achille Tarsia-Incuria:
"La colonia spetta alla nazione italiana intera, che l'ha conquistata a costo di sacrifici e di eroismi, e le sue ricchezze possono essere sfruttate solo nell'interesse e per il benessere collettivo di tutto il popolo italiano e degli indigeni, per l'opera e sotto la responsabilit degli elementi organizzati dall'ordine corporativo.
"E le nostre forti e laboriose masse lavoratrici non frustreranno le aspettative della madrepatria.
"La colonizzazione  il compito dei lavoratori italiani".
Questo uno dei vari articoli che illustrano la colonizzazione corporativa del nostro Impero.
Ricordiamo poi i notevoli articoli che compaiono su Libro e moschetto, nei quali si esamina da punti di vista specifici l'organizzazione futura dell'Abissinia. Nell'ultimo numero  comparso un articolo di Giusto Geremia. In esso dopo aver affermato che "nell'Impero del Lavoro, con la perfezione tecnica agricolo-industriale e commerciale dovr essere realizzata, in sommo grado, la pi alta giustizia sociale" si esaminano le condizioni di applicazione delle disposizioni di previdenza sociale che vigono attualmente nella madrepatria. Il Geremia prevede fra l'altro l'estensione di tali previdenze a particolari categorie di indigeni.
Ma tra tale coro si alza abbastanza stonata la voce di Virgilio Lilli. L'esimio inviato speciale del Corriere della sera  rimasto incantato dell'atmosfera avventurosa che aleggia ancora sulla nostra colonia e ha tirato gi un "pezzo" sulla vita corsaresca degli autisti.  rimasto affascinato dai loro iperbolici guadagni e dalla loro vita godereccia e dissipata(96): non ha per approfondito la questione accontentandosi di sciogliere un inno a questi rappresentanti della patria lontana.
Noi non abbiamo nessun motivo di personale antipatia verso questi autisti che saranno indubbiamente persone rispettabili, ma non possiamo davvero condividere l'inno dell'inviato speciale del Corriere. Che invitiamo invece ad uno studio pi attento dei problemi della colonizzazione etiopica e ad un esame dei recentissimi provvedimenti sulla costituzione dei tre enti per la colonizzazione(97).
 Arte di massa(98)
Riportiamo da Eccoci, il quindicinale del GUF di Cremona alcuni passi di un articolo di Moroni, apparso nel numero dell'8 ottobre XV.
"I Littoriali dell'arte, avvicinando i giovani e portando le loro creazioni all'aperto, promuovono un movimento uniforme nell'orientamento degli spiriti, non solo, ma dnno a ciascuno la coscienza esatta del proprio valore.
"Eccitano la massa alla partecipazione, dando alla luce opere pi o meno buone, ma tutte indispensabili...
"Generano una massa di artisti, innalzano il livello spirituale del popolo.
"Non individuano l'"artista" individuo e persona, ma gli artisti. Il "poeta", lo "scrittore", particolarmente, singolarmente, non interessano i Littoriali.
"Per essi, d'altro canto, i Littoriali saranno un trampolino di spinta, un incoraggiamento ad esprimersi. I Littoriali guardano alla quantit, non alla qualit, perch  dalla quantit che deve emergere il solo, o i soli...
"Nei Littoriali dell'arte non dobbiamo ravvisare una ricerca al "campione" in quanto questo non interessa alla manifestazione in s per i suoi fini politici, ma interessa la nazione, la razza: sar un frutto scelto fra tanti frutti buoni.
"Dobbiamo ravvisare sopratutto, nei Littoriali dell'arte, un incitamento a espressioni spirituali che altrimenti rimarrebbero sopite in una generale indolenza, una spinta ai giovani che imparino a mettersi in luce, a farsi coraggiosamente largo in difesa di una idea estremamente personale, soggettiva, un richiamo a continuare, con la mente e con l'opera, la marcia della rivoluzione."
Con questo articolo il Moroni mette felicemente in luce la differenza fra le caratteristiche dei Littoriali, e quelle di un qualsiasi premio letterario o artistico. Scivola talvolta in affermazioni eccessive circa la quantit e la qualit, il conformismo e l'originalit, ma non possiamo non concordare col camerata Moroni nel porre in rilievo il carattere sociale di massa che anzitutto debbono avere i Littoriali della cultura e dell'arte.
 Gruppi di cultura sindacale(99)
Libro e moschetto del 23/9 pubblica una recensione di Armando Frumento sul bel volume edito dalla Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria in occasione del decennale della Carta del lavoro(100). Riportiamo da questa recensione il punto che pi ci interessa, quello relativo ai rapporti tra GUF e Gruppi di cultura sindacale.
"La recente istituzione di tali gruppi anche nella sfera della Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura fa sperare appunto in una sempre migliore attivit di questi organismi, tanto adatti per selezionare dai lavoratori gli elementi pi idonei alle cariche direttive, non meno che per elevare il tenore morale e politico di tutti gli aderenti.
"L'accordo a suo tempo stipulato tra la Confederazione dei lavoratori dell'industria e la segreteria centrale dei GUF, per avvicinare i giovani universitari meglio preparati in materia economica, sindacale e sociale ai ceti operai, ha gi segnato un progresso concreto verso una meta da tempo auspicata: veder contribuire, cio, il giovane pensiero universitario alla cultura corporativa dei lavoratori."
Il seme di quest'attivit  stato da pi parti gettato, ma ora noi vogliamo uscire dalla fase sperimentale, intensificando questa attivit per potere un domani raccogliere i frutti e non solo gli insegnamenti per un altro ancora pi lontano futuro.
 La conciliazione obbligatoria(101)
In uno degli ultimi numeri si era parlato del problema dell'assistenza legale da parte del sindacato, rilevando l'insufficiente appoggio che il sindacato offre al lavoratore nei processi individuali del lavoro; si era trovata la causa di tale stato di fatto nella mancanza di una adeguata classe di patrocinatori sindacali.
Ma non  solo la fase strettamente processuale quella che interessa i lavoratori. Infatti il processo non pu iniziarsi che dopo un tentativo obbligatorio di conciliazione. In tale materia cos dispongono gli articoli 5 e 6 della legge 22 gennaio 1934 n. 76 (regolatrice delle controversie individuali del lavoro):
Art. 5 - ...l'azione non pu essere proposta in giudizio se prima non sia denunciata la controversia alla associazione legalmente riconosciuta dalla categoria a cui appartiene colui che intende proporre l'azione in giudizio, anche se questi non sia socio... L'associazione deve interporre i suoi uffici per la composizione della controversia per il tramite dell'associazione delle categorie a cui appartiene colui contro il quale si intende proporre l'azione. Se la composizione riesce, si forma verbale...
Art. 6 - Qualora la conciliazione non sia possibile, l'associazione deve darne prontamente avviso al denunciante. In seguito a tale avviso e, in ogni caso, trascorsi 15 giorni dalla denuncia... l'azione pu essere proposta in giudizio.
Dal testo della legge risulta in modo chiaro che, teoricamente, non  posto alcun intralcio allo spedito inizio del processo, dato il breve ritardo di 15 giorni al massimo imposto dalla fase conciliativa.
Ma la pratica sindacale ci si presenta ben diversa: essa  dominata, in modo eccessivo, dalla preoccupazione della conciliazione e da un comodo desiderio di evitare stadi acuti nella controversia.
Il sindacato del lavoratore avrebbe diritto di rinunciare alla conciliazione dopo quindici giorni. Non lo fa quasi mai, perch entro 15 giorni non si arriva alla riunione conciliativa del datore di lavoro e del lavoratore e perci non si arriva ad un esito nettamente negativo nel procedimento conciliativo.
Tale stato di fatto  determinato dalla tattica dilazionatrice del datore di lavoro, che trova la sua convenienza nell'ostacolare, sul terreno pratico, il regolare svolgimento della vertenza. In tal modo si arriva a porre il lavoratore in gravi condizioni economiche, esercitando cos su di lui una pressione che lo costringe ad accettare un qualsiasi accomodamento.
Il sindacato del lavoratore, dominato in modo eccessivo dalla preoccupazione conciliativa e da una certa qual paura di "toccare gli interessi", si esaurisce nel tempestare di lettere sollecitatorie il datore di lavoro attraverso la sua associazione, pratica esortativa, ma inefficace, in quanto non credo riesca a far deviare il datore di lavoro dalla direttiva che evidentemente  portato ad adottare.
Si determina cos uno squilibrio di interessi fra l'associazione che dovrebbe rappresentare il lavoratore, e il lavoratore stesso. Questi  portato a risolvere nel modo pi spiccio la controversia, senza per essere costretto alla conciliazione dalla insostenibilit delle sue condizioni economiche; quella tende ad impastoiarsi nella fase conciliativa.
Teoricamente il lavoratore potrebbe promuovere il processo, trascorso il termine di quindici giorni dalla sua denuncia; ma  evidente che il lavoratore non avr nessuna convenienza nell'iniziare la fase strettamente processuale quando la sua associazione non ritenga esaurita la fase conciliativa.
Si vede cos che la legge, che evidentemente voleva arrivare alla massima speditezza nel processo del lavoro non  sufficiente per il divario che viene a sussistere tra lo spirito della legge e la sua applicazione pratica.
Mezzo atto ad evitare tale divario potrebbe essere la determinazione del termine entro il quale l'associazione del convenuto, datore di lavoro, sia costretta a rispondere sul contenuto della pretesa. Alla scadenza di tale termine nel caso di esito negativo della conciliazione, il sindacato dovrebbe essere obbligato a portare la vertenza nella fase processuale.
In linea generale, noi crediamo che utile alla pratica sindacale potrebbe essere una limitazione e determinazione maggiore del procedimento conciliativo. L'abuso di esso viene a indebolire tutta la struttura collettiva dei rapporti di lavoro e a sanzionare una condizione privilegiata nella classe industriale.
E.C.
 Fine o potenziamento del sindacato?(102)
C' stato quest'anno un generale desiderio di rivedere le posizioni conquistate dal sindacato fascista: desiderio originato dalla nuova parola d'ordine autarchica, che ha aumentato enormemente il potere delle corporazioni, originato anche dalla visione della enorme, seppur confusa, esperienza tedesca del Fronte del lavoro.
Questa revisione era necessaria, come si  visto dalla molta confusione che ha originato e dalle diverse reazioni che ha provocato.
Stato corporativo e sindacato
Il problema che si poneva era quello del significato del sindacato di fronte alle corporazioni. E si parlava del sindacato, avendo presente il complesso delle organizzazioni dei lavoratori, come quelle di pi alto interesse politico.
Il sindacalismo fascista, si dice, ha cessato di esistere da quando il regime ha istituito le corporazioni(103); da esse il potere del sindacato  stato notevolmente diminuito. La legge del '34 ha portato un'altra riduzione nel potere del sindacato; attraverso a questa legge la corporazione ha acquistato un potere economico normativo, tale che ad essa deve essere demandata ogni autorit nella stipulazione dei contratti tra il capitale e il lavoro. Quest'autorit , infine, singolarmente accresciuta dalla parola d'ordine dell'autarchia, che ha trovato i suoi organi esecutivi nelle corporazioni.
Che resta dunque del sindacato, si chiedono i numerosi teorici della liquidazione, i numerosi teorici che temono la vivace realt delle masse e che vorrebbero la fine dell'organismo che le rappresenta.
Noi non vogliamo scendere nella discussione dei loro capziosi argomenti e vorremmo che essi si ponessero un'altra domanda: cosa sarebbero le corporazioni, cosa sarebbe tutto lo Stato corporativo senza i sindacati?
Perch liquidare vasti organismi, passando le attribuzioni specifiche allo Stato per il tramite della corporazione,  cosa facile.  anche cosa comoda, perch permette di risolvere elegantemente profonde difficolt teoriche, eliminando coraggiosamente una delle parti in causa. Permette, inoltre, di costruire belli schemi in cui graziosamente si armonizzano le varie attivit politiche, economiche e sociali. Ma, quel che pi conta, liquidare il sindacato significa poter risolvere gli infiniti problemi economici, senza contatti con l'impura realt degli interessi e delle necessit.
E non si venga fuori adesso colla solita obbiezione del superamento della lotta di classe. Che essa sia superata, lo sappiamo tutti, ma cosa vuol dire superarla non si sa troppo. C' chi sogna che il superamento della lotta di classe debba significare un placido mondo in cui l'economia ha perso la sua crudezza vivace per diventare mansueta e delicata come nell'et dell'oro.
No, superare la lotta di classe non significa - come giustamente nota Arrigoni nel primo numero di Dottrina fascista - "abolire la lotta, la competizione, il contrasto di interessi. Il corporativismo - egli continua -  per la collaborazione degli interessi in vista di un fine supremo, ma non per la loro identificazione"(104). Composizione dunque, non identificazione, ch identificazione non si avrebbe senza la violenta abolizione di una delle parti in causa, abolizione cui nessuno pensa, n penser.
Ma ritornando alla domanda che avevamo posta ai signori liquidatori, vediamo subito quali sarebbero le caratteristiche di questo Stato corporativo, privo della sua base sindacale.
Tutte le attribuzioni relative ai contratti tra lavoro e capitale, tutte le forme di assistenza e di educazione professionale, tutte le forme di controllo sull'applicazione dei contratti collettivi, la funzione di collocamento: tutto passa allo Stato.
Esso organizzer enormi apparati burocratici, frazioner questi secondo i vari compiti ed aspetter che funzionino. Ma essi non funzioneranno perch mancher loro quella necessaria sensibilit rispetto alla vita economica e sociale che si ottiene attraverso ad un contatto reale ed immediato con la ridda degli interessi in competizione. Il loro carattere di organizzazione partente dall'alto sminuzzer la loro azione, frazionandola in tanti compartimenti stagni, senza la leggera e pronta aderenza alle diverse esigenze del momento.
Funzioni e disfunzioni del sindacato
Ma credono proprio i liquidatori che il sindacato non abbia fatto nulla in questi ultimi anni e si sia ridotto ad un'organizzazione mutualistico-organizzativa?
Hanno dimenticato che gli aumenti salariali del '36 e del '37 sono stati predisposti ed elaborati nel seno delle organizzazioni dei lavoratori?
Hanno dimenticato la funzione di educazione politica che rappresenta per le masse lavoratrici la vita sindacale?
Hanno dimenticato, infine, che il sindacato  il riconoscimento legale del principio associativo della massa lavoratrice, di quel principio per cui hanno lottato intere generazioni di lavoratori?
Ma la colpa dell'averlo dimenticato non va tutta ai liquidatori, poich una parte notevole di essa spetta anche al sindacato.
Esso ha dato luogo a questa corrente di sfiducia per la frequente inosservanza dei suoi compiti specifici, esso non ha sempre funzionato e quando ha funzionato non lo ha fatto sempre bene.
Al sindacato incombe un'alta responsabilit nella vita nazionale: esso  l'organo attraverso al quale masse ingenti di lavoratori sono rappresentate politicamente ed economicamente. Ad esso incombe l'obbligo di adeguarsi sempre pi alle esigenze dei suoi rappresentanti, di adeguarvisi secondo i principi di quella pi alta giustizia sociale che pone il lavoro come soggetto dell'economia e non come oggetto dell'altalenante gioco dell'economia liberistica.
E i dirigenti sindacali dovrebbero fare un piccolo esame di coscienza e domandarsi:
- come funzionano i sindacati nelle campagne?
- a che punto siamo con i fiduciari di fabbrica, di officina?
- di quanto si riducono in media, nel procedimento conciliativo, le somme che il lavoratore pretende sulla base del contratto collettivo?
- quanto durano in media le vertenze sull'indennit di licenziamento?
- come funziona l'assistenza legale?
- e come si adempie al compimento educativo professionale?
Cos si pone il problema del sindacato, del potenziamento del sindacato e a coloro che si pongono dinnanzi l'ordinamento tedesco del Fronte del lavoro, noi risponderemo, con Giusto Geremia (Libro e moschetto dell'11-10-XVI) che "il nostro corporativismo  e sar sindacale".
C. U.
 Passato e avvenire del collocamento(105)
In questi ultimi mesi si  accesa vivace la discussione sulla sistemazione del collocamento: da un lato i sostenitori dell'ufficio unico di collocamento, dall'altro i sostenitori del passaggio degli uffici di collocamento ai sindacati.
I primi adducevano la necessit della conservazione dello stato quo [sic] affermando che questa importante funzione sociale dovesse rimanere tutta allo Stato e non la si potesse affidare ai sindacati, che questi eminenti teorici ritengono ormai in liquidazione. In tal modo questa discussione si legava a quella pi generale e teorica della fine o del potenziamento del sindacato (vedi sopra)(106).
Nell'altro campo si sosteneva la necessit del potenziamento sindacale e si poneva come questione fondamentale l'attribuzione del collocamento agli organi sindacali(107). Ed  questione vitale per il sindacato l'avere in mano questa che  "la principale e pi efficace forma di assistenza al lavoratore" (Guido Innocenti su Lavoro fascista dell'1 dicembre). Non  possibile pensare che l'opera attiva dell'organizzazione sindacale possa arrestarsi col licenziamento dell'operaio, se l'operaio deve sentire in lei l'appoggio pi sicuro e la garanzia migliore contro le incertezze della vita economica e sociale.
Lasciamo poi da parte la tesi capziosa di coloro che, valutando essenziale la funzione del collocamento, la vogliono assolutamente statale, come se affidarla ad un'associazione, legalmente riconosciuta e schiettamente fascista, quale il sindacato, venisse a diminuire l'autorit dello Stato e la sua vigile presenza nei fatti sociali.
Ma d'altra parte, oltre che da questi fatti politici e morali, il passaggio  consigliato da una serie di insufficienze che il collocamento unico aveva rivelato nella sua breve vita triennale.
Citiamo ad esempio:
- la poca aderenza al mercato del lavoro;
- lo scarso potere morale sull'operaio;
- la scarsa competenza nella definizione delle qualifiche; 
- la difficolt nella valutazione dei vari apprendisti;
- gli infiniti intralci amministrativi nel continuo spostamento di competenze;
- la complessit del doppio controllo sindacale (Commissione provinciale per il collocamento) e tecnico-amministrativo (prefetto quale presidente del CPC) e le questioni di competenza che ne derivano.
Noi indichiamo perci come unica e necessaria soluzione il passaggio del collocamento alle Confederazioni dei lavoratori e quindi alle organizzazioni provinciali dei sindacati.
In tal modo si potr seguire con continuit la vita sociale ed economica dell'individuo esercitando una vasta tutela ed un efficace controllo.
Non si dovr pi ammettere la possibilit di collocamento al di fuori degli uffici sindacali, non si dovr pi ammettere l'esistenza di categorie, quali quelle degli impiegati dell'industria e dell'agricoltura, sottratte al controllo ed alla tutela dell'ufficio di collocamento.
La questione del controllo potr anche venire notevolmente semplificata: il doppio controllo, infatti, poteva avere senso nel '34 per il carattere meramente amministrativo dell'allora Consiglio provinciale dell'economia. Oggi, invece, colla istituzione del Consiglio provinciale delle Corporazioni non  pi necessaria la duplicit sindacale-politica e tecnico-amministrativa avendo il CPC riuniti in s i caratteri essenziali per esercitare entrambe le funzioni. Basterebbe che esso nominasse nel suo seno una commissione presieduta dal prefetto e dal segretario federale coll'intervento dei dirigenti delle Unioni provinciali dei datori di lavoro e dei lavoratori. Sistemando in modo pi adeguato i vari servizi statistici, tale commissione potrebbe inoltre assumersi il compito di formulare proposte per combattere la disoccupazione della provincia.
Cos attraverso al passaggio del collocamento ai sindacati, si arriverebbe ad una sistemazione di questa importante funzione, sistemazione aderente alla realt sociale attraverso alla organizzazione capillare del sindacato, sistemazione unitaria poich affiderebbe allo stesso organo tutte le questioni riguardanti la vita economico-sociale del lavoratore.
Ma la funzione del collocamento ha da esaurirsi necessariamente alla porta dell'officina o non deve invece tutelare il lavoratore anche nell'interno, specie nell'assegnazione delle qualifiche?
Spinosa questione per la quale noi abbiamo spesso indicato come necessario l'intervento del sindacato nell'interno dell'officina e additata come soluzione la sistemazione giuridica e contrattuale del fiduciario o corrispondente di fabbrica.
Una soluzione parziale  stata data nel caso dei metallurgici (vedi contratto nazionale di lavoro per i meccanici e affini) coll'istituzione di "un organo tecnico composto da un rappresentante per ciascuna delle organizzazioni sindacali locali degli industriali e dei lavoratori interessati, presieduto da persona a ci delegata dall'Ispettorato corporativo".
L'istituzione di simili commissioni paritetiche per ogni categoria potrebbe avviare ad una soluzione del problema, soluzione che sar completa quando a partecipare a tale commissione venga chiamato il fiduciario dell'officina o del reparto nel quale  avvenuta la vertenza.
Cos, attraverso ad un innestarsi sempre pi profondo delle organizzazioni sindacali nella vita sociale ed economica, si viene realizzando l'ideale del sindacato fascista, ideale di una pi alta giustizia sociale che si viene affermando in questo secolo, che il duce ha chiamato "secolo del lavoro".
Eugenio Curiel(108)
 Ancora sullo "scarso rendimento"(109)
Nel numero del 1 novembre XVI abbiamo parlato della proposta di Marcello Aj. Per evitare gli inconvenienti cui si presta la motivazione di "scarso rendimento" per la risoluzione del contratto di lavoro, egli proponeva di classificare periodicamente la capacit produttiva dell'operaio, annotandola sul libretto di lavoro.
Tale proposta ci sembrava insufficiente, perch lasciava sussistere gli inconvenienti dovuti alla difficile definizione pratica dello "scarso rendimento" e non garantiva sufficientemente l'operaio contro gli abusi del datore di lavoro, abusi nei quali il sindacato non sarebbe potuto intervenire a tutela dei suoi rappresentati.
Ora nel numero del 18 novembre 1937 di Libro e moschetto, Gaetano Gionfrida, senza avere chiarito sufficientemente le critiche mosse a M. Aj, propone senz'altro l'abolizione della motivazione di "scarso rendimento" nei casi di licenziamento.
La rigida e categorica proposta del Gionfrida, se risolve in modo assolutamente deciso lo specifico problema, non avvia affatto verso la soluzione della pi generale questione del licenziamento.
Il licenziamento, supponendo accettata la proposta del Gionfrida dovrebbe essere giustificato per motivi disciplinari o a causa degli interessi superiori della produzione.
La motivazione degli interessi superiori della produzione colpisce il complesso degli operai dell'azienda e permette perci un efficace intervento del sindacato, sia nella scelta degli elementi, sia nella determinazione del numero degli operai da licenziare.
La motivazione disciplinare invece, colpisce il singolo operaio e la sua definizione  altrettanto precisa in teoria, quanto difficile in pratica.  inoltre evidente che l'abolizione del motivo di scarso rendimento farebbe rientrare nella motivazione disciplinare una quantit di casi di dubbia o difficile soluzione.
Per queste ragioni non possiamo credere risolutiva la proposta del Gionfrida e continuiamo a proporre come unico mezzo di soluzione l'intervento del fiduciario di fabbrica e della commissione tecnica nelle deliberazioni del licenziamento.
Vogliamo perci richiamare l'attenzione delle superiori gerarchie sulla necessit di rafforzare la posizione del fiduciario di fabbrica, attraverso ad una tutela pi efficace della sua attivit ed attraverso ad una identificazione dei suoi rapporti con le masse che egli in primo grado rappresenta.
E.C.
 Il problema delle qualifiche(110)
A chi abbia qualche dimestichezza coll'organizzazione sindacale non sar certamente sfuggito il problema della qualifica. Esso si presenta fondamentale per le numerose controversie cui d luogo e per gli importanti interessi che viene a toccare.
La definizione della qualifica  un problema dei pi delicati della vita di officina, poich col grado attuale della specializzazione tecnico-industriale della mano d'opera, il numero delle qualifiche e delle specializzazioni  salito enormemente. Queste qualifiche rappresentano direttamente gli interessi dell'operaio, poich sono per lui l'indice del livello cui  giunto a prezzo di un lungo apprendistato, perch rappresentano la valutazione economica e sociale della sua prestazione.
Esse si prestano inoltre a infiniti abusi per le sottili differenze esistenti tra l'una e l'altra qualifica, sottili differenze spesso accompagnate da ingenti dislivelli salariali.
Altre difficolt si aggiungono nelle piccole industrie, poich in esse, per la esiguit del numero degli operai, questi sono costretti a svolgere attivit disparate che vanno dalla manovalanza pura e semplice alla prestazione specializzata.
Ora di fronte a questi vasti problemi il sindacato  poco preparato, non per la cattiva volont dei dirigenti, ma per l'insufficienza dei mezzi di cui dispone per la tutela dell'operaio nell'interno della officina.
Cos in generale le controversie per la qualifica si risolvono negativamente per l'operaio, che non pu presentare al sindacato dati sufficienti per l'efficacia dell'assistenza legale.
Un primo passo verso la soluzione del problema  stato compiuto dal contratto nazionale per meccanici, metallurgici e affini. In esso si stabilisce la formazione di un organo tecnico composto dal rappresentante del datore di lavoro, del lavoratore e presieduto da un delegato dell'ispettorato corporativo. Quest'organo per non  stabile, ma viene formato solo nei casi di controversia. La sua azione  perci slegata, nel senso che non garantisce una tutela continua;  anche manchevole, poich non avr quel contatto costante coll'officina, che  necessario perch la sua azione sia sicura ed efficace.
Affinch quest'organo possa essere effettivamente risolutivo, occorre che esso si appoggi al fiduciario di fabbrica: da questo testimone continuo della vita di officina, esso potr ottenere i dati migliori per l'efficacia della sua assistenza.
Ma anche questa miglioria dell'organo tecnico non potr garantire completamente l'operaio di fronte agli abusi relativi alla qualifica. La soluzione completa sar data quando l'organo che introduce il lavoratore nell'officina sia esso stesso convenientemente attrezzato e sappia vagliare con precisione l'abilit e l'attitudine dell'operaio. L'ufficio di collocamento unico non  adeguato alla sua funzione e noi vediamo come molti degli abusi che oggi si cercano di eliminare abbiano la loro origine nelle erronee qualifiche attribuite all'ufficio di collocamento stesso.
La necessit dell'intervento sindacale per la repressione di questi abusi ci mostra chiaramente come la funzione del collocamento non possa essere svolta che dall'organizzazione sindacale. Essa  competente per l'assegnazione delle qualifiche, essa pu tutelare la vita nell'officina del lavoratore attraverso il fiduciario di fabbrica, essa pu preparare la via alla sistemazione dell'apprendistato e perci ad una valutazione rigorosa delle qualifiche.
Cos a nostro avviso i punti necessari per la soluzione del problema propostoci sono:
1) estensione dell'organo tecnico a tutte le categorie;
2) tutela giuridica del fiduciario;
3) ufficio di collocamento sindacale.
Eugenio Curiel
 Sempre sullo "scarso rendimento"(111)
Marcello Aj su Libro e moschetto del 9 dicembre, esaminando le controproposte avanzate dal Gionfrida (licenziamento per scarso rendimento solo durante il periodo di prova) e da noi (controllo attraverso il fiduciario di fabbrica) resta "per ora per la (sua) prima soluzione" e ritiene "che la qualifica del rendimento nei libretti scritti di lavoro possa dare ai sindacati gli elementi necessari per evitare il pericolo che il licenziamento per scarso rendimento diventi un abuso".
Egli accetta tuttavia la nostra proposta e afferma di essere d'accordo con il B al quale riconosce "di aver impostato la questione di un problema che, se pure delicato, deve essere affrontato, e cio quello del controllo interno delle aziende attraverso la valorizzazione dei fiduciari aziendali". Ci promette inoltre di tornare presto sulla questione dei fiduciari di fabbrica, che sarebbe risolutiva per il nostro e per gli altri problemi.
Ci limiteremo ad osservare che il primo passo mosso dal camerata Aj verso la soluzione del problema non ci sembra lo avvicini di molto alla soluzione, per cui attendiamo il promesso articolo.
Egli nota infine che "mentre i giovani si sforzano a discutere su problemi corporativi e sindacali, i giornali tecnici del sindacato si disinteressano apertamente delle nostre opinioni. Che ne pensa per esempio sulla questione del licenziamento per scarso rendimento il Lavoro fascista? Critica fascista?".
Noi ci associamo toto corde alla sua richiesta, per cui concludiamo aspettando, oltre all'articolo di Aj, anche qualche rilievo della stampa tecnico-sindacale.
E.C.
 Salario o partecipazione?(112)
Il prof. E.C. Ferri propone in Economia nazionale di riformare il concetto di salario superandolo colla "rimunerazione corporativa". Essa si otterrebbe determinando una percentuale del prezzo dei prodotti che deve essere devoluta al fondo rimunerazioni. Il costo di produzione e il prezzo verrebbero calcolati netti dalla mano d'opera: a questi si aggiungerebbe la percentuale da versare all'operaio.
Per evitare poi l'attesa del compimento del ciclo produttivo, si dovrebbe versare un minimo garantito anticipatamente. Questo minimo dovrebbe per essere inferiore agli attuali salari. Compiuto il ciclo produttivo e consegnato il prodotto al grossista, verrebbe liquidata la percentuale per la mano d'opera.
"Cos il compenso destinato al lavoro viene a costituire, realmente, tangibilmente, una parte del prezzo di vendita e, cosa indubbiamente pi notevole, essa rimane quindi pagata direttamente dall'acquirente al lavoratore, tramite il datore di lavoro", afferma Arrigoni su Dottrina fascista del novembre XVI(113).
Noi per non vogliamo rimaner sedotti dalla bella proposta e dalle chiare parole che l'accompagnano: sentiamo che questa proposta  astratta ed utopistica allo stato attuale della organizzazione corporativo-sindacale. Essa necessiterebbe intanto di un severo controllo da parte della classe operaia sull'azienda e sull'imprenditore; ci sembra che oggi l'organismo sindacale fascista non sarebbe preparato ad assumere questo compito, e forse meglio che impreparato, ancora restio. Noi non vogliamo disapprovare la proposta Ferri, ma crediamo che essa trascuri appunto questa condizione fondamentale, senza la quale - possiamo dirlo francamente - l'applicazione di codesta "rimunerazione corporativa" si risolverebbe in una netta "fregatura" della classe operaia.
E se qualcuno ci pensa davvero seriamente bisogna che si cominci a preparare l'intervento sindacale nell'interno dell'azienda. Quando esso sar davvero efficiente, potremo tornare sulla proposta Ferri e valutare pi benevolmente l'entusiasmo di Arrigoni.
E.C.
 Lavoro e autarchia(114)
Noi abbiamo pi volte richiamata l'attenzione sull'importanza fondamentale dei contributi della classe operaia all'autarchia. Nel nostro paese autarchia  anzitutto autarchia dell'intelligenza,  equilibrio tra l'importazione delle materie prime e l'esportazione dei manufatti.
Dunque autarchia significa per la classe operaia, necessit della preparazione delle maestranze specializzate, significa esportazione di lavoro.
Perci occorre potenziare l'istruzione tecnico-professionale, occorre garantire una pi equa distribuzione dei benefici realizzati dagli industriali in questa congiuntura economica di massima produzione e di massima esportazione.
Vogliamo perci riportare le chiare parole che Oreste Montagna, segretario della Federazione nazionale lavoratori tessili, ha pubblicato su Lavoro fascista (28 novembre XVI) e su Economia nazionale. Egli osserva che l'intervento dei lavoratori  "valso a smontare talune ingiustificate resistenze che avrebbero potuto ostacolare la rapida attuazione dei piani autarchici. Inoltre - e questo  molto importante - l'azione dei lavoratori ha contribuito a mettere in luce alcuni aspetti particolari dei problemi autarchici che pi direttamente riguardano la mano d'opera, come la necessit di preparare le maestranze qualificate e specializzate ed i dirigenti tecnici, la necessit di tenere conto delle esigenze e delle possibilit del consumo in rapporto ai costi di produzione".
E.C.
 Il pericolo: la vita comoda(115)
In un articolo, cos intitolato, del Popolo biellese del 22 novembre 1937, Gino Barbero pone in chiara luce i rapporti tra "la classe operaia, la parte pi sensibile della popolazione all'intorpidimento burocratico, e l'uomo dello sportello"(116).
Rapporti penosi per il lavoratore che vede nel burocrate "la sua bestia nera, quel suo simile per il fatto di stare comodamente al di l di un tramezzo, e con una retribuzione sicura, si crede autorizzato nei contatti, per cui  stato creato il posto che occupa, di assumere dei toni suggeriti il pi delle volte dalle condizioni climateriche o da altre intime faccende. Essi occupano impieghi che richiedono pi di ogni altro una comprensione totale della psicologia del proletario, mentre invece essi si sentono del comunissimi stipendiati, compresi solo dal cruccio di sbrigarsi in fretta ed a vanvera".
Ma non  soltanto l'incomprensione psicologica del burocrate, quella che preoccupa il Barbero e noi: questa incomprensione produce anche delle conseguenze economiche affatto spiacevoli. L'operaio, infatti, "per la lentezza delle operazioni di rilascio di documenti, per la eccessiva intransigenza in fatto di dichiarazioni che possono essere sostituite da ricevute provvisorie, si trova obbligato a periodi pi o meno brevi di inattivit. Quando si pensa che moltissimi, per cause diverse, vivono alla giornata, non v' chi non veda la precariet della situazione di un individuo obbligato, tanto per fare un esempio, ad aspettare una settimana un foglio di residenza od un certificato di famiglia".
 Note stonate nella musica italiana(117)
Roma fascista(118), nell'articolo Note stonate nella musica italiana, richiama l'attenzione su di un fatto che rivela come in certi ambienti musicali italiani regni un'atmosfera assolutamente indegna dell'Italia fascista. Il popolo italiano  tutto proteso verso il raggiungimento di una splendida meta: l'autarchia. Ci non significa soltanto volont di emancipazione nel campo della produzione industriale, ma significa anche volont di liberazione da ogni giogo spirituale straniero.
Il pensiero e l'arte italiana devono essere purificati da quella esterofilia che dominava un tempo. Ma nel campo musicale sembrano ancora esserci delle persone che non la pensano cos, che accordano tutto il loro appoggio ad una musica "internazionalizzante e bolscevica", tanto di moda oggi all'estero. E il pi incredibile  poi che quando un giovane artista insorge contro questo stato di cose, auspica un'arte pi vicina ai sani sentimenti del popolo, un'arte che possa veramente chiamarsi Arte nazionale, allora questi stessi signori dichiarano inopportuno il momento e il luogo, e prendono provvedimenti dettati solo da puerile malanimo.
Questo  successo al Porrino che ha voluto difendere, al III Congresso nazionale del sindacato musicisti, la nostra musica, italiana e fascista, contro quella sovversiva italianizzante.
"Dire che noi siamo solidali col Porrino - dice l'articolista di Roma fascista - sarebbe un portar nottole ad Atene" e facciamo volentieri nostro l'appello di Roma fascista: che i giovani del Littorio abbiano "il diritto di parlare, di sostenere le loro tesi e di poter combattere le loro battaglie ideali, senza per questo incorrere in sanzioni o essere incriminati nei discorsi di corridoio!...".
 Politica estera e giustizia sociale(119)
Riportiamo da una recensione di Aiax sul Popolo biellese del 15 novembre: "Non si pu contestare che solo la giustizia sul piano internazionale (cio: pace, mutua comprensione, cordiale collaborazione nell'ordinata coesistenza dei reciproci diritti) pu rendere al massimo efficiente la giustizia sociale sul piano nazionale.
"Ma in attesa che tale situazione ideale si avveri o che ad essa ci si venga approssimando, molto davvero pu essere fatto da un regime di giustizia sociale che operi con fede e tenacia nel vasto campo della bonifica umana".
Amiamo riportare queste righe nelle quali si indica come anche nei nostri burrascosi tempi, si debba agire intensamente verso una pi alta giustizia sociale.
Reticenze, intralci, procrastinazioni sono i metodi di coloro che non faranno nulla n oggi n mai...
 A Palermo si lavora...(120)
L'Appello, organo degli universitari della Sicilia, ha distribuito gratuitamente agli operai un supplemento in cui si illustrano le opere del regime a favore degli operai. Notiamo in esso il testo di una circolare del segretario dell'Unione provinciale dei lavoratori dell'industria, in cui fra l'altro si chiarisce l'utilit dei contatti GUF-sindacati.
Egli indica ai capigruppo una "azione di vera propaganda fascista, senza la quale diventerebbero impari ai loro compiti (le sezioni dei sindacati) e si trasformerebbero in una burocrazia sindacale fine a se stessa e pertanto limitata nel tempo e nell'azione... Per i migliori risultati di questa attivit propagandistica oltre al contributo dei Fasci locali e dell'Istituto fascista di cultura segnalo in primo piano l'ausilio che pu esserci dato dai Gruppi universitari fascisti.
"Il GUF di Palermo svolge, da tempo, un'azione concreta che trova la rispondenza pi favorevole nei lavoratori industriali. Con la pubblicazione dell'Appello per i lavoratori, con la frequenza delle sedi di questa organizzazione ed i contatti continui per conoscenza dei problemi sindacali ed economici a comprensione delle necessit e delle aspirazioni per la tutela del lavoro, gli universitari fascisti sono i migliori collaboratori per l'affermazione nelle forti masse dei lavoratori, dei fini altissimi del sindacato fascista.
"Necessita, pertanto, intensificare questi rapporti di comunione spirituale fra la giovinezza studiosa che costituir i quadri della nazione di domani, e l'espressione pi pura del nostro popolo che nel lavoro esercita la sua funzione di creatore di prosperit e di ricchezza preparandosi ai compiti avvenire per l'affermazione dell'Impero.
"Quindi i dirigenti sindacali prendano accordi con i nuclei dei GUF per rendere tale azione sempre pi concorde e maggiormente efficace".
Da camerati, che hanno svolto un'attivit analoga, vediamo con piacere questo concreto agire, col quale si dimostra ancora una volta l'utilit e la necessit dei rapporti GUF-sindacati.
E accettino ora, i camerati palermitani un piccolo rilievo: noi avremmo visto con piacere, sul loro interessante supplemento un'impostazione pi decisamente sindacale e meno mutualistica. Il concreto problema sociale va presentato al lavoratore con parole chiare e nette.
E.C.
 Proposte pei Littoriali:
un convegno corporativo(121)
La costruzione corporativa dello Stato  la realt forse pi importante della rivoluzione ma ne  insieme perci appunto un problema essenziale.  di fronte a questa realt e al modo di affrontare questo problema che meglio si saggia la concretezza dei giovani.
Per questo noi desideriamo che ai fascisti universitari sia dato, anche nei Littoriali, di mostrare appunto una loro sicura visione, la loro preparazione ed educazione ai problemi sociali ed economici della nazione.
E forse  anche un buon mezzo per rispondere a certe accuse, piuttosto diffuse, secondo cui il giovane d'oggi tenderebbe al generico, preoccupato soltanto dai principi e delle enunciazioni le pi generali degli obiettivi sociali, mentre invece gli sfuggirebbero gli sforzi che costa la realizzazione di una parte anche minima di questi princpi.
Certo tali accuse non volevano, crediamo noi, far del disfattismo sui giovani, ma forse il loro intento era piuttosto quello di invitare ad una sempre pi concreta collaborazione la giovent, universitaria e non universitaria, nella grande battaglia per "una pi alta giustizia sociale".
Ora, per questa dimostrazione, quale campo  migliore dei Littoriali dove ogni anno si riuniscono in sana emulazione i giovani d'Italia?
Noi ricordiamo a Roma nell'anno XIII il convegno corporativo in cui si accesero forse le pi belle discussioni che mai sentimmo ai Littoriali.
Discussioni che mostrarono la preparazione dei giovani ai problemi sociali, il loro senso di equilibrio di fronte ai grandi problemi della costruzione corporativa. E anche oggi, in questo periodo di conquiste corporative e sindacali, i giovani d'Italia possono e debbono mostrare la loro competenza e la loro aderenza alla vita sociale italiana.
 per questo che noi ci auguriamo di vedere incluso nel programma dei Littoriali anche il convegno corporativo, sicuri di sentir riaccendersi con competenza e con concretezza anche maggiore la bella discussione dell'anno XIII.
(n.d.r.) Al momento di andare in macchina ci arriva l'ultimo numero dell'Appello. In esso Nino Tripodi lancia la proposta del convegno corporativo. Proposta che ci trova d'accordo. Anche il nostro camerata palermitano ricorda il convegno corporativo di Roma ed accenna a qualcuna delle discussioni pi accese.
"La questione salariale fu spinta da alcuni relatori, con efficacia giuridica e con logica teorica, alla cointeressenza obbligatoria, variabile secondo gli utili della produzione e la capacit lavorativa del produttore. Qualcuno poi riport in discussione il concetto spiritiano del corporativismo come superamento del liberalismo e del socialismo, in una loro sintesi assoluta. E fu applaudito... Pi discussa d'ogni altro problema fu la permanenza dell'associazione sindacale in regime integrale di economia corporativa. Chi sostenne la fine del sindacato dest opposizioni marcate. Chi deline un vago potenziamento di esso nel settore giuridico o assistenziale non interess alcuno. La conclusione definitiva fu per una tanto profonda trasformazione dell'associazione di categoria fino a consentire una effettiva presenza di essa nel campo economico-produttivo. Tale trasformazione andrebbe compiuta contemporaneamente a quella dell'attuale organizzazione aziendale, indispensabile perch il lavoro possa realmente diventare soggetto dell'economia."
E concludiamo col Tripodi affermando che "iniziare a Palermo, con i Littoriali dell'anno XVI, la trattazione specifica delle numerose tesi allora formulate, porterebbe indubbiamente le intelligenze dei giovani a convergere e ad incontrarsi in profondit su argomenti trattati tre anni or sono soltanto in estensione".
 Dell'Ispettorato corporativo(122)
In una lettera aperta a questo giornale, comparsa nella rubrica "collaborazione operaia" nel numero del 18 dicembre(123), si era lamentato da parte di un "fiduciario di fabbrica" il lento e tardivo funzionamento dell'Ispettorato corporativo di fronte alle denuncie, fatte a quest'organo di controllo, delle ditte inadempienti ai contratti collettivi. Infatti, qualora una ditta sia sottoposta a regolare denuncia all'Ispettorato corporativo per le sue inadempienze, prima che l'Ispettorato possa compiere un sopralluogo ai fini di invitare la ditta a mettersi in regola, passa un periodo di tempo non indifferente. In tale periodo, come afferma il nostro corrispondente, nel caso di imprese temporanee la ditta fa in tempo a terminare il suo lavoro, sciogliersi e scomparire prima che i suoi dipendenti abbiano potuto ricuperare quanto  di loro spettanza.
Ma il lento funzionamento dell'Ispettorato corporativo ha conseguenze gravi anche in altri casi: supponiamo infatti che la denuncia all'Ispettorato venga fatta anche, nella migliore delle ipotesi, appena iniziatasi l'inadempienza della ditta ai contratti. Tra la denuncia, il controllo e la sanzione possono passare periodi di anche sei mesi: in questo periodo l'ammontare delle somme non versate dalla ditta pu raggiungere importi elevati che la ditta non pu versare immediatamente senza compromettere la solidit della sua situazione finanziaria. Allora ci si trova di fronte all'alternativa di richiedere il totale della somma rischiando di far chiudere la ditta e gettare nella disoccupazione gli operai e gli impiegati oppure di rinunciare a far rispettare integralmente i contratti e passare al compromesso, caso questo il pi frequente. Ma la pratica del compromesso, oltre a defraudare gli operai del loro giusto guadagno, non  sicuramente il mezzo pi atto a formare quella coscienza corporativa e quel rispetto dei contratti che sono condizioni essenziali per il buon funzionamento del nostro sistema corporativo sindacale: la pratica del compromesso menoma il valore stesso del contratto e perci l'efficacia di tutto il sistema.
Una delle ragioni di questo funzionamento inefficiente dell'Ispettorato corporativo era il suo carattere interprovinciale, per cui un solo Ispettorato poteva abbracciare anche undici province. Questo suo carattere era motivato dalla presunzione che la sua azione fosse in genere di carattere eccezionale. I suoi compiti continuativi erano il controllo dei versamenti assicurativi e la tutela dell'igiene di fabbrica.
Ma la presunzione dell'eccezionalit dell'azione per il rispetto dei contratti era frutto di una visione veramente ottimistica: quella mentalit corporativo-sindacale degli imprenditori su cui doveva basarsi la regolarit dell'applicazione dei contratti era ben lontana e la pratica costante del compromesso non  sicuramente destinata a elevare la coscienza degli imprenditori.
Perci con DL 13 maggio 1937 n. 804 si stabili che l'Ispettorato corporativo da organo interprovinciale divenisse organo provinciale. La giurisdizione pi ristretta avrebbe senz'altro sveltito il funzionamento di questo importante organo.
Ma il decreto non ha avuto finora applicazione pratica: l'Ispettorato continua a rimanere interprovinciale e continua a giustificare il risentimento di chi si  trovato ad averne immediato bisogno.
Poniamo pure che difficolt economiche abbiano fatto soprassedere all'applicazione del decreto, ma questa ragione non pu giustificare la procrastinazione a tempo per ora indeterminato della sistemazione di un organo di importanza cos grande nell'organizzazione corporativa.
Conviene inoltre notare che l'Ispettorato corporativo ha avuto altri compiti in quest'ultimo tempo: il contratto nazionale dei metallurgici prevede un organo tecnico per le controversie di qualifica che deve essere presieduto da un delegato dell'Ispettorato; il contratto nazionale dei cottimi prevede esso pure un organo tecnico per la soluzione delle controversie di lavoro. Quest'ultimo compito  poi notevolmente importante perch sappiamo quanto numerose siano le contestazioni sulle tariffe di cottimo e quanto necessario sia l'immediato intervento, specie quando le lavorazioni siano rapidamente variabili.
E se i compiti affidati all'Ispettorato corporativo cominciano a sorpassare le possibilit pratiche di quest'organo dello Stato, perch non si comincia ad affidare una parte di questi compiti alle organizzazioni dei lavoratori, che sono organismi ormai attrezzati e perfettamente responsabili? Si potrebbe cominciare col dare facolt al delegato sindacale o al fiduciario di fabbrica di controllare i libri paga dell'azienda, tutelando opportunamente un'azione che attirerebbe sicuramente i cattivi umori degli imprenditori, ma che permetterebbe di stroncare ab imis le inadempienze e diminuire al contempo i compiti e l'ammasso vertenziale.
nimber
 Visita alla CFLI(124)
I nostri collaboratori, Eugenio Curiel ed Ettore Luccini, sono stati invitati a Roma dalla Confederazione dei lavoratori dell'industria. Con questo articolo cominciano ad illustrare i problemi e le prospettive dell'attivit confederale(125).
Uno dei punti teoricamente pi delicati della struttura sindacale corporativa  senz'altro la connessione tra le federazioni e la confederazione.
A taluni  sembrato che nel nuovo ordine di cose, specialmente avuto riguardo all'autonomia della federazione nel campo corporativo, la confederazione restasse un di pi, un'eredit di tempi anteriori all'impostazione corporativa del problema sociale.
Ma sarebbe bene pensare che la struttura corporativa non ha a suo fine soltanto la composizione degli interessi di categoria, composizione che si effettua nell'ambito della federazione. Suo fine  anche la soluzione dei grandi problemi sociali: problemi che vanno da quello dell'equa distribuzione della ricchezza a quello della dignit della classe operaia e del riconoscimento della sua funzione nella vita nazionale.
Problemi questi che non sono di categoria poich alla loro soluzione  interessato tanto l'operaio specializzato, quanto il bracciante ed il manovale, e il piccolo contadino proprietario e diremo anche il bracciante agricolo e fittavolo.
Le distinzioni di categoria spariscono e al di sopra del metalmeccanico e del tessile, del poligrafico e del bracciante agricolo c' la gran massa del popolo lavoratore che in questo periodo storico entra nella vita politica determinando coi suoi problemi e colle sue esigenze i compiti storici di tutta l'umanit.
La struttura puramente verticale di categoria strozzerebbe questi problemi e ridurrebbe tutta la vita corporativa a problema strettamente economico dal quale malamente si potrebbe enucleare il carattere politico-sociale dei compiti pi profondi e pi essenziali del corporativismo. Per questo abbiamo la confederazione o meglio le 4 confederazioni che al di sopra delle categorie riuniscono i lavoratori dell'industria, i lavoratori dell'agricoltura, quelli del commercio e infine quelli del credito e delle assicurazioni.
Ed allora quelle difficolt di ordine teorico, cui accennavamo in principio circa i rapporti tra federazione e confederazione, si risolvono immediatamente e immediatamente le abbiamo viste risolte quando a Roma avemmo l'onore e la fortuna di poter visitare e seguire nel suo vasto ed imponente lavoro la principale delle 4 confederazioni dei lavoratori: quella dei lavoratori dell'industria.
Il processo dei rapporti tra confederazione e federazione  un processo di perfetta integrazione: attraverso ad essa l'azione autonoma delle federazioni acquista valore politico e possibilit ampie, poich per mezzo della struttura confederale ogni federazione pu far tesoro dell'esperienza di tutto l'apparato sindacale e pu cos presentare ogni suo problema nella prospettiva delle esigenze generali di tutta la massa lavoratrice.
La federazione attinge i dati statistici e tecnici dalla confederazione che pu in virt del suo accertamento provvedere ai pi delicati compiti di osservazione economica e legislativa. In tal modo la federazione pu far valere effettivamente la sua voce nell'ambito delle corporazioni, ch altrimenti essa sarebbe esautorata dalla superiore competenza della parte industriale.
D'altra parte la confederazione attingendo il suo materiale nel lavoro di tutte le 20 federazioni pu porre problemi di carattere generale che sfuggirebbero all'attenzione e alla competenza delle singole federazioni. Ed  in questa sua attivit che si rivela l'aspetto pi propriamente politico e sociale dell'azione confederale.
Ed infatti i problemi che segnano le grandi tappe verso "il raccorciamento delle distanze" e verso "una pi alta giustizia sociale" sono di competenza della confederazione, poich una singola federazione non potrebbe prendere iniziative sui problemi del livello salariale, dell'educazione politica delle classi operaie. Non potrebbe nemmeno esercitare un sufficiente controllo dei prezzi in sede corporativa, poich al costo di una data merce non concorre soltanto il lavoro di una singola categoria, ma concorrono quasi sempre i costi delle lavorazioni compiute nelle pi diverse categorie. Perci le iniziative di questo genere sono prese sempre dalla confederazione la quale  cos in grado di potenziare l'attivit dei sindacati sul piano corporativo, di dare il giusto tono politico all'attivit delle varie federazioni.
Da questo breve scorcio sull'attivit della confederazione, scorcio che sar sviluppato pi estesamente in successivi articoli, noi possiamo gi vedere la profonda necessit della confederazione e possiamo vedere come essa rappresenti l'elemento pi essenziale della organizzazione sindacale corporativa, poich soltanto essa pu porre i problemi fondamentali della giustizia sociale che  fine massimo del corporativismo fascista.
 Sostanza sindacale del corporativismo(126)
Le ultime deliberazioni del Comitato corporativo centrale, hanno posto all'ordine del giorno i princpi sociali del fascismo ed hanno affermato la sostanza sindacale del nostro corporativismo. Le velleit di coloro che affermando la "liquidazione" del sindacato professionale proponevano esperienze astratte e confusionarie, sono state spazzate via. E non poteva essere altrimenti poich il fascismo ha come sua essenza la schematica chiarezza dello spirito romano e non pu tollerare le romantiche sintesi dottrinali di coloro che non vogliono accettare la realt dinamica nelle sue differenziazioni economiche e sociali, quella realt che viene a turbare i loro molli sogni di zelatori di un'et dell'oro.
Oggi ci sono imprenditori e lavoratori, proprietari e nullatenenti. Dire che i loro interessi coincidono cos senz'altro  dimostrare una cecit, anche dubbia, poich la collaborazione di classe, principio del nostro sistema sociale,  realt che si raggiunge faticosamente attraverso all'azione autonoma delle associazioni sindacali.
Anticipare il risultato, voler preporre alla realt degli interessi divergenti, la conciliazione e la collaborazione non ci aiuterebbe affatto nella conquista della giustizia sociale. Erra, infatti, chi crede che la realizzazione di una pi alta giustizia sociale sia semplice cosa, scaturiente, facile e limpida, da leggi e ordinamenti:  una battaglia quella che dobbiamo combattere, battaglia per la realizzazione di un ideale che muove nei millenni la nostra umanit. Battaglia che non  soltanto pensamento e legiferazione, ma lotta contro interessi tenaci e contro volont retrive.
Battaglia, questa, che si combatte su tutti i campi: si combatte nell'officina cos come si combatte sulle cattedre della scienza. Essa richiede l'aiuto dell'organizzatore, del politico e richiede l'aiuto del poeta e del letterato, del pensatore e del giurista.
E questo lo diciamo anche per tanti nostri camerati, che pensando a cose nuovissime e tempestose, rapiti da sogni vaghi e tumultuanti, dimenticano la realt vivace della nazione, la realt fatta di competizioni tra le diverse volont e le diverse idee.
Troppi credono ancora che la struttura corporativo-sindacale della nostra societ sia idea astratta che rampolli da uno sforzo puramente legislativo-scientifico: troppi pensano che una legge sorga cos, senza molti perch, e informi la realt perch altrimenti non pu avvenire nel nostro regime di autorit e di gerarchia. E in tal modo contaminano la realt stessa del fascismo, che  partecipazione della responsabilit e dell'attivit di tutti allo Stato e sostituiscono alla realt di una corresponsabilit totalitaria, genuina del fascismo italiano, il principio nazista della responsabilit unica (Fhrersprinzip).
Questa non  la nostra realt: noi sappiamo che nell'attuazione dei principi corporativi dello Stato fascista, nella vivace competizione sindacale non siamo trascinati su binari predisposti verso soluzioni necessarie; noi sappiamo che queste soluzioni sorgono invece dalla discussione responsabile e cosciente, dalla discussione che esprime la partecipazione delle forze nazionali alla direzione della cosa pubblica.
Lo spirito che ci guida  senza dubbio quello della Carta del lavoro, dichiarazione fondamentale della volont fascista; gli obbiettivi che perseguiamo sono quelli che il duce ha tante volte ribaditi affermando che "il nostro secolo  il secolo del lavoro", soggetto della nuova economia; ma per quanto cammino da queste sintetiche e ponderose affermazioni fino alla loro estrinsecazione concreta, quanto cammino, quante difficolt e quante necessit di forze fresche, di ingegni pronti e sicuri!
Ingegni pronti e sicuri che vadano a combattere la mentalit burocratica, che si annida ancora in tanti gangli della vita nazionale; ingegni che sappiano intuire il senso profondamente politico della vita economico-sociale e che non la considerino cadaverizzata al lume di qualche regolamento.
Nella routine burocratica e mutualistica la forza rivoluzionaria si disperde e l'impeto di battaglia si insabbia in un formalismo interminabile.
Per questo noi abbiamo bisogno che i giovani considerino attentamente il grande problema sociale: che lo considerino con mente rivoluzionaria senza cadere nella stucchevole visione estetizzante dei rapporti di classe, senza cadere nella farisaica piet verso "i poveri e gli umili".
E nella battaglia per la giustizia sociale le forze migliori sono state sempre quelle dei giovani. Devono esserlo anche oggi.
 Salario e rimunerazione(127)
La proposta di C.E. Ferri (Economia nazionale, settembre XV) e il successivo articolo di A.L. Arrigoni (Dottrina fascista, novembre XVI) hanno suscitato una serie di interessanti discussioni cui hanno partecipato diversi giornali tra i quali l'Ordine corporativo, Il Maglio, Il Popolo biellese, Libro e moschetto e infine anche il nostro giornale con una nota nel n. 21 dell'8 dicembre XVI(128).
E noi riprendiamo la discussione cercando di sostenere il nostro punto di vista di fronte all'articolo Ferri e di fronte all'articolo Arrigoni, comparsi entrambi nel numero di gennaio di Dottrina fascista.
La proposta di Ferri-Arrigoni si riduce in fondo a considerare il costo della produzione netto della spesa di mano d'opera: a questo costo si dovrebbe aggiungere una determinata percentuale per formare in definitiva il prezzo di vendita del prodotto. La percentuale additiva costituirebbe la rimunerazione corporativa da cui si dovrebbe detrarre un minimo di salario garantito da contratti collettivi e versato in precedenza all'operaio. Questo minimo di salario dovrebbe per essere notevolmente inferiore ai minimi di paga contemplati nei contratti collettivi ora vigenti.
Noi accusavamo (vedi n. 21 del 18 dicembre) questa proposta di astrattezza poich non crediamo possibile un reale controllo sindacale sull'azienda allo stadio attuale della situazione sindacale. Oggi, anche le pi semplici informazioni sulle paghe, sugli orari, in genere sul rispetto dei contratti, debbono essere raccolte dalle associazioni sindacali con ripieghi quasi sempre inadeguati: il fiduciario non tutelato dai contratti collettivi  sempre sotto la minaccia delle ritorsioni padronali, sotto la minaccia del licenziamento; l'imprenditore collabora con gli altri imprenditori e non sicuramente con l'associazione professionale dei lavoratori, fatte le debite eccezioni.
Ma, in modo diretto, Arrigoni e, in modo indiretto, Ferri ci rispondono che "la proposta del salario corporativo integrale non solo non rende necessario il controllo dell'impresa da parte degli operai, ma in tanto  ritenuta opportuna e applicabile dal proponente in quanto prescinde assolutamente da questo controllo".
Il quale controllo sarebbe fatto sull'imprenditore, direttamente attraverso allo "Stato corporativo medesimo con tutto il complesso dei suoi organi", indirettamente attraverso alla responsabilit dell'imprenditore di fronte alla nazione.
Ora in questo caso pensiamo che gli organi specificatamente competenti dello Stato corporativo debbano essere proprio le associazioni professionali dei lavoratori. Sono esse che hanno interessi da difendere, non sicuramente le associazioni dirimpettaie, poich in questo caso l'imprenditore sa e pu difendersi gi molto bene da solo; e nemmeno l'ispettorato corporativo, organo di carattere ispettivo e conciliativo e incapace perci di iniziativa. Restano dunque le associazioni dei lavoratori, ma qui vediamo arricciarsi molti nasi e storcersi molte bocche: perch si vuole il controllo corporativo e non il controllo sindacale; come se si dovesse pensare ad un ordine corporativo, distinto e contrapposto a quello sindacale.
Ma per sembra che la discussione sia inutile perch Ferri prosegue affermando che "la proposta del salario corporativo integrale, appunto perch prende come base il prezzo dei prodotti, si riferisce ad un elemento terminale e per cos dire estraneo al congegno produttivo dell'impresa".
Precisazione, questa, fondamentale, perch viene a chiarire come con la proposta Ferri il lavoratore non sia per niente chiamato "a partecipare intimamente al processo produttivo": egli  chiamato soltanto ad accollarsi una responsabilit supplementare, quella dell'andamento dell'impresa senza avere altra soddisfazione che quella di trasformarsi da "salariato", in "rimunerato".
Tutto lo sforzo per mostrare come tale rimunerazione corporativa possa considerarsi una tappa nella conquista della giustizia sociale mi sembra perci inutile: resta soltanto che il lavoratore deve accontentarsi di certi minimi di paga inferiori a quelli attuali, sperando vagamente in qualche aggiunta alla fine dell'esercizio finanziario. Aggiunta che troverebbe soltanto la buona volont dell'imprenditore: gran buona volont perch ognuno sa come siano fatti e come si possono fare i bilanci delle varie aziende industriali.
Del resto la proposta Ferri ha incontrato critiche svariate su altri giornali, critiche di cui riferiamo brevemente.
Pier Luigi Trolli (vedi Libro e moschetto del 17 febbraio e Dottrina fascista del gennaio) mostra tutte le difficolt di ordine amministrativo contabile.
Gino Barbero (Popolo biellese del 10 febbraio) insiste sul carattere apparente di una siffatta compartecipazione, "in quantoch il rischio non  condiviso con l'equit derivante dal principio di "eguaglianza delle categorie"" e indica l'inevitabile controversia sulla determinazione delle percentuali che "scaturirebbero non solo in sede di contratto collettivo ma nei rapporti diretti fra datori e lavoratori come origine di imposizione dei primi sui secondi, tenendo a mano lo spauracchio del licenziamento, ecc.".
Emanuele Federici sul Maglio del 21 dicembre insiste come noi sul "legittimo desiderio di garanzia" da parte dei lavoratori. "Se il lavoratore - egli dice -  unito alle sorti dell'azienda non si pu negargli di controllarne l'andamento".
Ciro Marri su Ordine corporativo del 15 dicembre, si preoccupa dei minimi salariali che, secondo le dichiarazioni della Carta del lavoro, dovrebbero essere sempre fissati secondo le esigenze normali di vita.
Concludendo, noi riteniamo che la proposta Ferri non realizzi, almeno senza il controllo sindacale, nessun progresso nel conseguimento di una pi alta giustizia sociale e continuiamo a credere condizione di equa realizzazione il controllo da parte delle organizzazioni operaie. Noi avevamo detto che esse non sono ancora mature per una simile responsabilit: e dicendo questo abbiamo inteso affermare che lo stato dei rapporti di lavoro  lontano da permettere una realizzazione di questo genere.
Non abbiamo per affatto inteso di portare un qualche voto di sfiducia alla maturit dei lavoratori italiani, nei quali crediamo assai pi di quanto non credano coloro che arrossiscono di orrore ipocrita di fronte all'idea di un "controllo operaio sull'azienda".
E finiamo col proporre al prof. Ferri e ad A.L. Arrigoni lo studio dell'attuale stato dei rapporti di lavoro, specialmente per quanto riguarda il licenziamento e l'applicazione dei contratti collettivi, prima di lanciarsi in proposte che di conquista rivoluzionaria hanno soltanto il nome.
 La cantonata di Carabba(129)
Non lo avevamo mai creduto, ma sembra che il tormento dei c.d. timori reverenziali abbia qualche utilit: se non altro, avrebbe avuto quella di impedire ad Enzo-Fileno Carabba di scrivere un articolo.
Ma il nostro camerata di questi timori non soffre e l'articolo lo ha scritto scegliendosi per tema il corporativismo e il GUF(130). Persona modesta, il Nostro, non ha affrontato tutto il problema, ma ha indicato qualche punto centrale del suo pensiero e ci ha posti in guardia da "alcuni pericoli cui vanno incontro le associazioni professionali".
I quali pericoli sono tre:
- la delicatezza dell'organizzazione sindacale richiede per capi "individui di preparazione e di sensibilit politico-sociale squisita".  cos oggi?
- l'impreparazione delle masse a guidarsi da sole e i pericoli della burocratizzazione di associazioni guidate da elementi estranei alla categoria;
- conseguenza di tutto ci, un terzo pericolo: "la sfiducia di molti verso l'associazione".
Causa di tutto ci: l'insufficiente conoscenza dei caposaldi della nostra rivoluzione.
Rimedio di tutto ci: Enzo-Fileno Carabba.
Rimango io! Urla il Nostro, e rimaniamo noi universitari fascisti, prosegue il camerata riempiendo di stupore noi che non ci conoscevamo questo acuto e brillante interprete. Affidate a noi "questa nobile e necessaria funzione di bandire i princpi della nostra fede, di gettare nelle masse il seme fecondo".
Da qui si vede come Enzo-Fileno Carabba si sia scoperto una bella mattina l'uzzolo del popolo e, scettico, nel suo immenso entusiasmo, di ci che altri possano aver mai fatto, comprese che la soluzione di tutto il problema era lui e il suo seme fecondo.
E di fronte all'alta missione cui si sentiva chiamato, miserevole necessit era quella di gettare all'aria quanto gli impediva la via dell'azione integrale, perch un apostolo, come Enzo-Fileno Carabba, non pu accontentarsi dell'umile lavoro svolto nel circoscritto campicello, ha bisogno di essere solo, seguito dai suoi.
Noi abbiamo tratto da sicuro dimenticatoio questo esempio insigne di impreparazione e di sfrontatezza, per mostrare a quali pericoli possa condurre questa volont smodata dell'azione, volont cui si accompagna l'altrettanto smodata repulsione dal lavoro serio e dalla preparazione coscenziosa. Forse la mentalit che nell'Enzo-Fileno porta a cos interessanti conclusioni non  molto rara e pi di qualche nostro camerata si crede chiamato per chiss quali virt a interprete dei bisogni e delle aspirazioni degli operai, dei contadini, o meglio del popolo in cui nella mente degli universitari si configurano coloro che non sono n laureati, n laureandi.
E all'Enzo-Fileno e a coloro che con lui hanno comune qualche atteggiamento, noi vorremmo far capire quanto sciocca sia la loro presunzione di essere chiamati per superiore predestinazione a "classe dirigente del domani".
Dirigere si pu soltanto quando si conosca e per conoscere non basta sentirsi l'animo gonfio di entusiasmo, ma bisogna saper lavorare e aver lungamente lavorato. E cos noi, invece di seguirlo di borgo in borgo nel suo affannoso apostolato, gli consigliamo di andare quanto prima in un sindacato, gli consigliamo di seguire nel loro lavoro quotidiano i degni uomini che sono preposti alle organizzazioni professionali, gli consigliamo di ascoltare qualche operaio e qualche contadino nelle assemblee sindacali.
Ma smetta, per carit, tutta quella prosopopea e tutto quel vuoto anfanare, perch altrimenti, invece di mistico consenso alle sue parole di apostolo sentirebbe rumor di pernacchie...
 L'organizzazione del lavoro e il contributo
della classe operaia(131)
Uno dei temi proposti ai convegni dei Littoriali della cultura e dell'arte  quello dell'organizzazione del lavoro in rapporto alle forme corporative dello Stato fascista.
Nonostante i commenti finora apparsi su qualche foglio universitario, noi riteniamo che l'interesse centrale di questo problema non sia tanto nelle forme tecniche secondo le quali una simile organizzazione possa effettuarsi, quanto invece nelle forme sindacali in cui debba inquadrarsi.
Discutere dei vari sistemi a cottimo semplice (retribuzione costante per unit di lavorazione) o a cottimo variabile (detti anche salari ad incentivo secondo i quali la retribuzione varia col numero delle unit di lavorazione in un rapporto che non  costante), discutere di questi metodi atti a trarre dall'operaio il massimo rendimento oppure discutere delle varie forme di organizzazione aziendale potr dimostrare una notevole preparazione tecnica, ma non baster ad illuminare il carattere profondamente politico e sindacale del problema.
I metodi teoricamente migliori non reggono alla prova della esperienza, quando ad essi non corrisponda un'adeguata organizzazione di controllo e, mentre abbiamo a disposizione una collezione imponente di metodi, siamo ancora molto indietro per quello che riguarda la loro pratica applicazione.
Le vicende del sistema Bedaux e dei cottimi
Noi tutti conosciamo le lunghe lotte che l'organizzazione sindacale ha sostenuto per eliminare dalle fabbriche il sistema Bedaux (particolare tipo di salario a incentivo); esso era divenuto il simbolo dello sfruttamento cieco ed odioso e contro questo simbolo si era polarizzato il malcontento delle masse operaie(132).
Eppure, cosa aveva in s il Bedaux per giustificare tanto accanimento?
Nulla, poich esso era soltanto uno schema di coefficienti ed un insieme di grafici calcolati coll'imparzialit assoluta del tecnico, lontano da qualsiasi pressione di interessi.
Ma l'astratto schema dell'ing. Bedaux si convertiva in un macchinoso congegno di oppressione quando veniva applicato nelle nostre fabbriche: volutamente si cercava di renderne oscura e complicata la messa in opera. A causa della complessit dei conteggi l'operaio non era pi in grado di controllare l'esattezza della sua retribuzione, da cui malcontento e scarso rendimento di lavoro.
Inoltre, i cronometristi che avevano il compito di misurare le unit Bedaux (unit di lavoro secondo le quali era fissata la retribuzione) erano lautamente stipendiati dal padrone e indotti in tal modo a favorire gli interessi dell'imprenditore, cosa facile poich non vi era alcun controllo da parte dell'operaio direttamente interessato e nemmeno da parte dell'organizzazione professionale.
In tal modo un sistema di organizzazione quanto mai razionale e quanto mai aggiornato sulle moderne discipline della fisiologia del lavoro e della fatica, un sistema di retribuzione teoricamente equo si convertiva in un'oppressione insostenibile che il governo fascista ha fatto bene ad eliminare.
Ma il male persisteva anche se il sistema Bedaux veniva eliminato. Infatti analoghi difetti si riscontravano nell'applicazione del sistema a cottimo semplice: in questo sistema lineare l'applicazione poteva essere intesa da qualsiasi operaio, ma il difetto sussisteva per l'arbitrariet secondo cui venivano fissate le tariffe per unit di lavorazione. Le variazioni pi incontrollate si producevano recando danno fortissimo agli operai che vedevano oscillare la loro paga senza che nessuna variazione si verificasse nel rendimento del loro lavoro. Le organizzazioni professionali si trovavano poi colle mani legate perch non era mai possibile raccogliere un insieme di dati sufficienti a portare la eventuale contestazione di fronte alla magistratura.
Lo strumento necessario per porre fine a tutto il malcontento venne offerto dal contratto nazionale dei cottimi, e strumento e non soluzione definitiva poich soltanto dalla coscienza sindacale degli operai e dalla necessaria risolutezza delle organizzazioni professionali si pu sperare che lo strumento contrattuale venga realmente a sistemare questo stato di cose.
E il contratto nazionale dei cottimi ha appunto riconosciuto la possibilit di un simile sistema di retribuzione soltanto quando vi sia un conveniente controllo da parte dell'operaio e dell'organizzazione professionale. Questo controllo si effettua attraverso ad una chiarificazione nel sistema di conteggio (bolle di cottimo obbligatorie) e in seconda ipotesi attraverso alla costituzione dell'organo tecnico incaricato di dirimere le controversie e autorizzato a ispezionare il processo di lavorazione.
Necessit del controllo sindacale
Da questi brevi cenni storici sui sistemi di cottimo negli ultimi anni di regime fascista si vede come essenziale al conseguimento di una maggiore giustizia ed equit non sia stata tanto l'abolizione di un tipo di salario e l'adozione del cottimo semplice, quanto invece la costituzione di opportuni organi di controllo.
E uno degli aspetti fondamentali del contributo della classe operaia all'organizzazione razionale del lavoro  appunto questo controllo che essa pu fare dei sistemi di retribuzione: soltanto attraverso ad una coscienza sindacale matura  possibile la realizzazione equa di questi sistemi salariali, sistemi che hanno d'altra parte il beneficio di distribuire il compenso secondo una giusta scala di valori e di rendimenti.
Ma attraverso all'ultimo contratto nazionale dei cottimi si presenta anche un altro aspetto dell'intervento della classe operaia nella organizzazione del lavoro; intervento diretto e controllo del ciclo di produzione.
Aspetto questo che non  molto sottolineato nella stesura del contratto stesso il quale accenna appena ad una possibilit che nel prossimo futuro la classe operaia deve saper conquistare appieno attraverso alla sua maturit sindacale e politica.
Uno dei punti di contestazione pi comuni , infatti, quello della variazione delle tariffe di cottimo nel caso di variazione del processo di lavorazione: succede, ad esempio, che l'imprenditore adotti un nuovo ciclo di lavorazione o una nuova macchina che rende di pi e che permette all'operaio di fornire un numero superiore di unit di lavorazione. L'operaio si vede decurtata la tariffa di cottimo in una misura arbitraria: prima del contratto nazionale dei cottimi egli non poteva sollevare, nemmeno con l'appoggio della organizzazione professionale, nessuna controversia poich non v'era modo di conoscere il costo del nuovo ciclo di produzione o il costo della nuova macchina. In tal modo la macchina veniva a creare all'imprenditore un sopraprofitto rilevante ed ingiusto poich ad esso corrispondeva un minor assorbimento di mano d'opera ed un abbassamento nella retribuzione relativa dell'operaio.
Ora col contratto nazionale c' la possibilit di andare contro queste sperequazioni mettendo l'operaio a conoscenza dello stesso ciclo di produzione, poich davanti all'organo tecnico il padrone  costretto a giustificare le eventuali variazioni nelle retribuzioni di cottimo.
Questo intervento offre all'operaio, oltre all'immediato vantaggio economico, la possibilit di intervenire nell'organizzazione stessa della produzione, controllandone le variazioni e rendendosi conto del costo della produzione.
In tal modo la classe operaia  messa in condizione di dare la sua opera pi fattiva per una razionale ed equa organizzazione del lavoro: spetta ad essa di dimostrare, attraverso alla risolutezza della sua azione, attraverso alla maturit della sua coscienza sindacale, di essere in grado di approfittare delle nuove prospettive aperte dal contratto dei cottimi.
Concludendo, si pu affermare che duplice  il contributo della classe operaia all'organizzazione del lavoro; anzitutto controllo dei sistemi di retribuzione e quindi controllo del sistema di produzione.
E questi a nostro avviso sono gli aspetti fondamentali del problema dell'organizzazione razionale del lavoro nel quadro della economia corporativa e sindacale.
 L'Anschluss(133)
L'Anschluss  un fatto compiuto(134) ed  stato compiuto con manovra cos fulminea da sorprendere tutti i circoli diplomatici europei.
Attraverso ad esso la Germania acquista 90.000 km. quadrati di territorio e 7 milioni di abitanti, acquista le miniere di ferro purissimo della Stiria e il patrimonio forestale della Carinzia.
Il duce ha affermato che "l'interesse dell'Italia all'indipendenza dello Stato federale austriaco esisteva".
Ma di fronte alla fatalit dell'Anschluss l'atteggiamento dell'Italia  stato chiaro e netto, poich, come il duce osserva, "quando un evento  fatale, vale meglio si faccia con voi piuttosto che malgrado voi, o peggio contro di voi".
Ed ora verrebbe fatto di chiedere se quest'ultimo atto del Reich tedesco rappresenti nella politica estera germanica un punto di arrivo o soltanto una tappa. Perch altri interrogativi dominano il quadro politico dei confini germanici: la questione del corridoio polacco, la questione dei tedeschi sudeti della Cecoslovacchia.
Nell'intervista concessa al Daily Mail Hitler ha garantito i confini attuali colla Polonia; ora non converrebbe alla Cecoslovacchia di arrivare ad una convenzione circa i Sudeti?
 La Camera dei fasci e delle corporazioni(135)
Nell'ultima sessione del Gran Consiglio del fascismo  stata approvata la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni, formata dall'aggregazione del Consiglio nazionale del fascismo al Consiglio nazionale delle corporazioni.
I due organismi che sono chiamati a comporla hanno entrambi funzioni definite ed autonome: da un lato, il Consiglio nazionale del partito garantisce la continuit politica del Partito nazionale fascista; dall'altro il Consiglio nazionale delle corporazioni deve garantire lo svilupparsi dell'economia nazionale verso quella giustizia sociale che  fine essenziale del corporativismo.
Ora la funzione della nuova Camera non pu risultare dalla semplice somma delle funzioni dei due organi che la costituiscono: questi dovranno continuare a svolgere la loro azione autonoma e precisa.
D'altra parte non si pu ritenere che la nuova Camera debba soltanto avere perci un carattere diverso: essere sopraordinata alla funzione dei due organi che la compongono.
Il suo carattere nuovissimo sta nell'avere chiamato a funzioni rappresentative e legislative le forze economiche della nazione inquadrate dalle corporazioni, per cui la sua funzione  di garantire lo svilupparsi dell'apparato legislativo secondo i dettami del corporativismo fascista.
Ma essa non ha soltanto funzione legislativa,  anche organo rappresentativo della nazione e soltanto quando questa sua funzione rappresentativa sar effettivamente realizzata, noi potremo pensare che essa assolva veramente i compiti per i quali viene ora costituita.
Il suo carattere rappresentativo  dato per ora dalla presenza nella camera dei rappresentanti delle forze produttive della nazione, forze produttive inquadrate nelle corporazioni.
Ma questo carattere rimarr formale e distaccato dalla realt della vita nazionale finch ad esso non corrisponder una coscienza corporativa veramente profonda nella collettivit nazionale.
E di questa coscienza corporativa non  per ora il caso di parlare: o meglio troppo se ne parla e a vanvera facendo passare per essa certe tendenze e certe velleit che nulla hanno a che fare con quella giustizia sociale che  fondamento unico della dottrina corporativa.
La ragione di tale deficienza sta essenzialmente nell'insufficiente approfondimento di quella coscienza sindacale che mettendo in moto tutto l'organismo corporativo sindacale pu far risultare dall'urto dei diversi interessi e delle diverse concezioni il superiore interesse nazionale.
Ma senza un funzionamento sempre pi dinamico e combattivo delle organizzazioni sindacali, la corporazione resta una forma vuota e in un certo senso anche inutile perch distaccata dalla concreta realt della vita nazionale.
Una corporazione pensata come struttura burocratica di funzionari non pu perci dare alla nuova Camera quel contributo di vita e di vivacit che le potrebbe permettere di assolvere ai suoi nuovi compiti: essa resterebbe ancora una formazione politica voluta dall'alto e perci priva di quelle caratteristiche rappresentative che l'ordine del giorno del Gran Consiglio le assegna.
Ne consegue allora che la funzione rappresentativa della nuova Camera pu essere realizzata soltanto attraverso ad una forma di selezione che attraverso le organizzazioni sindacali faccia arrivare i migliori e pi responsabili rappresentanti delle classi produttive della nazione fino a questo supremo consesso.
E affinch la nuova formazione politica voluta dal Gran Consiglio possa effettivamente rispondere ai nuovi compiti  necessario che essa sia appoggiata su una dinamica e combattiva organizzazione corporativo-sindacale.
Il nostro compito di fronte al nuovo organismo politico  quello di combattere per una sempre maggiore aderenza dei vari organismi sindacali alla vita nazionale e tale aderenza si raggiunge formando una coscienza sindacale che metta le classi lavoratrici della nazione in grado di adoperare con energia e con sicurezza gli strumenti che sono stati creati per il raggiungimento della giustizia sociale.
 Sogno di un pomeriggio di mezzo marzo(136)
Dopo qualche mese di sana e corroborante interruzione riprendiamo la nostra piccola fatica quindicinale di osservatori della stampa italiana, della stampa periodica e politica.
E oggi potremmo preparare per coloro che leggeranno questa rassegna, sapendola di un loro amico, una salsa pi o meno drogata e gustosa di ritagli dei vari articoli che in questi mesi abbiamo letto o soltanto trascorso.
Ma noi sogniamo spesso e, tanto dolci e lusinghieri sono i sogni di questo bel mese di marzo che preferiamo raccontare ci che vedemmo un pomeriggio domenicale dopo esserci addormentati sull'ennesimo chiarimento di Agostino Nasti intorno alle direttive politiche del corporativismo.
Non pi articoli lunghi cinque o sei colonne, che attirando la tua attenzione con promettenti titoli, ti ammanniscono sempre gli stessi principi che a furia di ripetizione sono degradati a luoghi comuni.
Leggevamo invece un articolo in cui finalmente il problema della scuola non era visto secondo i princpi sacrosanti dell'umanismo e del classicismo, dell'idealismo e del positivismo, ma si consideravano invece i problemi dei quadri insegnanti e quelli dell'analfabetismo. Si finiva persino col parlare degli stipendi dei maestri e dei professori...
Non pi corsivetti contro il gag o contro lo studentello figlio di pap dove a buon prezzo chiunque si paga il gusto di atteggiarsi a campione purissimo del "dinamismo di questa nostra et moderna".
E finalmente l'imberbe studentello di lettere aveva cessato di parlare della "crisi di valori" che travaglia il mondo contemporaneo e si era messo tranquillamente a studiare per prepararci gli articoli che pubblicheremo tra dieci anni...
Giusto Geremia, d'altronde, aveva finito di polemizzare contro chiunque parli bene di sindacalismo e cercava sulla guida l'indirizzo della casa dei sindacati, proponendosi di capeggiare una spedizione di tutti i filantropici "Amici del popolo" verso l'oscura e triste massa degli "Eroi del lavoro".
Pochi officianti aveva ormai la religione del corporativismo e si cominciava a discutere seriamente di organizzazione corporativo-sindacale con qualche principio di competenza.
I miei colleghi in giornalismo universitario avevano cessato di sentirsi i sicuri membri della "classe dirigente del domani" e infine Agostino Nasti e i suoi colleghi di redazione non si occupano pi della stampa giovanile per stracciarsi le vesti e gridare aita! aita! Discutevano finalmente del problema del collocamento dei giovani operai e dei giovani laureati... ma qui ahim, il sogno si spezz e mi ritrovai di fronte alla prosa di Agostino Nasti.
 Saluto ai Littoriali(137)
Nella prossima settimana avranno inizio a Palermo i Littoriali della cultura e dell'arte, rassegna politica annuale della giovent fascista italiana, di tutta la giovent, ch ad essa sono chiamati i giovani, siano essi universitari o no.
In questa rassegna essi sono chiamati a dare il loro contributo nuovissimo alla dottrina politica del regime e tale contributo non ha da restare verbalismo sterile, premiato ed esaurito nella classifica finale: ci che risulta dalla loro serena, ma combattiva discussione deve segnare una tappa sia pur modesta nello svilupparsi della dottrina fascista verso una sempre maggiore rispondenza alla realt sociale.
Il giovane che si reca a Palermo, inviato dal suo GUF, ha da sentire con chiarezza questa funzione rappresentativa e politica, senza le quali i Littoriali ripeterebbero le inutili accademie del buon tempo antico.
E l'augurio col quale salutiamo i Littoriali dell'anno XVI  che essi riescano sempre pi vivaci mostrando in tal modo la profonda originalit della giovent d'Italia.
 Le corporazioni e l'accertamento
dei costi di produzione(138)
Al quart'anno ormai dalla loro fondazione le corporazioni sono chiamate ora a risolvere in modo integrale e permanente, il problema cruciale della loro attivit: l'accertamento dei costi di produzione.
Fu detto, questo, problema "cruciale" delle corporazioni ed invero la conoscenza dei costi di produzione  il dato essenziale per l'adempimento efficace di ciascuno dei molteplici compiti che ad esse sono affidati.
Si tratti della loro funzione conciliativa subordinata all'attivit sindacale delle federazioni, si tratti della disciplina dei prezzi o della disciplina dei nuovi impianti: in ogni caso il loro intervento riesce efficace soltanto attraverso alla piena conoscenza dei dati economico-finanziari del problema della produzione.
Il problema  oggi all'ordine del giorno ed infatti non  molto che la corporazione delle bietole e dello zucchero vot una mozione per la costituzione di un comitato corporativo per l'accertamento dei costi di produzione dello zucchero allo scopo di ridurre i prezzi dello zucchero, facendone cos aumentare il consumo.
Ultimamente poi la corporazione delle costruzioni edili si occup del problema dell'accertamento del costo del cemento su proposta diretta della federazione dei lavoratori edili.
Scopi dell'accertamento dei costi
Coordinati alle tre funzioni corporative sopraindicate si possono proporre tre scopi a questo accertamento dei costi:
1) determinazione del profitto netto di ciascuna azienda allo scopo di attribuirlo parte all'imprenditore e parte ai lavoratori: "in quanto il profitto, in un regime che pone il lavoro a soggetto della economia  di spettanza del lavoro esclusivamente sia lavoro tecnico che manuale" (cfr. Enrico Jori su Ordine corporativo del 15 marzo XVI);
2) protezione della massa dei consumatori da aumenti arbitrari nei prezzi;
3) sviluppo delle imprese industriali secondo una linea di massimo sviluppo produttivo e di massima economia nei costi; compito questo che dovr essere facilitato dalle stesse associazioni professionali dei datori di lavoro, i quali, giusta la dichiarazione VIII della Carta del lavoro, hanno l'obbligo di "promuovere in tutti i modi l'aumento, il perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi".
Ma per raggiungere questi tre scopi diversi e coordinati  necessario che la ricerca dei costi di produzione venga fatta secondo tre diversi criteri che il ministro Lantini ha enunciato chiaramente indicando:
a) il criterio analitico: ricerca dei costi di produzione della singola azienda;
b) il criterio empirico: ricerca del costo di produzione medio, ottenuto dalla somma dei singoli coefficienti del normale processo produttivo;
c) il criterio indicativo: ricerca del costo di produzione di una azienda-tipo.
I tre criteri conducono a tre diversi accertamenti egualmente importanti, poich il primo ci permette di stabilire un criterio equo nella distribuzione dei profitti netti della singola azienda, il secondo di tutelare la massa dei consumatori da variazioni ingiustificabili ed il terzo deve rappresentare il fine cui deve uniformarsi la singola azienda per realizzare la massima economia dal punto di vista nazionale.
E per questo crediamo erroneo il punto di vista di Rosario Sottilaro, il quale nel numero di marzo della Stirpe, afferma il criterio del costo-tipo, accertato nell'azienda modello e il pi affine alla mentalit corporativa fascista.
Noi crediamo anzi che un accertamento ottenuto attraverso ad una azienda-tipo sia quello meno rispondente alla realt economica nazionale: l'azienda-tipo potr costituire soltanto un centro di studi per un dato ramo di produzione e servir a vagliare i nuovi metodi di produzione, ma evidentemente il costo di produzione in una simile azienda dovr essere molto pi elevato dovendo essa variare continuamente i suoi macchinari ed i suoi cicli di produzione allo scopo di indicare alle aziende private i metodi ed i macchinari pi economici dal punto di vista nazionale.
In ogni caso bisogner osservare che i tre criteri sono tali che una ricerca condotta secondo uno di essi deve presupporre le ricerche condotte secondo i criteri precedenti. Ad esempio, non sar possibile determinare il costo medio senza avere determinato il costo nelle singole aziende pi importanti, e non sar possibile realizzare gli scopi essenziali dell'azienda tipo senza conoscere come termine di confronto i costi singoli ed i costi medi.
Concordiamo perci con Enrico Jori nell'affermare che la ricerca dei costi singoli di ogni azienda costituisce la ricerca preventiva ed insieme "il problema di pi difficile soluzione".
La difficolt essenziale di una simile ricerca sta nel fatto che un'indagine corporativa tenuta al di fuori dell'azienda stessa e basata sulle dichiarazioni dei dirigenti o sui dati del bilancio, anche prescindendo dalle dichiarazioni inesatte, verrebbe a fornire dati diversi per ogni singola azienda.
Nella migliore delle ipotesi si potrebbe conoscere l'andamento medio dell'azienda alla fine dell'esercizio, senza aver potuto seguire l'andamento dell'azienda e senza aver potuto determinare i reali profitti netti, che possono sempre venire occultati attraverso alla formazione di riserve occulte, quali il forte ammortamento degli impianti e degli stabili.
La proposta Jori per l'accertamento sindacale
La proposta di Enrico Jori, proposta sulla quale concordiamo perfettamente,  quella dell'immissione del sindacato nell'azienda; soltanto cos si potr ottenere una perfetta soluzione del problema sotto i tre punti di vista considerati.
Il sindacato dei lavoratori, entrato nell'azienda e coordinato all'azienda stessa, potr fornire alle corporazioni i dati pi precisi sui costi della produzione e permettere in tal modo ai singoli comitati corporativi di stabilire il costo medio della produzione: a tale scopo non sar necessario che il sindacato venga a conoscenza dei pi delicati segreti industriali, poich gli sar necessario soltanto conoscere i "pesi" dei singoli costi nel costo definitivo del prodotto.
La conoscenza di questi elementi da parte di organi statali, conoscenza che Enrico Jori distingue appunto da conoscenza pubblica, non pu nuocere all'impresa stessa: essa potr ottenere come corrispettivo dei consigli tecnici e in genere economici, quali potrebbero essere forniti dalle corporazioni dopo l'esame dei costi e della congiuntura di tutte la aziende.
Questa nelle sue grandi linee la proposta di Enrico Jori, proposta che oltre a tutti offrirebbe il vantaggio della determinazione esatta dei profitti delle singole aziende: aprendo in tal modo nuove possibilit verso quell'equa ripartizione dei profitti tra imprenditore e lavoratori, ripartizione che  soltanto ideale pi volte sancito, ma la cui realizzazione  ancora lontana.
Condizione di tutto questo l'immissione del sindacato nella azienda, ci che costituir il pi grande balzo in avanti del sistema verso la "pi alta giustizia sociale".
E.C.
 Strascichi di un articolo(139)
Nel numero del 5 marzo ce l'eravamo presa con il camerata Enzo-Fileno Carabba perch, in un articolo della Rivoluzione fascista aveva affrontato con notevole incompetenza il problema dei quadri dell'organizzazione sindacale dei lavoratori.
Ci  giunta la risposta redazionale della Rivoluzione fascista: risposta dove l'articolista si rammarica del tono del nostro articolo e ci invita alla polemica "fatta con viso aperto, con la schietta, sana, unica intenzione di discutere su un problema" e questo invito pare ci sia fatto perch noi ci siamo "divertiti" a sfottere l'articolo e l'articolista.
No, non era n piacevole n agevole compito quello di prendersela con un camerata di cui rispettiamo le oneste intenzioni; talvolta, per  necessario difendere aspramente i nostri ideali contro zelatori incompetenti e perci pericolosi.
Ma accettiamo di buon grado l'invito del redattore della pagina universitaria del foglio di Siena e riprendiamo le ragioni che avevamo ed abbiamo di accusare di incompetente leggerezza il camerata Carabba.
Paragrafo 1 - Affermazioni di Enzo-Fileno Carabba.
a) Vaste e numerose categorie sono impreparate a guidare la propria associazione, da cui la necessit di ricorrere ad elementi estranei alla categoria col conseguente pericolo della "burocratizzazione" e della sfiducia degli organizzati verso l'organizzazione stessa.
b) Utilit suprema di dare maggiore forza alle associazioni professionali avvicinando ad esse le masse. Codesta opera demiurgica dovrebbe venire affidata agli universitari.
c) I quali universitari hanno il cuore gonfio di entusiasmo e la mente attrezzata.
d)  necessario bandire i princpi della "nostra" fede e opportuno sarebbe affidare agli universitari la nobile e necessaria funzione di gettare nelle masse il seme fecondo.
Paragrafo 2 - Contestando le affermazioni del paragrafo l.
a) Non crediamo all'esistenza di categorie di lavoratori impreparati a reggere la propria organizzazione.
In effetti uno sguardo superficiale alla realt di oggi sembrerebbe dar ragione al camerata Carabba: noi vediamo, infatti, quando pochi siano i rappresentanti espressi dalla categoria dei sindacati nazionali, ma dobbiamo anche pensare questa realt come transitoria;  perci inopportuno costruire delle teorie e trarre conclusioni generalizzanti sulla base di questo stato di fatto.
La soluzione di questo stato di cose si avr man mano che si andr affermando il principio della autarchia sindacale, quale  sancita nei "punti di massima" dettati dal duce nel 1937.
b) Non si tratta dunque di avvicinare le masse alle organizzazioni, questo farebbe supporre una sostanziale impossibilit di formare le organizzazioni dalla stessa categoria.
Noi dobbiamo pensare che il sindacato ha da essere la genuina espressione della stessa categoria e non una soprastruttura che dall'alto debba inserirsi forzatamente nella concreta vita economica della categoria stessa.
Intendere questo e lottare con fierezza di fini e con precisa volont di realizzazione deve essere il compito nostro; non quella di fungere da intermediari tra le masse e i dirigenti sindacali dalla cui scelta il camerata Carabba si lava le mani affidandola alle competenti autorit.
c) Gli universitari avranno anche il cuore gonfio di entusiasmo, ma la nostra lunga e vivace esperienza ci fa dubitare della attrezzatura specifica nella loro mente.
Con questo noi non vogliamo affatto distogliere i nostri camerati dall'occuparsi di questioni sociali e sindacali (l'opera che fin qui abbiamo svolta dovrebbe farne fede), ma soltanto suggerisce ad essi maggior circospezione nel lanciare panacee universali e anche maggior coscienza della loro limitata esperienza.
d) E siamo alla contestazione dell'ultima affermazione, quella che francamente ci ha colpiti di pi.
 proprio necessario che quando un universitario pensa ai problemi politico-sociali debba sentirsi necessariamente interprete patentato dei bisogni dei lavoratori?  proprio necessario che egli debba pensarsi parte di una ristretta lite contrapposta alle masse nereggianti del popolo? Che debba sentirsi proprio sempre cos sicuro di appartenere alla classe dirigente del domani?
In questa nostra epoca nessuno  chiamato per superiore predestinazione, o per vantaggi comunque conseguiti per nascita e per censo a dirigere, nei difficili sentieri della vita politica, gli uomini cui il cielo ha ritenuto opportuno non conferire tale predestinazione o cui la societ ha ritenuto opportuno negare i vantaggi del censo e della conseguente relativa istruzione.
Dunque nemmeno gli universitari sono fatalmente chiamati a guidare le predette masse nereggianti di popolo o a gettare alle stesse il seme fecondo della loro scienza e della loro fede.
La classe dirigente ha da essere espressa attraverso alla dura selezione sindacale e politica e nessuno deve pensare di saltare la trafila e di porre sic et simpliciter la sua candidatura.
E stimabili saranno soltanto gli sforzi di coloro che avendo intuito la difficolt dei problemi che noi ci proponiamo quotidianamente sappiano apportare un contributo anche modesto, ma per questo non meno sicuro. La vita del lavoratore  ben pi rude ed educativa di quella che conduciamo noi universitari: e lungo  l'apprendistato che noi dobbiamo compiere prima che le parole che ci si sono presentate nella fantasia vaga di una contemplazione, esprimano veramente dei concetti politici, delle idee direttive per la realt complessa della vita economica e politica(140).
 Futuro di un problema(141)
Il problema dei giovani(142) ha avuto una strana storia in questi ultimi anni di vita politica; affacciatosi coi primordi della rivoluzione fascista che si disse rivoluzione di giovani e volont di rinnovamento dei quadri politici, sopito negli anni della sistemazione al potere, si riaffaccia alla ribalta nel 1930 ed acquista forza nel travaglio da cui doveva sorgere il corporativismo.
Da quell'epoca fin verso il '34 esso viene continuamente agitato e sembra ad un tratto compendiarsi, ed anche cristallizzarsi, nel motto del "Largo ai giovani". Ma l'incupirsi dell'orizzonte politico fa rivolgere lo sguardo altrove e di tale problema non si parla pi. L'altr'anno a seguito di una discussione ai Littoriali, un risveglio ed un approfondimento del problema in un senso tutto nuovo, ma subito dopo il silenzio e peggio del silenzio una negazione sistematica, come di problema superato, insussistente.
Ma non  forse il caso di riguardare con serena tranquillit, al di sopra delle verbalistiche violenze, a questo vessato "problema dei giovani", problema che  angoscioso e perenne nella vita degli Stati e delle nazioni? Di ripensarlo oggi, quando orizzonti pi sereni sembrano aprirsi al nostro sguardo e la nostra civilt  tutta diretta contro quella psicosi di guerra che ha agitato l'Europa tutta?
Oggi si scoprono nuove possibilit di sistemazione: l'Inghilterra va risolvendo quelle congiunture che pi tennero in sospeso l'Europa; in Francia, non c' pi il gioco delle destre e delle sinistre, ma un governo che riflette la volont dell'autentico popolo di Francia(143); e in tutta l'Europa un'aspirazione sincera alla pace fattiva, alla pace che  convivere sereno dei popoli nel rispetto delle civili missioni di ogni nazione.
Ed  oggi che noi vogliamo serenamente riesaminare questo problema dei giovani, problema nel quale per primo sentiamo in noi crescere l'ansia del vivere politico. E riesaminarlo vuol dire distinguere in esso la parte deteriore, che fu giusto motivo ad ostili negazioni, da quella parte viva ed eterna per cui esso si rif perennemente nuovo.
E deteriore fu, senz'altro, la contaminazione che di esso si fece nel problema della carriera politica del giovane, spezzando cos il problema delle nuove generazioni nelle velleit di qualche intellettuale cafoncello, che segnato da non si sa qual sigillo sentiva in s rampollare la missione di guida del popolo. Problema deteriore perch concepito in modo antisociale: problema inutile, oggi, perch alla formazione amministrativa politica provvedono i corsi di preparazione e il futuro Centro.
E cos il problema dei giovani, purgato da quanto lo contaminava, rimane problema sociale ed educativo: il suo aspetto preminente  oggi la necessit di ricondurre le masse sempre pi numerose dei disorientati, dei mistici dell'azione per l'azione a quel centro della vita sociale che  il lavoro. E concretamente esso si risolve facilitando ai giovani l'accesso alla vita, facilitando ai giovani operai l'istruzione professionale e garantendoli contro gli abusi dell'apprendistato.
Ma correlativo ed insieme insito in questo aspetto economico, per cui vediamo nel giovane il lavoratore, che chiede di lavorare,  anche il carattere politico del problema stesso.
Il giovane non entra pi nella vita come un'entit fungibile, come elemento indeterminato di una massa informe. Egli viene ponendosi i problemi politici e non pu accettarne le soluzioni passivamente, senza averli ripensati e rivissuti. E ripensarli non significa ripeterne travaglio e soluzione, ma arricchirli di nuovi elementi, poich l'ideologia politica diviene concretezza di direttive soltanto nel contatto colla sempre nuova realt.
In tal modo questo problema giunge al suo significato pi alto, quando al di l delle velleit di una carriera politica, al di l della fregola dell'appartenenza ad una classe dirigente, si fa problema di giovani generazioni.
Giovani generazioni, la cui volont sicura  la garanzia pi bella della vita politica di questa nostra terra d'Italia; maturit di nuove generazioni, maturit di popolo operaio e di popolo contadino, non pi faticosa formazione di una classe dirigente.
Ma queste mature volont non hanno da morire sterili, perch inespresse: esse debbono essere avviate a concreta espressione di volont politica. E quale arengo migliore della vita sindacale, attraverso alla quale la forza viva del popolo lavoratore giunge ad erigersi a volont di legge?
E noi che abbiamo richiamato i giovani alla battaglia per la giustizia sociale, noi vediamo la soluzione del problema politico delle nuove generazioni nella libera e forte vita delle associazioni sindacali, le quali non debbono esaurirsi nella controversia salariale, ma giungere a porre i problemi pi alti della nazione tutta.
 Littoriali a porte chiuse(144)
Prime impressioni
Comincio subito col confessare che io ai Littoriali non c'ero mai stato, la mia esperienza  esperienza di novizio e come tale timorosa dell'espressione e del giudizio definitorio.
Perch da molti anni una grande curiosit c'era in me di sapere cosa fossero esattamente questi Littoriali e la mia curiosit non era stata affatto saziata dalle relazioni comparse sui giornali e nemmeno da quel volume in cui stanno raccolte, ben ordinate e compassatissime le relazioni dei Littoriali dell'anno XV.
E me ne rendo ragione oggi che, pieno del ricordo vivo della adunata di Palermo, scorro i giornali ed anche i giornali universitari, per vedere se qualcosa delle appassionate discussioni  rimasto nelle relazioni compassate della Stefani o negli articoli dei miei colleghi.
Bisogna confessarlo: poco o nulla  rimasto ed io seguiterei ad avere grande curiosit, dubitando, per in fondo all'anima che questi Littoriali non siano altro che la fucina dei Littori: essi scrivono il loro articolo su qualche rivista che vuol mostrarsi aperta ai giovani, vanno dal duce e poi chi s' visto s' visto (anzi no, perch l'anno dopo, vengono alloggiati in un bell'albergo nella citt, sede dei prossimi Littoriali e fanno i segretari delle commissioni, diventando da puledri, stalloni).
E questo non l'ho detto per il solo gusto dell'autobiografia, ma perch nelle mie condizioni sta il 95% degli studenti e il 100% degli altri, cui arriver al massimo il commento bilioso del "convegnista" o dell'espositore che non si  classificato e che  convinto dello scarso valore del camerata Littore.
Ma io, ritornato da Palermo, sono diventato un "tifoso" dei Littoriali, se non dei Littori; perch in nessun altro posto, fuorch in qualche bella riunione operaia ai sindacati, avevo avuto la gioia di sentire la discussione vivace che sa trovare i suoi limiti nel preciso senso di responsabilit e non nella disposizione accolta con sacrosanto rispetto e timore. E qui potrei ricordare tante appassionate discussioni, che fuori dalla sede del convegno si prolungavano nelle anticamere e nelle strade, potrei ricordare i problemi che suscitati dagli studenti si imponevano alle commissioni e contro le commissioni: ma preferisco soffermarmi, sia pure frettolosamente, sul Convegno di politica estera, perch pi mi ha illuminato sulla sostanza dei Littoriali e sulle ragioni del deserto che li circonda.
Del Convegno di politica estera sono andato subito a cercare qualche eco negli articoli dei giornali e dei fogli universitari: niente di quanto in me suscit tanta impressione. I pi si limitano alla relazione del Littore e di qualche classificato, qualche altro inizia con tanto zelo il suo lavoro, riferendo le relazioni dei partecipanti (che si susseguivano in ordine alfabetico), ma arrivato alla G deve essersi scocciato e deve aver preso un caff ed aver fatto una passeggiata a Monreale. Perch della discussione e dei malcapitati partecipanti dalla L in gi, niente.
In quel convegno sotto la presidenza dell'on. Fera, presidenza imperiosa ma pur rispettosa della libert di discussione, abbiamo sentito parlare dei problemi della ricostruzione europea con vivezza e originalit, tanto da strappare pi volte gli applausi di tutti i presenti e della commissione.
Niente di eccezionale, e soprattutto niente di arbitrario: la maggioranza vedeva la situazione internazionale in modo sereno, privo di preconcetti dovuti all'eccessivo entusiasmo e all'odio inconsulto. Tutti concordavano nella necessit della pace quale condizione fondamentale affinch il primato italiano nella difficile opera della ricostruzione europea potesse venire attuato in tutta la sua vastit.
Generalmente venivano poste come condizioni di un favorevole sviluppo della situazione europea il patto a quattro e l'amicizia dei popoli latini.
Il patto a quattro, rinnovato nella forma e ravvivato nella sostanza dall'esperienza trascorsa, doveva essere la base attorno alla quale dovevano riunirsi le forze dei popoli europei, rispettosi ciascuno dell'esperienza particolare delle altre nazioni.
Condizione preparatoria e corollario immediato doveva essere l'amicizia latina, necessaria per risolvere il problema mediterraneo.
Prova dell'elevatezza della discussione furono d'altra parte i temi che la commissione offr alla discussione tra i quali anche quello delicato delle ragioni per cui non esiste in Italia un problema delle minoranze altoatesine.
Dunque, niente di iperbolico, ma molta pacata riflessione e perci molta di quella originalit che manca agli articoli politici della nostra stampa quotidiana e anche periodica.
Ma di questo i giornali non hanno parlato e deve essere perch agli inviati speciali sono arrossite le stilografiche, sentendo trattare gli argomenti che per ovvie ragioni la Stefani non pu accogliere nei suoi comunicati. E per questo i giornalisti sono ricorsi all'estremo mezzo di farsi dare la relazione finale ed ufficiale del presidente e lo schema prudente del Littore.
Perch la ragione per cui i Littoriali muoiono con la nascita dell'ultimo Littore deve essere proprio la verecondia di riportare sulla carta quanto  stato detto a viva voce e con impeto di giovanile freschezza.
E trovando in questo una delle ragioni fondamentali della mia ignoranza di 20 giorni fa e dell'ignoranza presente in tanti altri miei camerati studenti e non studenti, so di rivolgere un biasimo alla stampa e in special modo alla stampa universitaria, per non aver saputo raccogliere nei suoi fogli la vivezza e l'originalit di tante discussioni Littoriali.
 Mistica dell'esportazione(145)
Osservazioni di un ingenuo
L'industria italiana  in grado di battere la concorrenza sul mercato estero vendendo sottocosto. In altre parole, essa vende a prezzi tali che la differenza in moneta estera tra il prezzo di vendita del manufatto ed il prezzo di acquisto della materia prima  inferiore al costo in moneta nazionale del lavoro di trasformazione (salari operai, ammortamenti del capitale, ecc.).
Tale squilibrio viene compensato artificiosamente comprimendo il salario ed elevando i prezzi sul mercato nazionale. In tal modo, il lavoro di trasformazione del manufatto viene pagato in massima parte dal consumatore italiano e dall'operaio.
Questa situazione  economicamente artificiosa, poich compressione dei salari ed elevamento dei prezzi hanno per corollario necessario la diminuzione del potere di assorbimento nel mercato interno.
D'altra parte le difficili congiunture del mercato estero lasciano prevedere la necessit di un aggravamento di questo gioco (vedi bilanci delle societ basate prevalentemente sull'esportazione) e come conseguenza il marasma che si deve necessariamente verificare sul mercato interno.
Quale la soluzione? Controllo rigoroso dei profitti in modo che sia possibile elevare il salario operaio ed aumentare di riflesso la capacit di assorbimento sul mercato interno. Reinvestimento di parte della valuta estera, cos ottenuta in macchine in modo da porre l'industria italiana su di un piede pi sano permettendo una concorrenza reale e non artificiale sul mercato estero.
 Autogoverno delle categorie(146)
Nel Lambello(147) del 10 febbraio  comparso un breve corsivo dal titolo: Io vi dico. Si tratta in questo articolo con una certa sufficiente faciloneria del problema dei rapporti delle associazioni professionali dei lavoratori e degli imprenditori, che vengono in complesso tacciate di eccessiva solerzia, di cavillose e sterili discussioni.
Il nostro corsivista parte dal considerare l'attualit del "problema di una pi rapida giustizia nelle vertenze del lavoro" e trova che "il recente accordo dei cottimi dando all'ispettorato corporativo la funzione di giudice esecutivo nel contrasto delle parti sindacali ha messo in un delicato settore le basi per la risoluzione del problema della giustizia corporativa, che  il problema basilare di tutto l'ordinamento sindacale e corporativo".
E fin qui lo scrittore di Lambello ci trova perfettamente d'accordo: ma egli vuol chiarire ancora il suo pensiero e dal seguito si intende come egli veda il vantaggio dell'accordo stesso nel carattere esecutivo della sentenza emanata dall'ispettorato corporativo, organo esterno alle due parti in contrasto. Insomma, ci che c' di buono nell'accordo stesso  la composizione della vertenza attraverso ad un intervento dall'alto. In tal modo, egli pensa, si eviteranno tutte le discussioni inutili ed "i contrasti non costruttivi"; perci egli ritiene necessario giungere "se non all'unificazione sindacale come si  attuato in Germania sul Fronte del lavoro (e di questo noi lo ringraziamo sentitamente) almeno a quella necessaria, completa e pronta composizione degli opposti punti di vista attraverso ad un organo superiore che sarebbe l'istituto corporativo".
Noi non vogliamo discutere in particolare questa soluzione del problema proposto, ma vogliamo discutere il carattere specifico di questa soluzione e ci rammarichiamo vivamente che non si intenda ancora la profonda diversit tra lo schema corporativo-sindacale ed il Fronte del lavoro tedesco.
L'organizzazione nazista nega alla categoria l'autogoverno e la subordina tutta alla volont di uno solo: i componenti la categoria sono semplici oggetti di questa volont, la quale ha insieme carattere legislativo ed esecutivo.
Lo schema corporativo-sindacale parte invece dal presupposto dell'autogoverno delle categorie e dal principio dell'autarchia sindacale. In esso i componenti le diverse classi della categoria si organizzano in modo autonomo e raggiungono sotto il controllo dello Stato, la necessaria composizione di ogni dissidio.
Da un lato la subordinazione, dall'altro la maturit e la corresponsabilit totalitaria.
Ci saranno indubbiamente discussioni lunghe e cavillose, ci saranno opposizioni di divergenti interessi tra la classe padronale e quella operaia, ma questa lotta ci dimostra la vitalit del sindacalismo fascista. Di questo noi non possiamo che rallegrarci ed auspicare, se mai, maggiore combattivit, perch soltanto attraverso a queste esperienze di lotta per il proprio diritto, si raggiunge la maturit politica e sindacale delle masse, maturit che , in ultima analisi, lo scopo e il senso di queste organizzazioni.
 Insopprimibilit del sindacato(148)
 quello di Giuseppe Rabaglietti sul Maglio(149) del 9 marzo, un articolo che vorremmo poter riportare integralmente: si tratta in esso con rara competenza e con preciso linguaggio il problema del sindacato, che  inteso anzitutto come "l'elemento capo e di assicurare l'effettiva esplicazione dell'attivit politica dei singoli individui, secondo le loro reali capacit e funzioni. Soltanto attraverso ad esso la societ potr concepirsi come autonoma, cio non soggetta a nessuno schema precostituito alla realt, autogovernantesi quindi libera cio secondo un concetto di libert che non  da confondere con l'arbitrio. Altrimenti con il corporativismo senza sindacato, cio senza che le masse partecipino alla vita dello Stato, si ha una oligarchia o il dominio di una classe: il capitalismo dello Stato cio, o un ultimo baluardo della borghesia capitalista".
Affinch esso possa assolvere a questi compiti  necessario che non venga svuotato di ogni sua funzione combattiva e non venga ridotto all'ufficio contratti e vertenze (il quale pure gli dovrebbe venir tolto se volessimo seguire qualche nostro camerata, come Giusto Geremia di Libro e moschetto od il preopinante camerata di Lambello).  necessario inoltre che al sindacato partecipi la massa, poich soltanto "attraverso la pressione delle masse organizzate si pu avere una migliore redistribuzione della ricchezza", meta essenziale del corporativismo.
Noi vorremmo aggiungere che soltanto il sindacato potentemente organizzato sulla base di forti masse mature e preparate, potr realizzare quella parit sociale che  condizione essenziale per un reale corporativismo.
 Mezzadria industriale(150)
Notiamo questo nuovo progetto di partecipazionismo operaio all'azienda che Ciro Marri ha esposto sul numero di marzo di Giovanissimo.
In questo progetto, negata ogni ragione teorica al profitto del capitale, il Marri propone di considerare alla fine dell'anno il reddito lordo dell'impresa.
Da esso si dovrebbero detrarre le spese di ammortamento, le quote di riserva, le imposte di esercizio, le spese per l'acquisto delle materie prime, ecc., ecc.
Si dovr quindi distribuire l'interesse del capitale e detrarre la rimunerazione distribuita durante l'anno al lavoro (secondo i minimi salariali dei contratti collettivi). Quanto rimane  il profitto netto dell'impresa. Esso dovr andar diviso in due parti, l'una per il capitale, l'altra per il lavoro, distribuite secondo il rendimento e secondo una scala di valori.
Quanto al controllo, Gino Barbero su Popolo biellese del 7 marzo, illustrando la proposta Marri, pensa al controllo sindacale ottenuto attraverso all'immissione del sindacato nell'azienda.
Non si possono negare alla proposta Marri ed all'osservazione di Barbero la seriet e l'onest, per quanto a nostro avviso la proposta Marri sia troppo astratta anche quale impostazione del problema. Noi rimaniamo tuttavia scettici, poich non riteniamo che l'auspicata parit sociale tra lavoratori ed imprenditori possa venire raggiunta attraverso ad uno schema meramente salariale.
La parit sociale poggia essenzialmente sul rapporto di maturit politica e sindacale delle opposte classi dei lavoratori e degli imprenditori: non pu venir raggiunta molecolarmente nell'ambito della singola azienda, ma soltanto attraverso la pressione delle masse, organizzantesi in un sindacato attivo, veridica espressione della maturit operaia.
 La rappresaglia sindacale(151)
La rappresaglia sindacale ed il carattere politico del sindacato
Problema cruciale dell'organizzazione che non si limiti alla difesa dei diritti acquisiti, ma si spinga nella lotta verso conquiste pi ampie,  la difesa dei suoi organizzati dalle inevitabili rappresaglie, alle quali essi si espongono urtando determinate sfere di interessi, da lungo costituiti e corazzati dietro un diritto, espressione di posizioni sociali ormai superate.
Pericolo cruciale dell'organizzazione sindacale  il rifiuto a questa lotta,  l'accettazione passiva delle pressioni degli interessi antagonisti. Il sindacato corre cos il pericolo di ridursi alla burocratica amministrazione delle "provvidenze" e, invece di lanciarsi sul terreno delle nuove conquiste, segna il passo sul terreno dissodato e sicuro della pratica consuetudine.
Se il sindacato consiglia la moderazione, se parla di tattica e di strategia, essa  tattica della ritirata,  strategia della sconfitta. Seguendo tale via, il sindacato non si accorge che su di esso grava come un incubo, la spada di Damocle della sua inutilit.
Come avviene la pressione industriale e quindi la rappresaglia sindacale ed il sabotaggio dei contratti?
Dei modi coi quali l'industriale mette in scacco l'azione sindacale sarebbe lungo il discorrere: si va dalla rappresaglia singola verso l'operaio che promuove la vertenza o verso il fiduciario sindacale fino all'azione concordata dai vari industriali contro i pi noti "piantagrane"; si va dal sabotaggio grossolano dell'intimidazione e del licenziamento fino all'abile opera demagogica del grosso industriale; si arriva al controllo preventivo di tutte le lagnanze che, per essere evase, debbono venire controfirmate da un pseudo fiduciario, che cumula in s le cariche di caposala e di fiduciario sindacale... ma poi si sa che la difesa dei propri interessi acuisce l'intelligenza e specialmente l'intelligenza dell'industriale.
Tutela dei diritti acquisiti e necessit dell'intervento sindacale diretto
Ma il problema della rappresaglia sindacale deve essere considerato a nostro avviso, separatamente secondo i due aspetti fondamentali dell'azione sindacale. Da un lato la rappresaglia diretta contro l'azione volta a garantire l'applicazione dei contratti stipulati, dall'altro lato la rappresaglia contro l'azione diretta alla conquista di un nuovo diritto.
Questa distinzione non ha soltanto carattere astratto, ma si rende necessaria per il diverso carattere di queste rappresaglie e per le diverse soluzioni che vi corrispondono.
Infatti, mettere in dubbio l'efficacia del contratto stipulato per la difficolt che si incontra nel farlo rispettare significa infirmare la base stessa dell'attivit sindacale, significa allontanare dal sindacato gli operai e infine, rendendo aleatorie le conquiste sindacali, significa invitare l'operaio al disinteresse verso il sindacato e verso una lotta che tenda ad assicurargli nuove conquiste.
Dunque la difesa dell'azione sindacale per il rispetto del contratto deve essere tale da garantire assolutamente l'operaio e da dargli quella sicurezza che  necessaria perch possa spingersi verso nuove conquiste.
Tale sicurezza pu provenire soltanto dall'intervento diretto dell'organizzazione sindacale nell'azienda. Qualcosa si  gi fatto e noi ricordiamo il contratto collettivo dei cottimi. Esso offre all'organizzazione sindacale la possibilit dell'intervento diretto nell'azienda attraverso il controllo immediato sulle bolle di cottimo e attraverso alla formazione dell'organo tecnico per le controversie di cottimo.
Noi dobbiamo proseguire su tale via; una procedura analoga a quella dei cottimi deve essere estesa a tutte le lavorazioni. Eviteremo cos le numerose infrazioni alle tariffe stabilite dai contratti collettivi, gli arbitrari passaggi di qualifica, gli arbitrari licenziamenti per scarso rendimento, le infrazioni alla legge delle quaranta ore, ecc.
D'altra parte, la classe industriale, non dovrebbe opporsi con tanta violenza ad un simile intervento, quando si pensi che l'industriale che commette infrazioni ai contratti collettivi  punibile secondo il codice penale, quando si pensi che l'industriale che commette intimidazioni rivolte ad evitare inchieste e vertenze, commette un reato nel quale si posso ravvisare gli estremi dell'estorsione (cfr. Mario Barberi, in Rivista del lavoro del 31 marzo 1938 XVI, p. 40).
Noi richiediamo questo intervento diretto, poich tentare di combattere l'intimidazione e la rappresaglia sindacale con qualche legge, far ricadere l'intimidazione industriale sotto il reato di estorsione non ci pare arma sufficiente contro il sabotaggio dell'azione sindacale; e ben lo sanno gli industriali che contro questo non protestano, ma alzano le grida al cielo appena si parli di un'estensione dei poteri del sindacato professionale.
La legge non ci basta perch noi dobbiamo combattere anche l'omert operaia, conseguenza dell'intimidazione collettiva, dobbiamo combattere la passivit dei fiduciari sindacali, oggetti della corruzione industriale: e per combattere questo non c' altra arma che la coscienza sindacale che si sviluppa nell'intervento quotidiano in difesa del proprio diritto.
Non basta sbandierare il proprio diritto dietro il paravento del codice, bisogna anche saperlo esigere ed esigerlo si pu soltanto con l'azione diretta ed efficace.
E per questo non chiediamo articoli del codice penale, ma chiediamo intervento diretto del sindacato.
La lotta per le nuove conquiste e l'azione delle masse operaie
E noi adesso non vogliamo pensare che, per la distinzione fatta sia possibile spingerci avanti, soltanto quando il campo gi conquistato sia sufficientemente guarnito e difeso. In questa lotta per la applicazione dei contratti collettivi, in questa lotta contro il sabotaggio collettivo si deve creare nell'operaio quella consuetudine sindacale, quella sicurezza nella tutela dell'organizzazione che lo potr spingere alla formulazione di altri diritti.
Perch l'operaio d'avanguardia, l'organizzatore sindacale che pone nuovi problemi e apre nuovi orizzonti alla politica sociale dei sindacati, deve, s, essere il combattente che si espone ai rischi connessi alla lotta, ma a questi rischi non deve esporsi individualmente, ma sorretto dalla organizzazione sindacale e dalla fiducia dei camerati.
Il fiduciario , oggi, soltanto parzialmente "l'uomo di fiducia" dei suoi camerati, la sua azione  troppo debole e si arresta ben prima, si arresta, il pi delle volte sconfitta, di fronte alla difficolt per l'applicazione dei contratti stipulati ed approvati liberamente dalle parti. E invece, quando l'azione sindacale sar veramente decisiva nella lotta contro il sabotaggio dei contratti, il fiduciario acquister veramente la "fiducia" dei camerati e con questa la necessaria tutela della sua azione.
L'organizzazione sindacale dovr poi interessare maggiormente la massa operaia all'opera dei fiduciari attraverso a pi numerose assemblee di officina dove l'opera del fiduciario possa essere vagliata e criticata, rendendo cos il fiduciario veramente responsabile del suo operato di fronte ai suoi stessi camerati.
D'altra parte, l'organizzazione sindacale non manca di strumenti atti a tutelare l'azione del fiduciario e dell'operaio d'avanguardia nella lotta sindacale. Abbiamo i contratti sul licenziamento dei dirigenti sindacali. Tali contratti potranno venire estesi ai fiduciari che sono il primo gradino della gerarchia sindacale.
Abbiamo infine, per adesso soltanto in linea teorica, il collocamento che quando Dio vorr passer finalmente ai sindacati. Attraverso il collocamento, che noi auspichiamo basato, in linea di massima, sul principio della richiesta numerica, il sindacato potr spezzare anche la forma pi comune della rappresaglia padronale, l'azione concordata degli industriali contro i pi noti "piantagrane".
Cos noi vediamo la soluzione del vasto problema della "rappresaglia sindacale", problema connesso a tutta l'attivit sindacale nei seguenti punti:
- Intervento diretto del sindacato nell'azienda per sorvegliare l'applicazione dei contratti collettivi.
- Difesa del fiduciario sindacale.
- Intensificazione delle assemblee di officina con effettiva responsabilit di fronte ad esse(152).
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FINE Parte 1.